L’anima degli Amortéz


665Conoscevamo uno sceneggiatore, Giacomo DePaoli, detto er Pecora. Lo chiamavano Pecora perché di quegli animali aveva la calma, il carattere mite, un mazzo di capelli ricci seminati in testa e il vizio di masticare sempre qualcosa. Ma come sceneggiatore un minimo di talento lo aveva.

Un giorno ci si presentò con un film. Si intitolava “L’anima degli Amortez”.

E de tu’ nonno, gli risposi di primo acchitto. In effetti la parola Amortez si pronunciava così, Amorté, alla francese, e dava quindi adito a qualche dubbio. Conoscendo er Pecora, poi, che con le parole ci campava, i dubbi che restavano erano ben pochi.

Er Pecora ci disse allora che aveva messo su questa storia per un pazzo, uno di quelli che chiamavamo Cravattari, cioè uno strozzino, che a forza di prendere la gente per la cravatta aveva messo su una fortuna, e come facevano in molti aveva deciso di usarla per ripulirsi il nome  col cinema. Lo strozzino viveva in una bella villa fuori Roma, anche questa frutto dei suoi magheggi, e aveva giusti giusti un po’ di milioncini da usare per farci un film. Aveva contattato un tizio, che aveva contattato un altro tizio, che aveva contattato un altro tizio ancora, e questo ultimo tizio aveva tirato dentro er Pecora.

Il film da scrivere era un horror. Perché costava poco, perché alla gente piaceva, e perché al Cravattaro era stato impossibile far digerire qualsiasi altra cosa. Neanche la moglie, che avrebbe preferito una storia d’amore tipo quelle strappalacrime con Amedeo Nazzari, era riuscita a fargli cambiare idea.

Insomma, er Pecora alla fine aveva tirato dentro noi. C’era da fare due soldi, il prodotto non doveva avere nessuna pretesa di qualità, e chi lo aveva commissionato non ci capiva niente.

Er Pecora aveva scritto una storia in tre parti, ognuna delle quali parlava di un membro di questa famiglia degli Amortez: nonno, padre e figlio. Ognuno dei quali vittima di una qualche maledizione. L’atmosfera voleva essere un incrocio tra quella dei film della Hammer e le storie tenebrose di Mario Bava (che in confronto a noi era un Dio; peccato che pochi se ne siano accorti, all’epoca!), e il punto comune era che i protagonisti facevano sempre una brutta fine.

Oddio, a dire il vero di punto in comune ce n’era un altro: il nonno era un ubriacone che per sfuggire al terrore del fantasma si scolava barilotti interi di Amontillado; il padre era ubriacone pure lui, e per farsi forza scolava vini rossi come fossero Crodini. E infine, tanto per cambiare un po’, c’era il figlio che però non beveva. Era morfinomane.

Visto che il film parlava di tre generazioni della stessa famiglia, decidemmo di usare sempre la stessa location, e cioè la casa di certi baroni decaduti, che per buona parte era ancora in piedi e aveva in più delle parti abbandonate o crollate. Poi, visto che durante la settimana lavoravamo a un peplum, e gli Amortez li giravamo solo di sabato e domenica (per arrotondare un po’), la sera del venerdì caricavamo tutta la roba del set peplum ( i massi, gli alberi, le grate, le catene, i fumogeni) e la portavamo alla villa per creare l’atmosfera horror.

Il cast (chiamiamolo cast) lo mettemmo in piedi altrettanto velocemente. Siccome lo spettro del primo episodio era un gigante medioevale usammo lo stesso attore del Peplum, tale Mario, grosso e squadrato. Per la seconda parte chiamammo un vecchio attore di teatro che aveva delle maniere signorili, e che usavamo quando ci serviva qualcuno che facesse il nobile. Siccome il fantasma del secondo episodio era anche un vampiro (non chiedetemi perché) andava benissimo. Per l’ultimo spettro, invece, usammo una vecchia, la suocera di un elettricista, che ogni tanto la “noleggiava”.

Quest’ultimo personaggio merita due righe in più: la vecchia aveva una settantacinquina d’anni, e da giovane aveva fatto teatro. Poi, invecchiando, era uscita di testa, e quando le girava storta si convinceva di essere una delle streghe del Macbeth, o qualche personaggio del genere che ora non ricordo. Si metteva un velo in testa, una camicia da notte, e girava per i cortili ululando. Quindi per noi andava benissimo.

Dottò, vedra, è buona, non da nessun fastidio! ci disse il genero quando l’andammo a prendere. Basta che le dite che c’è lo spettacolo e la fate ululare. Capito dottò? E insomma, a parte che di tanto in tanto spariva e bisognava correrle dietro in mezzo ai campi, la vecchia andò benissimo.

L’unico problema  ce lo diede il Nobile: a un certo punto, in cerca di ispirazione, si infilò in un cimitero e si mise a girare tra le tombe tenendo le dita piegate a coppetta, tutte arricciate, come se avesse in mano un teschio. Le nonnette che venivano a portare i fiori si accorsero di lui, chiamarono la polizia, e il nostro attore finì in questura. Ci toccò partire con il girato, e convincere i poliziotti che il tipo stava solo facendo il suo lavoro, e fortunatamente quelli si convinsero, e anzi il girato gli piacque pure. Ci chiesero un mazzo di biglietti omaggio per il cinema e ci lasciarono andare.

Finimmo il film nel giro di tre mesi (ma come ho detto girando solo i sabati e le domeniche). Fu montato, doppiato, distribuito. Girò per le sale, andò nelle reti nazionali e finì pure all’estero. Tutto questo nonostante non avesse un solo elemento originale e innovativo, anzi era una perfetta rimasticatura di tutti i luoghi comuni di quel certo tipo di cinema, compresi i massi di cartapesta. L’unica cosa che il produttore fece fu cambiare il titolo, che in effetti poteva creare qualche problema. Al suo posto venne scelto “Le tre facce del terrore – la PAURA ritorna!”, che insomma era un tentativo di far passare questa opera squallida, con dentro una vecchia malata che ululava alla luna, come un seguito dei “Tre volti della paura” di Bava.

Io ci comprai la cucina nuova per mia moglie.

Poi, un giorno, si venne a sapere che il film era in realtà una gran presa per il culo del signor Cravattaro e di tutta la sua famiglia. Gli Amortèz non erano altro che i parenti dello strozzino e lo strozzino stesso, ritratti da er Pecora in maniera – mi dissero – abbastanza fedele. Il motivo? Anche il padre del Pecora era stato vittima del Cravattaro, e da quella botta non si era mai ripreso.

Certo, il mio amico aveva cambiato qualche riferimento e qualche nome per cercare di mettersi in qualche modo al sicuro, ma la cosa alla fine non gli bastò: un cugino andò a vedere il film, riconobbe i suoi parenti, fece due più due e andò a riferire ogni cosa.

Er Pecora lo presero in tre, all’uscita da un ristorante. Lo portarono fin quasi a Civitavecchia, e gli spezzarono tutte e due le gambe a bastonate.

Mi diletto di stregoneria. Laureato all'Harvard Business School, ho viaggiato in lungo e in largo. Ho avuto la peste bubbonica e questo è stato il periodo più sereno della mia esistenza. Ho visto L'esorcista 170 volte, e mi sganascio dalle risate tutte le porche volte che me lo vado a rivedere, Per non parlare del fatto che anche se stramorto sono ancora qui. Allora che ve ne pare? Sono buone le referenze?

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This article was written on 16 Ott 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

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