Jackie Brown, dell’invecchiare


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Eccola Jackie Brown: la quarantina, un’uniforme da hostess, stanchezza sul viso. Si fa trasportare dal tapis-roulant, passivamente, anche se dopo poi è costretta ad accelerare il passo per non arrivare in ritardo. Si capisce una routine un po’ noiosa, per una donna che ha dovuto avere ben altri momenti di gloria. Quali, però, non lo sappiamo, né lo sapremo mai: Jackie Brown è un personaggio misterioso, senza storia. Sapremo di lei che è stata hostess in passato e che ha avuto problemi con la giustizia, prima di ricominciare a lavorare per una piccolissima compagnia messicana per un salario misero.

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Se il titolo promette una Jackie Brown protagonista del film, bisognerà aspettare per vederla in azione. Il film si sceglie un ritmo molto lento, e dopo poco Jackie è arrestata, trovata con soldi e droga nella valigia. Pam Grier in un carcere, cosa già vista: ma a Tarantino questa volta non interessa rispolverare il filone del “women in prison”: Jackie viene lasciata in prigione, e il regista inizia a seguire altri due personaggi.
Uno è Ordell, un Samuel L. Jackson che gigioneggia tra esplosioni di entusiasmo ridanciano e momenti di fredda cattiveria. Un’interpretazione straordinaria. Ordell dalla sua lussuosa casa guida un traffico di armi e droga molto redditizio. Di tutti i personaggi del film è il più chiacchierone, sovreccitato, tendente alla battuta e alla risata facile. Una sorta di criminale-bambino, che si diverte rivedendo per l’ennesima volta un video promozionale di armi presentate da bellissime ragazze in bikini. Ogni tanto qualcuno dei suoi picciotti va fuori strada e finisce in galera: per recuperarli fa affidamento a Max Cherry, che per mestiere paga cauzioni a persone che non vogliono farsi troppo notare. Non sempre usciti dalla prigione questi picciotti restano in giro a lungo: troppo è il rischio che abbiano parlato, o che parleranno. Vediamo Ordell liquidarne uno senza troppi problemi, Beaumont (Chris Tucker).
Cherry, come Jackie, è stanco, silenzioso, con un passato misterioso. Quando Cherry, su pagamento di Ordell, va a prendere Jackie dalla prigione, nasce una complicità tra i due, forse un’attrazione. Jackie coinvolgerà Cherry in una macchinazione estremamente tortuosa e complicata per rubare il denaro che Ordell ha custodito in Messico, e che lei è abituata a portare avanti e indietro. Dopo aver convinto Ordell della necessità di recuperare quei soldi, Jackie inizia un pericoloso doppio gioco con la polizia e con Ordell che culminerà in uno scambio di borse dentro un centro commerciale. Una specie di gioco delle tre carte costantemente sul filo del rasoio, che alla fine riesce solo grazie all’intelligenza e alla spericolatezza di Jackie.
Perché Jackie Brown, in fondo, non ha niente da perdere. Vede questo spiraglio strettissimo per cominciare una vita tutta nuova e ci si lancia a testa bassa. Cherry la segue stregato, per un momento sembra che possa esserci un futuro comune, ma poi i due decideranno di prendere ancora una volta strade solitarie.

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Non è un film che piace a molti, Jackie Brown. Rispetto al resto della filmografia di Tarantino, è un film molto diverso. Intanto, è molto lento. Poi, mancano dialoghi “witty”, anche perché a molti personaggi semplicemente non piace parlare: Jackie e Cherry sono antieroi abbastanza silenziosi, mentre Louis Gara, l’amico di Ordell interpretato da De Niro, è un “dumb” nel doppio senso inglese del termine: stupido e muto. A tutt’oggi, è l’unico film di Tarantino adattato da un romanzo, in questo caso Rum punch di Elmore Leonard, e l’impianto più classico lo dimostra. Il marchio di fabbrica di Tarantino, la rottura della linearità della narrazione, fa capolino verso la fine del film, quando la stessa scena dello scambio di borse nel centro commerciale è fatta vedere tre volte, da tre punti di vista diversi. Per il resto, il film si sviluppa tranquillo come un vecchio noir.
Incastrato tra Pulp fiction e Kill Bill, Jackie Brown è forse un film di transizione: il primo film con un nome di personaggio nel titolo, il primo film con una donna risolutamente protagonista, il primo film in cui Tarantino sembra interessarsi specificamente a delle minoranze (Jackie è una donna afroamericana) e a metterne in scena una rivincita, che nei film successivi diventerà anche una vendetta.

