Il male di vivere: La pazza gioia


Io con Virzì ho un rapporto complicato. Il regista toscano è capace, alternativamente, di toccare corde che mi emozionano (Ovosodo, Ferie d’Agosto, La prima cosa bella) o causarmi un profondo fastidio (La bella vita, N – Io e Napoleone, alcuni momenti di Il capitale umano). Il problema di fondo o, forse, la grande fortuna di questo rapporto complicato è che quando mi emoziona, Virzì è capace di farmi dimenticare tutto quello di male che può avere girato, in passato.
Sono andato a vedere La pazza gioia, senza saperne niente. Sapevo di due donne in viaggio, ma null’altro, a parte che nel cast c’erano Micaela Ramazzotti (ormai diventata sua moglie) e di Valeria Bruni Tedeschi, già presente nella pellicola precedente, Il capitale umano.
Non sapevo cosa aspettarmi. Visto il tema (due donne ospiti di un ospedale psichiatrico, scappano e vanno alla ricerca della loro vita precedente al ricovero), temevo l’effetto classico dei film italiani di questo tipo, carichi di retorica, di inutili orpelli, della ricerca di momenti tristi.
E invece…

Non si può parlare de La pazza gioia, senza parlare delle sue protagoniste.
Micaela Ramazzotti non si discosta troppo dalle sue interpretazioni precedenti, quella ragazza sbattuta e difficile, con gli strascichi, le paure, le cicatrici (fisiche ed emotive). Poi arriva il momento del film in cui racconta la sua storia e tutta la fragilità e il dolore di Donatella emergono, con il coro della sua co-protagonista, e la Ramazzotti sembra, finalmente, cresciuta e un’attrice completa.
Valeria Bruni Tedeschi, con la sua Beatrice, vulcanica, rumorosa, accentratrice, si prende sulle spalle una buona parte del film e del ritmo dei dialoghi e degli avvenimenti, e lo fa in modo convincente, sebbene, ogni tanto, troppo carico.
Ma è l’alchimia tra le due attrici e tra i due personaggi a funzionare benissimo.

virzì

La pazza gioia è un atto d’amore verso le donne. Donne complicate come le protagoniste, donne pazze come le loro compagne nella casa di cura (e come loro), donne forti come la loro dottoressa e le infermiere. La pellicola si permette di mettere in campo le mille sfumature dell’animo umano e di dargli l’aspetto di una donna. Che soffre, che sorride, che ha paura, che cerca la sua strada e, a volte la trova, a volte, banalmente, no.
Non è un film consolatorio. Non è un film che ti dà una soluzione o che ti dice che le cose si risolveranno. Ci sono situazioni disgraziate che non trovano una conclusione positiva, ci sono traumi che non si rimarginano (la scena del tentato suicidio è stata una delle più sgradevoli e cariche di tensione che ho visto da un sacco di tempo a questa parte). Si può, però, trovare la pace e Virzì dice che, in fondo, possono farcela anche dei pazzi e allora, forse, possiamo anche noi.

Sono andato a vedere La pazza gioia senza sapere nulla. Sono uscito senza sapere nulla, perché non è un film che insegna, ma è un film che racconta una storia e lo fa bene. Dovendo indicare un merito della pellicola, è questo: la capacità di raccontare, di farlo senza risparmiarsi, riuscendo a non essere perfetta, a volte essendo prevedibile, ma trascinandoti nella storia e non lasciandoti andare, fino alla fine. È buon cinema ed è qualcosa che non troviamo tanto, in giro.

 

Soffre di bulimia cinematografica e quindi guarda di tutto e la cosa gli piace, tranne quando si ritrova a chiedersi "Perché sto guardando Step Up 4?". La risposta è che non ha importanza, fino a quando è seduto dentro una sala, al buio, sprofondato in una poltrona (oddio, magari nel caso di Step Up 4 un po' di importanza ce l'ha, ma sorvoliamo).

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This article was written on 16 Giu 2016, and is filled under Scuse per parlare di film.

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