…e tu vivrai nel terrore! L’aldilà ovvero Lucio Fulci, Catriona MacColl ed io


Se dovessi definire Fulci in una parola?

“Incredibile.”

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Questo signore qui.

Dopo l’excursus nel poliziesco, Lucio Fulci ritorna prepotentemente al genere per il quale verrà ricordato, l’horror, realizzando il suo capolavoro stilistico. Non siamo dalle parti di produzioni hollywoodiane con post-produzioni lunghe anni e anni alla ricerca delle giuste informazioni, location adatte e buoni attori da ingaggiare quindi, finito Luca il contrabbandiere, Fulci si butta a capofitto nella realizzazione di …e tu vivrai nel terrore! L’aldilà (ma quanto sono belli questi titoli?), proseguendo quella che successivamente verrà chiamata Trilogia del terrore iniziata con Paura nella città dei morti viventi e che si concluderà con Quella villa accanto al cimitero. In L’aldilà, Fulci prosegue il discorso narrativo già intrapreso con quello che da questo momento chiameremo solo Paura altrimenti mi mangio mezza riga ogni volta che devo citare il film. Onirismo, surrealismo e uno svolgimento della storia frammentario e a tratti apparentemente casuale che coinvolge i personaggi solo per direzionarli meglio verso il loro inesorabile destino. Cioè la morte, mi sembra chiaro.

Siamo nel 1981 e il filone della casa infestata è tornato di moda grazie al successo di Amityville Horror che apre le porte ad una serie di divagazioni sul tema e, soprattutto, regala al sistema produttivo italiano una nuova gallina dalle uova d’oro: ha inizio la corsa alla realizzazione di film su case, hotel, scuole e chi più ne ha più ne metta, basta che contengano uno o più fantasmi o mostri. L’aldilà nasce proprio in questo periodo con il produttore Fabrizio de Angelis che riesce ad ottenere un finanziamento sulla base del solo titolo, ingaggiando poi Dardano Sacchetti, uno degli sceneggiatori più importanti del cinema di genere italiano prima che l’ispirazione lo salutasse senza più fare ritorno, che presentò una sceneggiatura scritta dopo dieci giorni di bottiglie di vodka e sigarette, talvolta senza mai dormire. Cosa che a tratti può anche risultare evidente in qualche passaggio della pellicola ma non stiamo a mettere i puntini sulle i. Insomma, Lucio Fulci viene ingaggiato e si comincia. Ne viene fuori un film spettacolarmente godibile anche oggi con effetti speciali a tratti migliori di alcuni horror in circolazione. E siccome i libri su Fulci reperibili dicono sempre le stesse cose e io nel 1980 non ero nato, ho deciso di telefonare a Catriona MacColl, la Liza de L’aldilà ma protagonista anche negli altri due film della cosiddetta Trilogia, per sapere qualcosa di più di Lucio Fulci, di questa collaborazione ricordata ancora dopo più di trent’anni e di com’era lavorare in quei set dove l’ingegno faceva da padrone. Nata in Inghilterra, cresciuta in Francia e diventata celebre grazie a questi film apprezzati oggigiorno, Catriona, che ringrazio infinitamente, mi ha assecondato, rispondendo alle domande con estrema gentilezza e disponibilità. Seguirà un estratto conto della bolletta dopo la telefonata internazionale.

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Grazie Catriona, anche a nome della mia professoressa di inglese che non è morta di vergogna.

Partiamo ancora prima dell’inizio: avevi mai sentito parlare di Fulci prima di lavorare con lui? Avevi visto i suoi film?

“No, prima no perché penso che i suoi film non fossero mostrati in Francia, forse in qualche piccolo cinema ma niente di grosso. E no, non avevo idea di chi fosse. Tutto quello che sapevo era che sarei stata mandata a Roma per incontrare un regista per un film horror ed ero abbastanza nervosa all’idea di farne uno. Decisi di andare comunque per vedere che sarebbe successo.”

Ho letto che è stato il tuo agente a portarti il copione di Paura nella città dei morti viventi: qual è la prima cosa che hai pensato appena ti è stato detto il titolo?

“Il mio agente italiano Giuseppe Perrone era a Londra alla ricerca dell’eroina di Paura e, dopo aver incontrato altri agenti del posto, è tornato a Roma con una serie di foto di giovani attrici per incontrare Lucio. Lucio ha scelto la mia foto dicendo che voleva incontrarmi ma, successivamente, ho avuto l’impressione di aver tenuto una strana audizione: nel momento in cui sono entrata sembrava che Lucio avesse già deciso. E’ l’unica volta che mi è successo in tutta la carriera.”

E soprattutto, considerando che, semplificando, in Paura succede un sacco di roba ma sembra succedere molto a caso, con zero spiegazioni e quasi come se la trama non si svolgesse, cosa hai pensato una volta letto il copione?

