Lunga vita alla Mostra della Laguna


Anche se le acque della laguna non sono termali, decisamente no, la fenice non è l’unico essere mitologico tornato in vita da quelle parti. C’è anche la mostra che, per quanto molto più giovane della fenice, ha vissuto una quantità di vite straordinaria.

La Mostra internazionale dell’Arte cinematografica è nata nel 1932 dalle menti idealiste di Giuseppe Volpi (già presidente della Biennale), Antonio Maraini (segretario della Biennale e nonno di Dacia) e Luciano de Feo (il vero cinefilo dei tre, direttore dell’Istituto internazionale di Cinematografia educativa, organo della Società delle Nazioni), che partorirono la pazza idea di creare nell’ambito della rassegna una sezione dedicata al cinema.

Contestualizziamo.
A quell’epoca Venezia non era percepita come una città museo di cui oggi alcuni sadici, obesi del loro pessimismo, pronosticano l’imminente morte, ma era considerata ancora ponte dinamico verso l’Altrove, fucina di contaminazioni, capitale viva di cultura. La Biennale delle Arti, nata nel 1895, era l’ombelico della produzione mondiale delle sei forme d’arte allora riconosciute: pittura, scultura, architettura, danza, teatro, musica. Si può capire che il gesto dei tre di includere il cinema, a soli trent’anni dalla sua nascita, aveva del rivoluzionario. Se vi siete mai chiesti dove sia nata la definizione di Settima arte, qui trovate la risposta.

Si era in pieno fascismo, ma non ancora bellico. Era il fascismo megalomane che in casa perseguiva l’autarchia e la propaganda nazionalista ma che all’estero voleva darsi arie di cosmopolitismo e di essere alla guida di un paese all’avanguardia. Quindi l’iniziativa non fu osteggiata dai gerarchi che diedero il proprio assenso, seppure guardingo. Per esempio impedirono a De Feo, che rivestiva un ruolo internazionale, di tenere il discorso inaugurale (della serie: “state schisci”).

L’iniziativa riscosse grande curiosità nel mondo del cinema: all’epoca la promozione dei film era pressoché nulla, si buttavano fuori i film come le auto della Ford, per cui conquistare una vetrina internazionale era quasi come scovare un filone d’oro nel Klondike.
La Mostra del Cinema di Venezia fu il primo assoluto esperimento di “mostrare” ciò che il cinema mondiale aveva da offrire.

Dieci giorni, dieci spettacoli, e dieci films tutti, o nella loro maggior parte, ancora inediti. Tutti, in ogni caso, verranno proiettati nella loro forma originale e nella loro integrità assoluta. Niente raddoppio, adunque, niente rabberciamenti e nessun taglio praticato o dalla censura, o dagli importatori di pellicole… Così per la prima volta in Italia, il pubblico potrà godersi le opere cinematografiche quali vennero ideate e quali uscirono dalle mani del loro creatore.

Così un periodico veneziano annunciava la prima Biennale di cinema.
Alla manifestazione, inaugurata il 6 agosto del 1932 da Louis Lumière all’hotel Excelsior del Lido, parteciparono 34 film di 9 paesi e gli spettatori furono una media di oltre mille al giorno. Un successo oggettivamente incredibile.
Il primissimo film sugli schermi della Biennale fu Il dottor Jekyll (qui il link al film intero su Youtube) di Rouben Mamoulian; parteciparono anche King Vidor, James Whale, René Clair, Howard Hawks, Maurice Tourneur ed Ernst Lubitsch, che nel 1932 ancora poteva sperare di tornare in Europa senza rischiare la pelle. Tra le star: Greta Garbo, Clark Gable, James Cagney, Loretta Young, John Barrymore, Joan Crawford, Boris Karloff e Vittorio De Sica.

La seconda edizione, coerentemente con la Biennale, andò in scena nel 1934. De Feo introdusse cortometraggi, documentari, film d’avanguardia e un settore dedicato al mercato. Fu la prima competitiva: in palio non il Leone d’oro ma la coppa Mussolini, per l’Italia e per l’estero. Vinse L’uomo di Aran di Robert J. Flaherty (link) e una poco nota Katharine Hepburn, al suo quarto film, fu premiata come miglior attrice per Piccole donne (link) di George Cukor. Le nazioni rappresentate furono 17, le case di produzione 58, i film 81; l’Unione Sovietica partecipò con 4 lungometraggi e 2 corti.

