La grande scommessa: come sbancare le banche


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Per godersi appieno l’ultimo film di Adam McKay non è affatto necessario avere un’infarinatura da lettore abituale de Il Sole 24 Ore e questo è forse il complimento più grande che si può fare al regista di Philadelphia. McKay ce l’ha messa davvero tutta per far sì che ci si senta coinvolti dalla storia, vera, di un pugno di outsider di Wall Street diventati ricchi duri scommettendo contro il mercato americano dei mutui sulle case.

Una storia tipicamente americana con self made men che hanno trovato e sfruttato la loro grande opportunità. Paradossalmente, è stato proprio il sistema che ha generato la crisi a fornire a questi semi sconosciuti l’opportunità di diventare straricchi.

La grande scommessa è il racconto di come e da dove è nata la crisi americana che nel 2008 si propagò in tutto il mondo. E indovinate un po’: è nata proprio dall’avidità dei banchieri. Lo stesso vizio che un certo Gordon Gekko idolatrava in tempi nemmeno troppo sospetti.

Siamo nel 2005 e fallimenti di istituti di credito centenari, quartieri spopolati e abitazioni che si vendono al prezzo di una cena in pizzeria per quattro persone appartengono solo a una brutta distopia. In quel momento tutti gli indici economici erano in salita. Si facevano più mutui, per cifre più grosse e le banche ci guadagnavano un mucchio di soldi. Ma mica solo perché incassavano gli interessi eh. Niente affatto.

Dagli anni ’70 il sistema finanziario americano ha avuto la bella idea di unire i mutui a migliaia in “strumenti finanziari” che poi vengono negoziati a parte. Titoli, per forza di cose, influenzati dall’andamento dei mutui che li compongono. Solo che – magia delle banche – nonostante nessuno riesca a capire quali siano effettivamente i contratti che facciano parte di questi pacchetti finisce che le agenzie di rating li classifichino con la sigla AAA, il massimo che ci sia.  Del resto l’economia cresce e fra tutti i debiti, i più sicuri sembrano proprio i mutui perché chi non li paga perde la casa.

Ma dicevamo che i banchieri sono avidi: da un certo punto i poi per loro non è più importante il mutuo ma proprio quei titoli collaterali venduti a parte. I soldi veri in quel momento si fanno lì. Ed è così che nascono i famigerati subprime, cioè dei mutui con delle garanzie fragilissime ma che danno la possibilità alle banche di farci un pacco di soldi unendoli ad altri mutui e vendendoli a chiunque gli capiti a tiro.

I mutui subprime convengono a tutti e non vengono controllati da nessuno. Facile immaginare la velocità con cui si diffondono.

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Succede però che un medico prestato all’alta finanza (Christian Bale) si accorga che ormai i subprime la fanno da padrone e decida che il mercato immobiliare, in crescita perenne e costante da tempo immemore, sia ormai pronto per crollare. Mette sul tavolo delle stesse banche contro cui scommette una quantità di soldi già di per sè stratosferica e costruisce un intero mercato di titoli legati alla spazzatura a base di mutui fuffa venduti dalle banche stesse.

In questa speculazione ci si infilano a pesce un banchiere (Steve Carell) incazzato nero con il suo ambiente proprio perché lo accusa di eccessiva avidità e strafottenza e due giovani (John Magaro e Finn Wittrock) dalle strategie di investimento più aggressive di Warren Buffett ma comunque tagliati fuori dal sistema dei “grandi”.

Ora, il regista è conscio di essere davanti a una storia tremendamente interessante, ma che potenzialmente urla NOIA e PAROLE DIFFICILI e allora sceglie di trattarla sul terreno a lui più congeniale, il terreno della commedia.

Chi si avvantaggia di più sono Christian Bale e Steve Carell capaci di colorare la loro prestazione di eccentricità e ironia. Uomini costantemente sull’orlo di una crisi di nervi ma capaci di seguire la loro intuizione anche quando tutto il resto del mondo non solo non gli crede, ma gli ride apertamente in faccia.

Come dicevamo all’inizio, il pregio del film è quello di riuscire a farsi capire anche dai non iniziati. McKay riesce in questo compito in primo luogo calando la vicenda in una forma che, almeno in apparenza, è molto canonica. Abbiamo un narratore onnisciente che introduce molti degli elementi tecnici che il 99% degli spettatori non conosce e dei siparietti con Margot Robbie e Selena Gomez che spiegano proprio gli elementi più complessi della vicenda. Già da questa scelta è evidente la volontà di abbattere la cosiddetta quarta parete e di coinvolgere il più possibile lo spettatore proprio attraverso quei volti e quelle situazioni che invece hanno la funzione di distrarlo dai problemi.  L’entertainment utilizza se stesso per fare un cortocircuito, una scintilla che una volta tanto illumina un mondo spesso oscuro. Persino nei termini da neolingua orwelliana con cui l’alta finanza veste le sue malefatte.

Lo stile classico di ripresa, nervoso e sincopato, dà anima al film. Non ci voleva niente a fare di questa storia un documentario canonico e palloso. Invece la telecamera instancabile, il montaggio serrato e i dialoghi brillanti ne fanno un bel pezzo di cinema. Da spettatori si rimane incollati alla poltrona, a vedere come dei piccoli individui con la tenacia e il coraggio dei pionieri abbia strappato pezzi di carne viva a chi di solito non fa altro che contare i soldi che incassa sulle pelle degli altri.

La grande scommessa – IMDbWikipedia

Pilloledicinema
Appassionato di cinema, vivo a Palermo. Per ogni film che vedo scrivo in 140 caratteri una minirecensione su Twitter. A volte non mi contengo e ne vengo a parlare anche qui.

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This article was written on 23 Feb 2016, and is filled under Scuse per parlare di film.

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