L’incanto di Walter Mitty vs le dure leggi di Hollywood


“Ti sei incantato?” è la cosa che chiedono più spesso colleghi e parenti a Walter Mitty, anonimo responsabile di quella cosa quasi vintage che è diventata l’archivio dei negativi fotografici della rivista Life, ormai prossima alla trasformazione da cartacea a digitale.

Walter infatti si perde continuamente nei suoi sogni ad occhi aperti, in cui diventa protagonista – grazie agli ormai immancabili effetti speciali stile Avengers – di improbabili salvataggi di cani intrappolati in appartamenti sul punto di esplodere o di risse spaccamuri con il manager stronzetto che lo percula, finché non viene richiamato alla realtà dall’interlocutore del momento.

Nel film il binario narrativo e di lettura è spesso doppio, a partire da “Life”, che è la rivista, sì, ma è anche “life” nel senso letterale di “vita” (e questo gioco di parole è un leit motiv del film a cui prestare attenzione).

Lo stesso Walter continua a ondeggiare tra il proprio ripetitivo e monotono quotidiano – che occupa un angolino della New York contemporanea, in cui non c’è bisogno di andare da nessuna parte perché tutto sembra accadere lì (ma agli altri) – e tutto il resto del mondo, che gli è passato letteralmente tra le mani sotto forma di archivio fotografico.

Vive una vita scrupolosa ma noiosa: mantiene una madre ormai quasi non autosufficiente e una sorella wannabe attrice, svolge il proprio lavoro egregiamente, ma ignorato da tutti, e come botta di vita cerca di corteggiare la nuova collega, ma – quando la incontra alla macchinetta del caffè – invece di attaccare bottone origlia a quale sito di incontri si è iscritta e fa lo stesso, senza peraltro riuscire a contattarla perché la sua vita è così banale che il suo profilo online è troppo scarno per abilitarlo a fare alcunché (questa cosa della gente che ti incontra dal vivo, sui treni o in altre occasioni e poi ti viene a cercare su facebook invece di parlarti direttamente, forse non lo sapete, ma è più frequente del dovuto).

Il suo rifugio da questa monotonia è la continua fuga in quel mondo parallelo e meraviglioso che è la sua fantasia, finché la svolta arriva quando il più importante fotografo della rivista invia il negativo della propria foto più riuscita, (“la quintessenza della vita”) per la copertina dell’ultimo numero, ma Walter non se lo trova nel pacchetto in cui il fotografo dice di averlo messo, insieme ad altri negativi e a un piccolo portafogli regalato a titolo di ringraziamento personale per l’eccellenza del lavoro svolto nel corso degli anni.

Per recuperare il negativo, o almeno capire dove possa averlo cacciato, Walter deve inseguire le orme del fotografo in giro per il mondo (tra i ghiacci della Groenlandia e i vulcani islandesi, fino alle vette dell’Himalaya), facendo proprio per la prima volta il motto della rivista, inciso a mo’ di promemoria nel portafogli: “Vedere il mondo, attraversare pericoli, guardare oltre i muri, avvicinarsi; trovarsi l’un l’altro e sentirsi. Questo è lo scopo della vita.”

Ecco, da qui in avanti il film cambia passo, tirando fuori gli aspetti secondo me migliori, ma anche peggiori del film: tra le eccellenze cito la fotografia, di una bellezza assoluta nel restituire il respiro infinito dei paesaggi naturali (ma fantastica fin dalla scena di apertura che omaggia la New York dei pendolari, nitida e in stato di grazia come solo in certi manifesti pubblicitari degli anni ‘50) e la colonna sonora, fatta in larga parte da brani non particolarmente noti al grande pubblico, ma assolutamente perfetti.

Tra le puttanate ai limiti dell’imbarazzante, invece, un paio di momenti che vorrebbero testimoniare il cambio di passo di Walter (da anonimo signor nessuno a eroe dei due mondi) ma si fanno prendere più che decisamente la mano: posso forseforse accettare che nei suoi sogni ad occhi aperti Walter solchi le strade di Manhattan usando un surf di asfalto, ma non che nella realtà meni a mani nude uno squalo o risponda ad un normale cellulare in cima all’Himalaya (checcazzo, a me a volte non prende la linea ad Amalfi!).