L’uomo di Aran

Giuseppe Volpi scrisse un telegramma all’ambasciatore sovietico Vladimir Potëmkin:
Ho avuto oggi il piacere di ricevere a Venezia la delegazione sovietica con a capo signor Sciumiatzky stop Grato che Russia abbia riservato Biennale cinematografica primizia films di così alta importanza compio gradito ufficio annunciarle che prossima solenne serata sarà intieramente dedicata produzione URSS et in modo particolare mirabile film che documenta epopea Celuskin et eroismo aviatori sovietici stop A lei personalmente signor ambasciatore che ha voluto autorevolmente cooperare alla significativa partecipazione russa invio espressione mia devota gratitudine. Volpi.

In occasione di questa seconda edizione fu distribuito un questionario agli spettatori per sondarne gusti e opinioni. E ci fu anche lo scandalo del nudo di Hedy Lamarr in Estasi (qui il link), definito pornografico dall’Osservatore Romano.

Chiusa la seconda edizione, i tre constatarono che un termometro biennale era insufficiente e si organizzarono per allestire la mostra già l’anno seguente. Ma non v’era certezza perché intanto Mussolini osservava con dissimulata distrazione il movimento lagunare dalla finestra di palazzo Venezia e tirava in lungo fino a dicembre prima di concedere il suo benestare. E solo allora si poteva cominciare a trattare con le case cinematografiche.

L’edizione del 1935 durò ben 22 giorni e vide sfilare 84 film in prima visione e oltre 38.000 spettatori. Venne introdotta una sezione dedicata a proiezioni a passo ridotto destinata ai dilettanti (antesignana dello user-generated content??) e nel discorso inaugurale Volpi dichiarò la necessità di «elevare il cinema al rango di arte purissima». Il rappresentante della Polonia buttò lì l’idea di organizzare retrospettive sulle cinematografie nazionali.

Anna Karenina, Clarence Brown, 1935

Ma, soprattutto, nel 1935 il governo fascista stese la sua longa manus su quella bella pesca matura e succosa che era diventata la mostra. Dalla sera alla mattina venne creato il ministero per la Stampa e la Propaganda, con l’evidente scopo di imbrigliare gli scambi commerciali e mettere il marchio italico sulle produzioni nazionali, e il riottoso Luciano De Feo fu messo alla porta. L’ottobre seguente l’Italia avrebbe invaso l’Etiopia, e i nostri nonni chiamati alle armi (il mio nonno veneziano, tra gli altri) e trasportati come bestiame dall’Africa alla Iugoslavia, dal Moncenisio a Corfù per i successivi 7/8 anni. De Feo dichiarerà in seguito che le prime due edizioni della mostra sono state le uniche davvero libere dell’anteguerra.

Sempre in occasione dell’edizione del 1935 la Germania nazista annunciò la creazione per l’anno a venire di una Camera Internazionale del Film. Fu una mossa – va detto – geniale: istituendo un organismo cinematografico sovranazionale i nazisti riuscivano a mettere le mani sulla mostra.

I Palazzi del Casinò e del Cinema, inaugurati nel 1938

Nel 1936, l’Italia fascista ormai bellica corredò la mostra di uno statuto giuridico (quello stesso statuto che scatenerà le contestazioni sessantottine) che in sostanza statalizzava l’evento lasciando alla Biennale l’organizzazione pratica. Tra le conseguenze, gli interlocutori della commissione selezionatrice non sarebbero state più le case cinematografiche bensì i governi. Fu la fine.
Da un anno all’altro i rapporti con l’Urss si deteriorarono al punto che nel 1937 l’Unione Sovietica non fu “invitata”. Gli Stati Uniti continuavano invece a fare la parte del leone, tallonati ça va sans dire dalla Germania.
Eppure non tutto sembrava perduto: nel 1937 vinse Renoir con La grande illusione, grande inno alla pace, al superamento dei confini, all’evasione. Pare che Volpi ci mise lo zampino convincendo Ciano, allora ministro della Stampa e della Propaganda, che si trattava di un film patriottico, «francese e tedesco nello stesso tempo». Fortunatamente Ciano non capiva granché di cinema. Giusto un anno più tardi Renoir avrebbe raccontato agli americani: «Per caso, il giorno in cui i nazisti entrarono a Vienna, nelle sale distribuivano il mio film. Senza perdere un istante, la polizia lo proibì e si interruppero immediatamente le proiezioni.»

