Mai na Joy


joy img2

Era il 2012 quando David O. Russell se ne uscì con una commedia romantica capace di rimescolare un po’ le carte in un genere che sembrava essere stato messo alle corde dagli anni ’10 del nuovo secolo. Ovviamente di commedie romantiche ne escono sempre a iosa e alcune sono anche carine. Ma sta di fatto che “carino” è una parola di marmo per le opere della mente umana. E invece con Il lato positivo (2012) è tutto un tripudio di sorrisi e lacrime di dolcezza. La storia di due anime a pezzi che provano a rimettere insieme i cocci della propria vita arriva proprio dove te lo aspetti, ma lo fa con una simpatia e una tenerezza difficili da tenere a bada. Se non lo avete visto dovreste proprio dargli una chance, basti pensare che è stato un film capace di ispirare di nuovo Robert De Niro e fargli acchiappare la sua settima nomination all’Oscar. La cosa non accadeva da tipo vent’anni, dai tempi di Cape fear (1992). Tanto per dire.

O. Russell è uno dalla carriera piuttosto discontinua, fino a The Fighter (2010) aveva girato solo un film degno di menzione: Three Kings (1999). Occhio però, di sicuro non è un regista scarso. Anzi, se magari dai tempi di Three Kings ha perso il gusto per scene sincopate e virtuosismi da neofita adesso ha acquisito una mano fermissima e un’ottima sensibilità per le scene in interni. Ma soprattutto si è rivelato un ottimo direttore d’attori, cioè quando fai un film diretto da lui come minimo vai in nomination. E infatti gli attori una volta lavorato con lui tendono a ritornare. Jennifer Lawrence, Bradley Cooper, Robert De Niro, Mark Walberg, Christian Bale: come minimo ognuno di loro ha fatto due film con O. Russell. Alcuni anche di più.

Ora, Joy rappresenta un po’ il lato oscuro di quanto detto fino ad ora. Cioè come e più de Il lato positivo il film si regge su Jennifer Lawrence e questo finisce per ritorcersi contro. Si vede che Joy ha la grinta di una che ce la vuole fare nonostante sia una proletaria a cui sogni e possibilità sono stati strappati da una famiglia davvero troppo disfunzionale. Però stavolta nonostante la performance della Lawrence il film non riesce mai a decollare. Anzi la sua furia perennemente trattenuta, chiusa dentro di se in una specie di urlo roco, rischia di diventare in molti punti barocca, quasi una maniera di se stessa.

Allo stesso modo De Niro in Joy ridiventa la macchietta a cui ci ha abituato nella sua lunga coda di carriera. Lui se ne sta fregando, è una leggenda vivente del cinema e gli piace stare sul set. Ha carisma da vendere e lo sputtana  provandoci gusto. Che gli vuoi dire, ce l’hai con lui?

Cooper invece si vede in tre scene contate e, anche se con la Lawrence funziona a meraviglia, il film non riesce mai a giovarsi della chimica fra i due. La verità è che sta poco sul set e non è un caratterista. Uno come lui se non ha il tempo di costruire il suo personaggio a dovere ancora stenta a bucare lo schermo. Nemmeno con gli occhi magnetici e il sorriso affascinante che si ritrova.

A questo punto, appurato che gli attori comunque non convincono come dovrebbero, non rimane che la storia. E anche su questo lato il film scricchiola e si contorce cercando di far risultare come stronzi della gente che evidentemente non bisogna umiliare troppo.

Mi spiego meglio. Joy è il racconto della scalata al successo di Joy Mangano, una donna geniale con le ali tarpate da una famiglia meschina. Ed è proprio qui che l’alchimia di Joy si perde, nei rapporti con questa gente che avrebbe dovuto mandare affanculo per direttissima e che invece ci accompagnerà per tutto il film.

Joy infatti fa di tutto per tenere tutti nel suo cuore grande e comprensivo, anche quando – almeno dal punto di vista puramente narrativo – sarebbe stato opportuno un confronto a muso duro con quelle micidiali palle al cazzo dei suoi familiari. Ci sono invidie nemmeno troppo nascoste, voglie di veder falliti i progetti di chi ti è vicino per sentirti meno fallita tu e in fin dei conti non succede niente se non qualche sguardo di fuoco e un perenne muso lungo della protagonista.

joy img3

Intendiamoci, Joy non è certo un film pensato per essere proiettato agli eventi della società della mangano, la Ingenious Designs LLC, però si sente costantemente la pesantezza di un confronto con una realtà magari davvero epica ma che pesa come un macigno sul copione.

E allora la cosa migliore del film è – a sorpresa – Isabella Rossellini. L’attrice è infatti l’unica capace di dare corpo al viluppo ambiguo e vagamente inquietante di cui sono fatti questi legami familiari. L’unica che riesce a trasformare una serie di domande assurde in una porta verso l’abisso della propria anima.

Proprio quello che probabilmente avrebbe dovuto essere il film per poter riuscire a spuntarla.

 JOY – IMDb – Wikipedia

Pilloledicinema
Appassionato di cinema, vivo a Palermo. Per ogni film che vedo scrivo in 140 caratteri una minirecensione su Twitter. A volte non mi contengo e ne vengo a parlare anche qui.

Lascia un commento

Information

This article was written on 20 Feb 2016, and is filled under Scuse per parlare di film.

Current post is tagged

, , , , , , ,