Il momento che ho preferito però è verso la fine, quando si tirano le fila di una riflessione condotta implicitamente lungo tutto il film: nel mondo di oggi, con la tecnologia che ci circonda e permea le nostre esistenze, in realtà il problema di un negativo perduto è già paleolitico perché le foto le carichi online e sono immediatamente fruibili, e ci vediamo o ci sentiamo in tempo reale da una parte all’altra del mondo (fino a rendere apparentemente inutile una rivista cartacea, coi suoi tempi di stampa e diffusione). Tutti abbiamo in mano gli strumenti per vivere la realtà raccontata da altri e raccontare la nostra agli altri: sembra tutto molto semplice, la direzione del futuro è apparentemente chiara, e allora perché quella singola fotografia è così importante? 

Quando l’ultimo numero di Life va in stampa e vedi finalmente la copertina col suo claim finale – in quel momento scompaiono la tecnologia, la carta, le parole, non c’è più nemmeno la fotografia stessa, ma con lo sguardo ti sembra di “sfondare” l’immagine e abbracciare tutta l’umanità che essa rappresenta (ed è davvero “The quintessence of Life”), in un istante perfetto e immobile.

Una fotografia può quindi dire moltissimo, ma allora ha sempre senso scattare una foto? Fissare il momento? Raccoglierlo in forma di memoria per trasmetterlo a chi è lontano nel tempo e nello spazio?

Sometimes I don’t.” – dice il fotografo – “If I like a moment, for me, personally, I don’t like to have the distraction of the camera. I just want to stay in it”. (A volte non lo faccio. Se mi piace un momento, se lo sento mio, personale, non voglio avere la distrazione della macchina fotografica. Voglio solo godermi quel momento).

La macchina fotografica, e con essa la tentazione di vivere ogni istante solo per raccontarlo (soprattutto sui social network) oggi rischia di distrarci e farci perdere il senso di ciò che è importante a livello intimo e personale. Prima di condividerla online ci chiediamo spesso se una foto è bella, raramente se è necessaria

L’invito di La vita segreta di Walter Mitty è “vedete il mondo, attraversate pericoli, guardate oltre i muri”, ma anche e soprattutto “avvicinatevi. Trovatevi l’un l’altro ed emozionatevi”. Non solo non tutte le foto meritano di essere scattate, ma in alcuni casi ha senso chiedersi se vivere pienamente e senza distrazioni l’emozione del momento non valga la pena più dell’immortalarlo per sempre.

Un film a suo modo incantevole, anche se non perfetto. La storia di questo uomo semplice che ama fare le cose per bene, che impazzisce all’idea di perdere il primo negativo della sua vita e – pur di impedirlo – esce dalla mattonella su cui ha passeggiato per tutta l’esistenza, la storia di un uomo orgoglioso della sua piccola realtà quotidiana e che cerca di portare un pizzico di bellezza nella vita di chi lo circonda: o lo riconosci come a te affine o ti annoierà da matti.

Il film è ben recitato da Ben Stiller (che ne è anche regista): un attore che sa farsi amare nei ruoli da improbabile cazzone (da Zoolander a Dodgeball, da Una notte al museo a Mi presenti i tuoi?), ma ti sa anche sorprendere davvero quando semplicemente ha una storia da raccontare. 

Cosa non funziona? La tentazione a cui Stiller non resiste di rendere macchiette i comprimari, dove lui stesso fa un passo indietro; la love story infilata quasi a forza; certe scene didascaliche a mio avviso superflue, le puttanate di cui sopra: tutte cose che secondo me sono nel film perché Hollywood ce le chiede.

Cosa funziona? I paesaggi che riempiono gli occhi, quella perla che è la scena di lui che usa lo skateboard e le mosse più agili le fa ogni volta che lei si volta (Walter sfigato, uno di noi), l’esplosione potente e dolcissima di umanità che ti squaglia lo stomaco verso la fine e sicuramente l’omaggio alla fotografia come forma d’arte e di espressione, in grado di comunicare senza parole quando ha pura anima dentro.

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This article was written on 15 Set 2019, and is filled under Amarcord, Mi vergogno ma mi è piaciuto, Non è il mio genere.

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