Torniamo al Lido, dove nel frattempo la Biennale faceva il suo introducendo migliorie di anno in anno: nel 1937 si inaugurarono i sottotitoli; nel 1938 venne organizzata la prima retrospettiva, sul cinema francese, con film dei fratelli Lumière, di Georges Méliès, René Clair, Germaine Dulac, Jean Renoir stesso.
Ma il 1938 fu anche l’anno del fattaccio. Tutto sommato il problema non era Olympia (link e link), che sì accarezza voluttuosamente il pelo al regime ma è anche cinema d’alta classe, e giustamente oggi sdoganato. Il problema non era nemmeno l’altro vincitore, il polpettone Luciano Serra pilota (link), sicuramente il più patriottico del lotto italiano ma non così patriottico tout court visto che, come fa notare Brunetta nella sua Storia del cinema italiano, il protagonista Luciano tiene molto più alla sua famiglia che alla patria.
Il problema furono questi due film insieme.

E probabilmente i gerarchi avevano la coda di paglia perché quell’anno introdussero e distribuirono a pioggia numerosi premi minori, ma non ci cascò nessuno. I francesi, indignati come solo loro sanno fare, proclamarono l’istituzione di un festival antifascista per l’anno a venire, ma erano cattive acque quelle in cui navigavano i cugini, che qualche mese dopo tornarono sui propri passi e, obtorto collo, si rassegnarono a prendere parte all’edizione del 1939 quando seppero che almeno il Regno Unito aveva deciso di aderire.
Gli Stati Uniti, invece, negarono la propria presenza, anche se Mary Pickford, Tyrone Power, Douglas Fairbanks e Cary Grant sbarcarono ugualmente al Lido.
È davvero interessante rileggere quegli anni da una prospettiva politicamente marginale come la Mostra del Cinema. Sembra che fino a cinque minuti prima i governi europei non avessero il cuore di credere a quello che già vedevano squadernato sul tavolo.

La mostra del 1939, inaugurata da Goebbels, si tenne dall’8 agosto al 1° settembre; il 1° settembre la Germania invase la Polonia, due giorni dopo il Regno Unito e la Francia dichiararono guerra alla Germania.

Ecco. Queste sono le prime due/tre vite della mostra. Poi ce ne state altre, che vi racconterò la prossima volta perché ormai s’è fatto tardi.

Nel 2013 la mostra ha festeggiato i settant’anni (e parleremo del complicato computo delle edizioni veneziane). Per l’occasione Alberto Barbera ha introdotto le proiezioni con brevi filmati storici riesumati dalla soffitta dell’Istituto Luce a celebrazione della lunga vita della mostra. Si tratta di pochi secondi commentati dalla classica voce stentorea del giornalista di turno a corredo della goffa gag promozionale di questa o quella star sulla spiaggia del Lido o all’Excelsior. Fra i vari filmati non sono mancati quelli con Mussolini, Ciano e gli altri gerarchi. L’iniziativa è proseguita fino all’anno scorso ed è stata, a mio modo di vedere, coraggiosa: Barbera ha voluto cercare di storicizzare il passato per emendare la mostra da una fama che l’ha gravata più del necessario.
Ma, chissà perché, credo che quest’anno quei filmati scompariranno.

 

È difficile trovare in rete notizie dettagliate sulla storia della Mostra del Cinema. Ho attinto soprattutto da tre tesi di laurea: ringrazio dunque Riccardo Triolo, Elisa Perini e Lauren Amelia Jones, autori delle tesi che hanno dato risposta a molte mie domande <3

 

Sito ufficiale della Biennale

Federica Guarnieri

Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

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This article was written on 30 Lug 2018, and is filled under Amarcord, Ho un amico per cena, Le storie del cine, Scuse per parlare di film.

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