Pellegrinaggi cinefili – L’exposition François Truffaut


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Quando ho visto per la prima volta i 400 colpi di François Truffaut avevo a malapena l’età di Antoine Doinel nel film.

Non è stata una scelta intellettuale dettata dalla consapevolezza dell’importanza di Truffaut come cineasta e come autore nella storia del cinema. A quello ci sono arrivata dopo e in modo accidentato. Il primo incontro è stato quasi casuale, dettato da una combinazione di fortunati eventi. E come a volte accade con gli incontri casuali è stato l’inizio di un grande amore con quel film, con  Truffaut, con il suo cinema.

Il 21 ottobre 2014 cadeva il trentennale della morte di François Truffaut e la Cinémathèque Française di Parigi ha celebrato la ricorrenza in diversi modi, proiettando per settimane tutti i suoi film, organizzando incontri e conferenze sulla sua opera e,  soprattutto, con una grande mostra che ha intitolato, semplicemente: L’exposition François Truffaut.

E così mi sono ritrovata una soleggiata mattina di fine novembre ad attraversare il parco di Bercy per raggiungere la Cinemathèque emozionata quasi come se avessi appuntamento con il primo fidanzatino delle medie.

E non sono stata delusa.

Le(s 400) coup de foudre.

Guardando il provino che un Jean-Pierre Léaud quattordicenne fece per I 400 colpi è difficile non trovarlo irresistibile con la sua spavalderia infantile e non trovarlo perfetto per il ruolo di ragazzino turbolento e incompreso che poi impersonerà, ed è certamente quello che vide Truffaut quando lo scelse per il film.

Ma tra Truffaut e Léaud non si trattò solo di un regista e di un attore che si trovano per un film, per un ruolo ma di un vero colpo di fulmine. Truffaut sarà per Léaud una figura di riferimento fondamentale e Léaud per Truffaut un figlio spirituale, il ragazzo e poi l’uomo su cui costruire il personaggio di Antoine Doinel che crescerà e maturerà con lui. In uno dei numerosissimi resoconti di quell’incontro qualcuno ha detto “Truffaut soccombe al fascino di Léaud” e leggendo la scheda di casting che Truffaut compilò dopo quel provino la cosa appare evidente.

Truffaut scrive di Léaud: molto bello, un po’ femminile. La sua lettera è molto bene scritta, semplice, pulita. Intelligente.

E si appunta un nome. Antoine.

Les femmes d’à coté. 

Moreau, Deneuve, Ardant, Adjani. Basterebbero questi nomi da soli a dire tutto del grande amore di François Truffaut per i suoi personaggi femminili e per le attrici che li hanno interpretati e per le donne, più in generale. Una sala dell’esposizione della Cinémathèque è dedicata alla “passion amoureuse” rappresentata attraverso le immagini delle sequenze più appassionate e tragiche della cinematografia di François Truffaut.

In una delle sue citazioni più famose Truffaut dice più o meno “Voglio che i miei film diano l’impressione di essere stati girati con la febbre a 40°” le passioni e le ossessioni che accecano, infiammano, paralizzano o fanno troppo osare sono quasi una costante in Truffaut. Anche le domande e i tentativi di definizione dell’amore che attraversano tutta la filmografia di Truffaut raccontano una visione passionale e travolgente dell’amore.

Eppure anche in una delle scene scelte per questa sezione della mostra, quella in cui la passione amorosa è messa in scena nel modo più straziante e drammatico, e cioè sequenza del finale di “La signora della porta accanto”, è evidente come in Truffaut l’intensità della passione, per quanto travolgente o distruttiva, non superi mai l’amore del regista per le donne e per la loro bellezza che non ne vengono infatti mai sfigurate, anzi, ne sono esaltate.

Tirez sur le pianiste?

Avevo sempre trascurato di soffermarmi sulla musica nel cinema di Truffaut, considerandola forse un tratto secondario di un cinema molto centrato sulla scrittura, sui personaggi, sui dialoghi. Tra i meriti della mostra della Cinémathèque c’è quello di dare spazio anche a questo aspetto ricordandoci quanto non sia affatto secondario.

Un esempio,  anzi due.
I titoli di testa di Baisers volés

Le tourbillon de la vie, Jules e Jim.

L’homme qui aimait les livres

Truffaut aveva un profondo rapporto con i libri, con la letteratura, e più in generale con la parola scritta. Non a caso i suoi esordi nel mondo del cinema sono stati come critico cinematografico e altrettanto significativo è il fatto che abbia spesso adattato per il cinema opere letterarie.

Molti tra i documenti esposti nella mostra sono testimonianza di questo rapporto appassionato: le copie dei romanzi che intendeva adattare fitti di appunti, le lettere  piene di ammirazione a Henri-Pierre Roché (autore di due romanzi da cui Truffaut ha tratto dei film: Jules e Jim e di Le due inglesi e il continente), le sceneggiature piene di correzioni.

Ma tra tutti l’oggetto forse più simbolico è l’invito alla prima di Fahreneit 451, raffigurante la copertina bruciata di un libro.

Ci sarebbe molto ancora da dire su una mostra ricchissima di foto, oggetti, lettere, costumi, filmati, interviste, testimonianze. Ciascuno racconta qualcosa di François Truffaut,  un pezzo della sua vita, della sua personalità, della sua visione della vita e del cinema. E tutto, in perfetta armonia con la personalità di Truffaut e con il suo cinema, emana umanità e intelligenza. La mostra si è chiusa lo scorso 1° Febbraio ma fortunatamente il catalogo che Cinemathèque ha pubblicato con Flammarion (purtroppo solo in francese) è molto completo e rispecchia perfettamente lo spirito con cui è stata realizzata, l’esposizione, che è, più che una inevitabile e dovuta celebrazione, un ricordo pieno di affetto. Un ultimo consiglio, per immergervi nell’atmosfera della Nouvelle Vague e conoscere più da vicino la figura di Truffaut attraverso la storia della sua amicizia  (della rottura della stessa) con Jean-Luc Godard recuperate lo splendido documentario “Deux de la vague“.

Il 6 Febbraio François Truffaut avrebbe compiuto 83 anni. A Parigi gli hanno intestato una via nel quartiere di Batignolles, a poche decine di metri da dove alloggiavo nella mia visita di novembre.  Prima di ripartire, per completare quella specie di pellegrinaggio sono andata per la prima volta al cimitero di Montmartre e sono andata a cercare la tomba di Truffaut. Mentre passeggiavo tra i viali del cimitero mi è tornata in mente quella storia di famiglia che racconta di me bambina che, per una serie di fortunati eventi,  gioco per un intero pomeriggio  con Fanny Ardant al Bois de Boulogne ai tempi in cui lei era la compagna di Truffaut e lui era ancora vivo.

E ho pensato che tutto questo dovrà pur significare qualcosa.

Nandina
Non è una vera blogger perché purtroppo non ha un gatto. Da piccola le dicevano “farai grandi cose” e lei ancora aspetta.

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