Liberami di Federica Di Giacomo


Non credo nel diavolo. Ma è proprio quello che il diavolo spera: che non si creda in lui

André Gide

Era il primo inverno di università e un mio collega in fissa con l’esoterismo mi propose di andare ad assistere a una messa di “guarigione e liberazione”, un rituale fatto appositamente per chi è affetto da possessione demoniaca. Rifiutai decisamente, anni di scuola cattolica mi avevano vaccinato piuttosto bene contro qualsiasi forma di credenza (in primis da quella cattolica), ma i film dell’orrore mi facevano una paura fottuta, uno soprattutto lo avevo visto e non riuscivo proprio a levarmelo dalla testa: L’esorcista. Così me ne restai a casa a vedere un film. Probabilmente un autore francese di moda nei primi anni del 2000 che mi fece sentire più intelligente solo per averlo guardato salvo poi dimenticarmelo completamente la settimana dopo. A questo punto time lapse fino al settembre 2016 quando Federica Di Giacomo con un documentario proprio sul mondo che gira attorno a quella chiesa di frontiera si è portata a casa il premio come miglior film della sezione Orizzonti a Venezia 73. Ovvio che io mi stia mangiando le mani, a quest’ora avrei un’esperienza di prima mano per rimpolpare la recensione e vendere il pezzo a peso d’oro a gli88folli.it. Cosa che confido di fare comunque. Ma andiamo oltre questi discorsi sul vil denaro che, del resto, è lo sterco del Diavolo.

Bando agli scherzi in questi casi il pregiudizio, il mio per primo, è inevitabile e la voglia di buttarla in caciara fortissima. Invece l’occhio della Di Giacomo allontanandosi da qualsiasi spettacolarizzazione da film horror e indagando il fenomeno dal punto di vista prettamente antropologico permette allo spettatore di fruire di Liberami nonostante un pensiero precostituito sull’argomento piuttosto ingonbrante. Del resto è un fatto che la chiesa dove padre Cataldo pratica gli esorcismi è letteralmente è assediata da queste persone che dicono di essere possedute. Possiamo non credere che siano veramente possedute, ma la loro sofferenza è incontrovertibile. Come è incontrovertibile che non sono tutti dei bigottoni o persone che alla prima sciocchezza della vita pensa di avere il diavolo in corpo.

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O meglio, ci sono anche loro. C’è la coppia di genitori che va dal prete dicendo che il figlio è indemoniato perché a scuola fa troppe monellerie (se avessero visto quello che facevo io probabilmente mi avrebbero dato fuoco in piazza) e c’è il tizio che non viene pagato e chiede consigli all’esorcista. Solo che non ci sono solo loro. Perché accanto c’è la madre di famiglia che quando sente la gente pregare si sente male e inizia a zoppicare, c’è il giovane sbandato che di mattina va in chiesa a farsi esorcizzare e la sera pippa la coca per i vicoli del centro e c’è la coppia di genitori preoccupatissimi perché la figlia a contatto col sacro, entra in una specie di trance e assume espressioni sconce.

Qualcuno di loro è andato da medici, altri dallo psicologo ma in generale la risposta a quello che in prima battuta può sembrare un fenomeno marginale è molto più stratificata e complessa. Anche perché spesso quelli che sono andati dagli psichiatri sono stati definiti sani e i medici stessi non riescono a trovare la causa organica di quei disturbi.

E quindi padre Cataldo, che in maniera quasi fisica combatte il male di queste persone, rappresenta e supplisce al compito che il welfare non riesce a svolgere. Anche per questo il documentario si tinge in molti punti di colori grotteschi. Non c’è solo l’esorcismo al telefono, ma anche la benedizione di una statua raffigurante un’aquila e molte altre situazioni in cui questi esorcismi vengono praticati con fare più impiegatizio che da chierico.

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E la regista ligure è perfetta anche e soprattutto in queste scene, dove si evidenzia come questi preti pratichino gli esorcismi con enorme spirito di servizio verso persone che li vedono come la loro ultima speranza anche e soprattutto perché almeno loro li ascoltano. L’ora più importante del giorno per questa gente è infatti quella in cui si può andare a colloquio col prete. Tutti chiedono un momento per essere ascoltati, consolati o quantomeno considerati prima ancora di essere esorcizzati. E di questo preti ne sono ovviamente consapevoli, in una scena lo dicono chiaro e tondo che qualcuno può anche affezionarsi alla sua condizione di posseduto, perché comunque gli garantisce attenzioni del tutto particolari.

Vederlo da siciliano, da palermitano, è stato una sofferenza. L’esorcismo mi è sempre parso nel migliore dei casi (e qui non c’è dubbio che siamo in questo ambito) come una risposta premoderna a problemi di natura psichica o pschiatrica destinata a gente troppo ignorante per riuscire a guardare in faccia la realtà. Un placebo per bigotti e semplicioni. Vedere che proprio Palermo, la città in cui vivo, è al centro di questa indagine non mi ha stupito, ma neppure fatto piacere.

Eppure, anche questo, è un pregiudizio. Il documentario si conclude a Roma, dove il Vaticano organizza corsi per insegnare ai preti a praticare gli esorcismi. Sono rimasto di sasso quando ho saputo che, da Madrid a New York, le richieste di esorcismo sono in aumento ovunque. Perché questo vuol dire che ovunque lo stato laico sta fallendo nel compito di educare e curare i suoi cittadini.

Liberami – IMDb – Wikipedia

Pilloledicinema
Appassionato di cinema, vivo a Palermo. Per ogni film che vedo scrivo in 140 caratteri una minirecensione su Twitter. A volte non mi contengo e ne vengo a parlare anche qui.

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This article was written on 30 Set 2016, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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