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C’è poi la strana coppia Jackie/Cherry. Sono personaggi un po’ malinconici, che ne hanno passate tante e si lanciano in un’ultima avventura, forse persino al di sopra delle proprie forze. Sembrano un po’ quei cowboy vecchietti di certi western crepuscolari di Peckinpah, confrontati a un mondo che sta cambiando e a giovani sempre più rampanti. Vogliono un’ultima occasione per assicurarsi un futuro sereno, lontano dal caos, lontano, in fondo, da ciò che costituisce il motore del cinema di Tarantino: un susseguirsi di azione, vendette, truffe, tradimenti, lotte per il potere, lotte per i soldi, obblighi nei confronti di qualcuno, imprigionamenti, violenze subite, violenze da commettere per potersi salvare. Sono stanchi.
C’è un momento estremamente bello, verso un terzo del film. Jackie, uscita di prigione, ha appena ricevuto la visita di Ordell. Ordell, lei lo sa, è venuto per ucciderla. Lei lo frega: ha rubato la pistola di Cherry, aspetta le mosse di Ordell, poi lo sorprende. Momento di alta tensione, gestito da Tarantino però con un ritmo molto pacato. Jackie è vestita con una minigonna blu, camicia bianca, tacchi. Riesce a far ragionare Ordell, e lo fa uscire da casa sua. Jackie accompagna Ordell alla porta, Ordell esce, la porta si chiude con Jackie ancora in campo. Nero. Qualcuno bussa. Jackie avanza di nuovo verso la porta, stavolta è struccata, in accappatoio. Chiede a Cherry di entrare, per recuperare la sua pistola.
Solo ora scopriamo davvero Jackie. L’appartamento di Jackie visto da Cherry non è lo stesso della sera prima: Ordell cercava i punti utili per tendere trappole, Jackie punti di fuga; Cherry cerca le tracce della vita di Jackie, le sue passioni, i suoi interessi. La collezione di vinili, per esempio, che non sono stati né saranno sotituiti dai cd. Jackie e Cherry parlano di un argomento che sta loro a cuore: l’invecchiamento. Cherry sta iniziando a perdere i capelli, Jackie, nonostante i complimenti di Cherry, si vede con un sedere più grosso. E soprattutto, non ne può più di ricominciare sempre da zero. Questa truffa è la sua ultima chance.
Tra i personaggi secondari c’è un Michael Keaton volutamente insipido nel suo ruolo di poliziotto, un De Niro forse troppo macchiettistico, e Bridget Fonda nel ruolo di una bionda bella, annoiata, costantemente strafatta, ma non stupida. Passaggio obbligatorio, per Tarantino, almeno un primo piano dei suoi piedi.

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Il mio amico Gianfranco dice che Jackie Brown potrebbe somigliare a ciò che Tarantino avrebbe fatto se avesse deciso, a un punto della sua carriera, di fare film da studios, anziché film personali. Probabilmente è vero, ma c’è anche da dire che molte sono le cose tipicamente tarantiniane che si trovano in questo film, così poco tarantiniano. Le numerose citazioni cinematografiche, ovviamente, spesso da film di serie B, ma anche una ben riconoscibile da Taxi driver. Poi c’è molta attenzione al realismo linguistico, cosa che tornerà in Inglorious basterds e Django Unchained: lo slang criminale usato da Ordell, con il suo uso ripetuto di “nigger”, precede ad esempio Django. La gestione della musica, poi, con le ripetizioni delle stesse canzoni in modi diversi, a volte extradiegetiche, a volte invece uscite da un giradischi, da un walkman, da un autoradio, o canticchiate da uno dei personaggi. Il film percorre tutti i mezzi della riproduzione musicale disponibili a metà degli anni Novanta.

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Il film finisce così come inizia: con la melodia di Across the 110th street, al tempo stesso omaggio alla blaxpoitation ma anche simbolo di quella voglia di uscire dal ghetto, della fatica che si fa per scrollarsi di dosso una certa realtà, per affrancarsi (“getting out of the ghetto was a hell of a fight”). Jackie Brown a fine film la ascolta in macchina e la canta; forse a inizio film, quando la musica sembrava extradiegetica, quella era la canzone che stava ascoltando nelle cuffiette. Chiusura magistrale per un film che, pur mancando forse di quell’inventiva sfrenata che c’è nei film precedenti e successivi, è comunque un laboratorio di temi e modi di fare cinema che darà forse altri frutti nel futuro della carriera di Tarantino, se per esempio decidesse di adattare altri romanzi, o se volesse riprendere il tema dell’età che avanza, della stanchezza nei confronti delle lotte della vita. Per ora, a giudicare da Django, gli eroi di Tarantino sembrano ben battaglieri. Vedremo in futuro.

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Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell'Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

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