“Io non avevo mai letto il copione di un horror. E la traduzione inglese dello script non era un granché, non so se la versione italiana suonasse meglio, probabilmente sì, ma la versione inglese non filava molto bene. Aldilà di questo, ho pensato che la storia fosse una sorta di pretesto per mostrare tutti gli effetti e gli shock. Con il senno di poi mi sono sentita in colpa di aver pensato così, quando ho conosciuto Dardano Sacchetti che è un uomo così intelligente. Forse è perché, venendo dall’Inghilterra, vivendo in Francia ed essendo cresciuta con l’idea dei ‘film d’autore’, non ero abituata a leggere cose di questo tipo. Una volta finito di leggerlo non sapevo bene cosa pensare anche perché quando ho incontrato Lucio mi disse ‘Leggi e domani dammi una risposta’. Così feci una telefonata al mio agente inglese, che non aveva assolutamente letto il copione, il quale mi chiese ‘Vuoi andare in America?’, e risposi ‘Sì, certo’, ‘Vorresti passare 7-8 settimane a girare a Roma?’ ‘Sì’ ‘Hai altri progetti al momento?’ ‘No’ ‘Hai bisogno dei soldi?’ ‘Sì’ e quindi mi disse la famosa frase ‘Beh, allora fallo, non lo vedrà mai nessuno’. E’ l’aspetto ironico della vicenda. Ora le generazioni successive si possono godere qualcosa di veramente speciale che nessuno, specialmente io, pensava di stare realizzando a quel tempo.”

L’inizio di una collaborazione che comunque ha fatto la storia del cinema horror italiano, e non solo: della Trilogia del terrore il più celebre è L’aldilà, il migliore dei tre. Secondo te che cosa lo fa un grande film dell’orrore anche dopo più di 30 anni?

“E’ già interessante il fatto che non fosse nata come una trilogia perché ovviamente sono io il fattore comune. Se devo dire la verità tutto quello che riguarda Lucio è molto complesso e intimo. Penso che i personaggi siano una delle cose migliori. Inoltre anche il fatto di lavorare con la stessa crew, con quell’atmosfera famigliare che si creava. L’aldilà è sicuramente il mio preferito dei tre ed è probabilmente quello con più ‘macabre poetry’. Per esempio, l’inizio è molto forte, tutte le volte che lo vedo mi impressiona. Ma mi piace molto tutta l’atmosfera di quel film. E’ una combinazione di molte cose alla fine: personaggi, storia, atmosfera, New Orleans, poesia, musica.”

L’aldilà narra una storia semplice e classica: Liza Merril eredita un albergo a New Orleans nel quale cominciano ad accadere strani avvenimenti a causa di una delle sette porte dell’Inferno sulla quale l’edificio (che a quanto pare si chiama Hotel “Sette porte” non per il numero di camere contenuto) è costruito. Seguono morti spettacolari e destini già scritti. Non tutta questa originalità, certo, ma tutto quello che può servire per creare un bel film dell’orrore che come al solito verrà recepito dalla critica italiana in malo modo; il Corriere della Sera dell’epoca, per fare un esempio, definisce la recitazione “improvvisata” in un film che raggiunge il primato soltanto nello “stomachevole”, ritenendolo quindi meno tollerabile della pornografia. E allora tutti a vedere film porno.

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Hotel Sette Porte: un piacevole soggiorno per tutta la famiglia tra paludi, morti viventi e varchi per l’Inferno.

Liza Merril, il tuo personaggio, sembra quasi corrispondere alla trama del film: si conosce poco o nulla, azione scarsa e irrilevante e tutto procede verso un destino che sembra già scritto. Come hai fatto ad approcciarti ad un personaggio da un lato apparentemente semplice e banale ma dall’altro enormemente misterioso?

“Ad essere onesta, in tutti e tre i film ma principalmente ne L’aldilà, i personaggi femminili non avevano molta sostanza. Nelle pagine non c’era scritto molto su chi fosse questa ragazza. Io mi definirei un’attrice istintiva. Lucio non spiegava molto, non amava le lunghe discussioni sui personaggi e robe del genere, ti diceva semplicemente di farlo. E il fatto che non avesse mai nulla da dire sulle mie performance, sottintendendo quindi che andassero bene, ha fatto sì che la mia sicurezza crescesse. Si era creata una sorta di fiducia silenziosa perché non diceva mai nulla, mai un ‘Sei stata brava’ ma solo ‘Bene, andiamo oltre’. Non ha mai diretto i personaggi in maniera pesante. Ho messo parecchio di me in questa interpretazione; ho preso i punti di forza e le debolezze del personaggio e le ho fatte mie. E, sicuramente, se io personalmente fossi in una situazione del genere, che Dio me ne scampi, cercherei di fare qualcosa per risolvere la situazione ma ne L’aldilà lei è la vittima della storia che ha avuto luogo precedentemente all’hotel e non so cosa realmente avrebbe potuto fare se non scappare. Ci prova a scappare dal male ma si tratta di fronteggiare forze paranormali, non so cosa avrebbe potuto fare in questo contesto. Ma ho deciso di dare ad ogni personaggio una certa sostanza basata su me stessa perché essenzialmente non avevo tanto materiale su cui basarmi.”

