La isla mínima, poliziotti e paludi in Spagna


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Nei cinema francesi, quest’estate, è uscito un film spagnolo che in patria ha fatto il botto: si tratta di La isla mínima, un thriller poliziesco che ha fatto raffica di premi, tra cui ben 10 Goya.
La trama è abbastanza abituale per un thriller: ci sono due polizietti con storia e carattere completamente opposti, ed un caso particolarmente violento di ragazze morte ammazzate dopo essere state torturate e violentate. Si scopre che non è il primo caso, che c’è una lunga scia di omicidi commessi tutti negli stessi periodi, con le stesse modalità. La caccia all’assassino è complicata dall’omertà del villaggio, dalle molte complicità. Inoltre, mentre si cerca di fare luce su questa storiaccia, emerge tutta una zona d’ombra che non c’entra con l’inchiesta, ma che comunque la sfiora: contrabbando, droga, strani giri sessuali, caccia di frodo. Ma pagando i giusti, talvolta esigenti, informatori, le cose, un po’ macchinosamente,  si vengono prima o poi a sapere.

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Se la trama è classica (forse anche troppo, con una chiara influenza del coreano Memories of murder) il thriller risulta comunque molto intenso, soprattutto grazie alla sua ambientazione e all’atmosfera particolare che la regia riesce a creare. Innanzitutto, la scelta della location: la zona delle marismas del Guadalquivir, un intreccio intricatissimo di paludi salmastre formate alla foce del grande fiume che attraversa l’Andalusia. Scelta fondamentale per almeno tre motivi. Primo: l’impressionante bellezza di queste zone umide, con la loro ricchissima fauna, e i disegni che riescono a elaborare gli intrecci di acqua e terra. Le numerose riprese aeree sfruttano a pieno questa bellezza: viste dall’alto, queste terre sembrano elaborare motivi suggestivi, figure che ricordano quelle labirintiche del cervello, della noce, della mappa delle vene e delle arterie. La sequenza iniziale in cui si sussesguono le immagini dall’alto è davvero spettacolare.

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Secondo motivo: queste zone paludose, con la loro conformazione e il loro clima piovoso così poco somigliante all’immagine soleggiata o addirittura arida che si ha della Spagna, servono alla grande l’azione. Case abbandonate, strade sterrate, bivi a non finire, cul-de-sac e anfratti nascosti in cui si possono facilmente fare a pezzi e gettare nel fiume i cadaveri, sinistri alberghi isolati, isolette raggiungibili in motoscafo: la geografia domina, lo spazio detta l’azione. Uno dei motori dell’azione per esempio è l’impossibilità di orientarsi su queste strade: da ogni punto A è possibile raggiungere un punto B attraverso molte strade diverse; per non perdersi, e per seguire la strada più corta, bisogna necessariamente affidarsi alle persone del luogo, instaurando così un rapporto di diffidenza/confidenza necessario. Anche i tesissimi inseguimenti in auto sfruttano pienamente la capacità di queste zone di disorientare.
Ma a essere disorientati non sono solo i protagonisti quando sono seminati dall’auto del maniaco, o quando si risvegliano tramortiti tra le plaudi davanti a uno splendido fenicottero rosa. A essere disorientato è tutto un paese.

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Questo è il terzo motivo per cui la scelta della location è fondamentale, più importante quasi dell’intrigo poliziesco, che diventa un pretesto per mostrare e narrare altro. La Spagna del film è quella appena uscita dal franchismo, ma non è quella della movida madrileña filmata da Almodavar: qua siamo nelle zone estreme, ancora impantanate in una mentalità retrograda, violenta, fascista. Accanto ai crocefissi nelle case e negli alberghi si possono ancora trovare foto di Franco e persino di Hitler. Le ragazze vogliono tutte senza eccezione lasciare il villaggio, magari andare a Madrid: l’assassino le adesca con proposte di lavoro in città. Nell’amministrazione, e specialmente nella polizia, non è stata fatta nessuna epurazione: la nuova democrazia è nelle mani della stessa gente di prima. Dei due poliziotti, del resto, uno è giovane, idealista, in punizione per aver osato criticare i militari su un giornale; l’altro invece è più vecchio, più cinico, più brutale nei metodi, ha partecipato in prima linea all’era franchista, alle repressioni dei movimenti studenteschi. Nel villaggio lo guardano tutti male, è chiaro che il suo passato non è dei più limpidi. Eppure è con lui che bisogna lavorare, che piaccia o no. Mentre i lavoratori tentano timidamente di organizzare i primi scioperi, alcuni hanno fatto finta di dimenticare gli anni più bui; altri, più giovani, sembrano non aver mai saputo; altri ancora, invece, non possono e non vogliono dimenticare: la nuova Spagna deve fare i conti anche con questa situazione contraddittoria.
La palude allora è una metafora della situazione sociopolitica di quegli anni e l’intrigo poliziesco, serrato, coinvolgente, anche se magari un po’ stereotipato, è un diversivo per tenere incollato lo spettatore e mostrargli (anche) altro, quella difficoltà a scrollarsi di dosso il franchismo, nella mentalità rurale così come nei centri di potere. Le leggi bavaglio recentemente approvato in Spagna sembrano purtroppo indicarci che non si è mai immuni dai rigurgiti di fascismo.

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PS: dopo aver parlato con alcuni amici che hanno anche visto il film, nonché aver letto altre recensioni, sembrano tutti d’accordo nel dire che il film, per situazioni e atmosfere, ricorda molto da vicino True detective. Io non saprei dire, perché devo ammettere candidamente che True detective non l’ho visto – del resto non vedo serie TV, per miei limiti personali di sopportazione del formato. Insomma, è un dato aggiuntivo interessante, che è giusto aggiungere. Sta a voi decidere se questa somiglianza è più una virtù o un limite di questo film, che io (colpevolmente ignaro della serie) ho comunque trovato piuttosto interessante.

La isla mínimaIMDbWikipedia

Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell’Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

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This article was written on 16 Dic 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

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