La risposta alla domanda “vado a vedere il film sui Queen o no?”


Potrei scrivere semplicemente “sì” e finirla qui, ma capisco che poi dovrei tornare enne volte a fare a borsettate coi detrattori, quindi tanto vale spendere fin da subito due parole in più.

I titoli di testa mettono subito le cose in chiaro con una fanfara della 20th Century Fox schitarrata in stile Queen e capisci che non sarà semplicemente un film sulla nascita e ascesa dei Queen, ma un vero e proprio bagno nella loro musica. E di musica ce n’è tantissima, ci sono le folle oceaniche e le sale di incisione con le sperimentazioni più folli (anche se già so che, nei prossimi anni, ci saranno decine di wannabe musicisti che, dopo aver visto questo film, penseranno che per fare un capolavoro basta buttare una manciata di monete sul rullante di una batteria e saremo costretti a prenderli a mazzate).

Is this the real life or is this just fantasy? si chiede in apertura il brano che presta il titolo al film, e proprio perché non sappiamo se questa sia la vita reale o soltanto la nostra immaginazione dobbiamo accettare che quello che ci viene raccontato sullo schermo sia una storia veritiera o, per lo meno, il più veritiera possibile.

Non è un film perfetto, né un film rigoroso dal punto di vista documentaristico, ma sono più di quarant’anni che sbaviamo dietro a cannonate esplosive sparate dalle astronavi nello spazio, supereroi che volano e maschi zenzibbili che si innamorano di cameriere/segretarie/babysitter bruttine che diventano Miss Universo appena si sciolgono i capelli, mo’ non è che potete venire qui a farmi le pulci sulla pertinenza dei fatti narrati, per piacere. È un film, ok? Godetevelo come un film e come l’occasione per farvi venire voglia di ascoltare tutti i dischi e guardare tutti i video su cui riuscirete a mettere le mani.

Peraltro che si tratti di un film che vuole restituirti un senso di verosimile straniante (le espressioni che fa Freddie con la bocca, tra il monello e l’imbarazzato, vanno a scavare come un intaglio nella memoria), ma non voglia illuderti fino in fondo, lo capisci alla prima inquadratura degli occhi di Rami Malek, che interpreta Freddie: dove il vero Freddie aveva occhi scuri, tondi e profondi, il suo doppio cinematografico mantiene senza artefatti i suoi occhi tagliati e di un azzurro profondo: come a dire “l’illusione è potente, ma Freddie era unico”.

Invece Brian May hanno deciso di farlo bene bene, forse pure meglio dell’originale, anche se non gliela fanno proprio a non scadere nel macchiettistico, con lui e con gli altri membri della band. Per tacere del manager della band, che tira fuori una citazione strepitosa non appena ti rendi conto che è interpretato da Mike Myers (in sala l’abbiamo capita forse in tre, ma ci ha ammazzati).

Molti tra coloro che ne conoscevano meno la biografia invece resteranno sorpresi dall’apprendere del rapporto di Freddie con Mary, il suo grande amore di gioventù, che anche nella realtà è rimasta il vero punto di riferimento nella sua vita nonostante tutto (e nonostante le incursioni in una sessualità diciamo più “fluida”), che è stata la persona che ha ereditato il grosso delle sue sostanze e pare sia la sola a sapere dove sono state disperse le sue ceneri. 

Bohemian Rhapsody – questo il vero titolo anche se dubito che più del 5% della popolazione mondiale lo chiami diversamente da “il film sui Queen” –  ti racconta la genesi della band, delle canzoni, dei dischi, ma più di tutto ti racconta la difficoltà di ciascuno di noi di trovare il proprio percorso umano e professionale. Attraverso la storia di Freddie (o di una versione verosimile della sua storia) ti parla della fatica di ciascuno di trovare un equilibrio tra ciò che ti aggancia alle tue radici e ciò che hai voglia ti porti lontano. Persino se sei un fottuto genio della musica e uno dei più incredibili cantanti della storia del rock. 

Io l’ho trovato bellissimo e secondo me va visto assolutamente: per ritrovare la magia della loro musica (che dopo la visione di questo film non potrai fare a meno di andare a ricercare e riascoltare per giorni), per emozionarsi di nuovo nel rivedere certi movimenti sul palco e certe espressioni e per ritrovarsi, come me, a rientrare a casa dopo lo spettacolo, avvicinarsi ad una finestra e – guardando fuori nel buio – accendere e spegnere tre volte una abat jour.

Is this the real life or is this just fantasy? In fondo, se ci pensate, non è sempre poi così importante saperlo.

 

 

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This article was written on 17 Dic 2018, and is filled under Scuse per parlare di film.

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