Ne L’aldilà c’è gente che muore male in qualsiasi modo mentre invece tu diventi solo cieca alla fine del film. Non ci sei rimasta un po’ male a non essere stata presa di mira da una morte violenta mentre tutti gli altri hanno sguazzato nel sangue finto? O sei orgogliosa di essere arrivata in fondo “da viva” in un film di Fulci?

“Beh, devo dire che, sì, la fine dei suoi film è sempre piuttosto astratta, Paura è completamente astratto. Cioè si capisce cosa sta accadendo ma non c’è alcuna conferma sull’accaduto. Io personalmente mi sono trovata benissimo durante la lavorazione di questi film e sembrava di stare in famiglia all’epoca del secondo film. Il cinema italiano era in declino e alle persone non importava cosa dovessero fare, se commedie o sex movie o film horror. Certo, so che c’è una differenza bella grossa tra girare un porno e un horror. Quindi era come stare in una grande famiglia, Sergio Salvati, Rita Agostini e Maurizio Tani sono stati tutti grandi persone, favolosi tecnici che mi facevano sentire completamente a mio agio e al sicuro. E amavo anche venire a girare a Roma, ovviamente. E’ stata ogni volta una grande avventura e amavo girare per la città quando ne avevo la possibilità. Ho risposto alla domanda?”

(Direi di no ma era una domanda stupida quindi non ho osato risponderle in modo contrario)

In vari libri ho letto che Fulci era uno piuttosto difficile ed esigente sul set tanto da litigare spesso con gli attori. Era vero?

“(temporeggia) Beh, tutte le discussioni avvenivano in italiano, quindi diciamo che ero come protetta perché non riuscivo a capire che cosa si stessero dicendo. Comunque Fulci è stato particolarmente duro con alcune giovani attrici, è risaputo che non trattava benissimo Daniela Doria (Rosie Kelvin in Paura) facendole fare le cose più disgustose che io non avrei fatto. Quando ho letto per la seconda volta il copione di Paura, mi sono resa conto che in realtà avevo pochissime scene che necessitavano di effetti speciali mentre ad altre persone è andata peggio. Beh, forse ingenuamente non realizzavo appieno che il fatto che io non mi stessi sottoponendo a quelle cose orribili, obbligava qualcun altro a subirle. Ero comunque scioccata da quello che alcuni dovevano fare.”

Criticato per l’apparente assenza di stile rispetto al collega Argento, amato e apprezzato dall’Italia intera “che ussignòr gli farei dirigere pure la diretta di Miss Italia quanto è bravo”, Fulci realizza uno dei film più pessimisti della sua intera carriera, dirigendo una storia incredibilmente statica nella quale si aggirano personaggi incapaci di reagire a tutti gli eventi negativi che vengono sprigionati dalla porta dell’Inferno, soccombendo alla malvagità contenuta nell’albergo. Albergo che tiene sotto scacco tutti i protagonisti: tutte le volte che cercano di capire le motivazioni di questi strani fenomeni o che tentano di fuggire, vengono come ricatturati e riportati nelle sue fondamenta. Se l’hotel maledetto rappresenta una trappola per i personaggi di questa pellicola, Fulci utilizza il film per ipnotizzare e catturare a sua volta gli spettatori, distruggendo la linearità della narrazione e indugiando come suo solito sulla violenza per far sentire a disagio lo spettatore, inconsciamente e voyeuristicamente attratto dalle macabre visioni. Un film ora ritenuto uno dei più importanti del genere horror grazie anche alle evidenti influenze letterarie di Howard Phillips Lovecraft, importantissimo scrittore di inizio ‘900, con le sue opere caratterizzate da terrore, surrealismo, tensione e pessimismo.

L’aldilà, come tutti i film di Fulci, ha avuto più successo in giro per il mondo che in Italia: per quali ragioni secondo te gli italiani non hanno mai considerato Fulci un autore come invece è accaduto con Argento?

