Jack Reacher: Never a joy


È una strana storia, quella della carriera di Tom Cruise, il quale, a un certo punto, ha accettato di diventare uno che si dà ai film d’azione, com’è successo a Liam Neeson, per dire. Imbrocca il rilancio della saga di Mission: Impossible (la quale, con il terzo episodio, era andata un po’ in ansia), fallisce Knight and day, fa un mezzo fiasco (a livello di incassi) con The edge of tomorrow e il primo Jack Reacher, ma continua imperterrito su quella strada lì.
Alla fine gli vuoi bene, a Tom Cruise (in casa 88 Folli è molto amato), anche se, sotto sotto, sai che, nel migliore dei casi, è un pazzo con il cervello bruciato da Scientology e, nel peggiore, un connivente con quella congrega di psico terroristi. Nonostante ciò, esce un film di Tom e stiamo lì, inteneriti, a pensare “Oh, è tornato”.

Il primo Jack Reacher non è andato benissimo, ma neanche così male da farne un flop totale. Soprattutto, il successo della saga di Mission: Impossible, ha fatto pensare che ci fosse la possibilità di lanciare il franchise, nonostante, tutto. Bastava insistere un po’, dare una seconda possibilità e mettere Tom nelle condizioni di lavorare con gente di cui si fida. “Gente di cui si fida”, per dire, è il regista Edward Zwick, qui anche co-sceneggiatore, con il quale Cruise aveva già lavorato in L’ultimo samurai, la sua famosa occasione per prendere quell’Oscar al quale ha sempre ambito.
Certo, non che si aspettasse un Oscar per Jack Reacher, per carità, però si stava creando un ambiente lavorativo sicuro, Giusto?

Sbagliato.

Jack Reacher: Punto di non ritorno, tratto dal diciottesimo libro della saga del ex poliziotto militare, è un pastrocchio noiosissimo e privo di qualsiasi carisma o interesse. L’ho toccata piano, lo so, ma è giusto che le cose vi vengano dette, amici miei, perché la vita è cattiva, i buoni non portano il cappello bianco e Babbo Natale sono in realtà papà e mamma che vi mettono lì i regali mentre dormite.

jack

“Ma che, davvero?”

Ho provato a cominciare questo paragrafo usando la frase “il problema principale”, per poi desistere perché tutta la sceneggiatura del film è costellata da una marea di problemi.
È un problema il fatto che si cerchi di dare a Reacher, il lupo solitario, una “squadra”, per quanto sui generis, con la quale collaborare, ma senza riuscire a creare nessun tipo di alchemia. Lo stesso scontro tra “io lavoro da solo” e “da solo non puoi riuscire” e “mi tratti così perché sono una donna” e “be’ sì, hai le tette” è gestito in maniera così banale e svogliata da essere solo una serie di irritanti litigi che tirano per le lunghe una pellicola che non brilla per ritmo.
È un problema la sotto trama della giovane ragazza che, forse sì forse no, è la figlia di Reacher. Questo perché, fondamentalmente, non frega a nessuno, non è sviluppata con la necessaria emotività e ti lascia lì a chiederti “Jack, ascoltami, vuoi davvero tirarti appresso quell’insopportabile stronzetta?”.
È un problema la trama gialla, quella che, diciamocelo, dovrebbe essere il fulcro di tutta la vicenda, perché ruota intorno a qualcosa che non si capisce bene, che viene svelato alla fine, dal niente, senza aver lasciato trapelare nulla che potesse dare da pensare che quella fosse la conclusione e che ha, come fulcro, il personaggio di Robert Knepper, un cattivo che compare tre volte e, ogni volta che succede, pensi “ah vero, c’era pure lui”.
È un problema il diretto antagonista di Reacher, un tizio che rompe culi, che sembra più forte, più agile e più intelligente di lui e che, nonostante questo, passa il tempo sullo schermo come uno che è capitato lì per caso.

“È dietro di me, vero?”

Alla fine arriva la parte strettamente action e, niente, pure quella è noiosa, facendo rivalutare in toto il primo capitolo (che, a scanso di equivoci era assai piacevole e infinitamente superiore a questo).
Non posso dire che non ci sia un lavoro, per quanto svogliato o dozzinale, dietro Jack Reacher: Punto di non ritorno. Non posso dire che Cruise non si impegni (ma non è una sorpresa: Cruise si è sempre impegnato, moltissimo, in ogni pellicola).
Ma, alla fine, è un film noiosissimo e non riesco a trovare un difetto peggiore di questo in quello che vorrebbe essere un action thriller.
Dai, Tom, ci vediamo alla prossima.

Soffre di bulimia cinematografica e quindi guarda di tutto e la cosa gli piace, tranne quando si ritrova a chiedersi “Perché sto guardando Step Up 4?”. La risposta è che non ha importanza, fino a quando è seduto dentro una sala, al buio, sprofondato in una poltrona (oddio, magari nel caso di Step Up 4 un po’ di importanza ce l’ha, ma sorvoliamo).

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This article was written on 07 Nov 2016, and is filled under Scuse per parlare di film.

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