“Anche le persone che non sono mai state interessate a film di questo genere ora conoscono chi è Fulci. Sicuramente conoscono più Argento ma Fulci ora è conosciuto più di prima. Forse la formula di Argento, il ‘giallo’, era più definita nello stile, anche se pure Fulci aveva uno stile e forse è proprio per questo che ora la gente ne sta parlando. E’ difficile da dire, sono sicura che lui ora sarebbe molto felice di sapere che i suoi film vengono conosciuti e citati da persone come Tarantino e anche altri registi che mai hanno avuto a che fare con l’horror. Forse era una questione di modi di essere e di pensare, molte persone raccontavano di questa guerra tra Fulci e Argento mentre altri negavano questo. E’ difficile da dire ma io non sono mai stata coinvolta. Sicuramente Lucio era il regista che voleva essere e questo implicava alcune difficoltà di relazione, anche con i produttori a volte e so che anche lo stesso Argento non era particolarmente semplice come carattere. Ma… Non so, non riesco a darti una risposta diretta. Tu che ne pensi?”

(Ed è in questo preciso istante che è venuto fuori tutto il mio scarso apprezzamento per Argento che ora non vi sto ad argomentare perché altrimenti divago e già il pezzo è lungo. Ma quanto è brutto Il cartaio? E La terza madre? Cioè, non vorrete mica dirmi che Tenebre è bello? E quel mostro di cartone nel finale di Suspiria? E Opera? Santo cielo, Opera. Ok, andiamo avanti.)

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Dario, tranquillo, si sta chiacchierando.

Una volta terminato di lavorare con lui, sei rimasta in contatto con Fulci?

“No, ho provato a rimanere in contatto un po’ con Malco (Paolo, il Norman Boyle di Quella villa accanto al cimitero con il quale Catriona mi ha rivelato di essere stata particolarmente amichevole, cosa avrà voluto dire eh?) ma sfortunatamente non riuscivo a tornare a Roma molto e soprattutto non c’era altro lavoro per me in Italia quindi no. In Italia avete avuto tante altre giovani ed attraenti attrici quindi non servivo necessariamente io e sarebbe stato anche duro riuscire a comunicare a causa della lingua, io parlavo poco italiano.”

Ma, soprattutto, volevo chiederti: hai recitato in film horror, ma il genere a te piace?

“Beh, allora non mi entusiasmava tanto. Io ero una ragazza cresciuta con la tradizione inglese del fantastico alla Shakespeare, alla Hitchcock. Certo, mi piacciono tutti i bei film indipendentemente dal genere, principalmente thriller. Ma oggigiorno vengo invitata in moltissimi festival (come il Sitges o il Frightfest di Londra) che sono cresciuti con il genere horror grazie a bravissimi registi. Ma non sopporto gli slasher in particolare. Mi piace ogni film che sia un buon film. Le persone hanno le idee sbagliate su questo genere, dicono che non riescono a vedere questi film perché ci sono troppi morti e si impressionano ma non tutti gli horror sono sangue e budella. Anche perché ormai il cinema mainstream è diventato più horror.”

Che differenza c’è tra un set di Fulci anni ’80 e un set del 2015, secondo te?

“La tecnologia. Grazie a Dio, all’epoca non avevamo la stessa tecnologia che si ha oggi perché probabilmente non sarebbe stato lo stesso. Non avrebbe avuto la stessa poesia, questa poesia macabra e questa atmosfera, così come gli effetti tutti creati artigianalmente. Oggi si sarebbe risolto tutto con Photoshop o con software del genere.”

Dagli anni ’80 in poi le cose cambieranno radicalmente: la televisione acquisirà sempre più potere a discapito del cinema di genere, e quindi delle piccole produzioni, che troveranno sempre meno spazi, soldi e idee. Fulci verrà risucchiato da questo mondo in declino, realizzando pellicole sempre più banali e scadenti, tentando numerose volte di risalire quella montagna che ha scalato per tutta la sua carriera nella speranza di arrivare più in alto possibile ed essere riconosciuto come un regista, un autore vero e proprio, e non solo un mero realizzatore di film d’exploitation. Dopo i fallimenti di Zombi 3 e del delirio semi-biografico de Il gatto nel cervello, Fulci si rivolge addirittura all’amico/nemico Argento per la produzione di un nuovo film che mai realizzerà. Un uomo che ha dato tanto al cinema italiano senza ricevere i dovuti riconoscimenti. Un emblema di un certo tipo di cinema che in tanti hanno amato o disprezzato ma che difficilmente tornerà. L’horror italico è ormai morto, viva Lucio Fulci.

 

Giacomo Borgatti
I genitori lo iniziano alla settima arte grazie a operai cassaintegrati inglesi che si spogliano per fare qualche soldo. Da quel momento, il cinema è la sua droga. Amante dell’horror, dei musical (ma quanto sono belle quelle coreografie tutte sincronizzate?) e dei fumetti, crede e spera che Christian De Sica sia un’allucinazione collettiva o una grande burla allo spettatore ormai impossibile da fermare.

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