Lo Hobbit la battaglia delle Cinque Armate: un imbarazzo (in)aspettato


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Non so se avete mai visto Strange Days, di Kathryn Bigelow (e, per buona parte, dell’allora marito James Cameron). Se non l’avete fatto, ve lo dico chiaramente, dovete recuperarlo e anche in fretta.
In Strange Days il protagonista (un bravissimo Ralph Fiennes) spaccia memorie altrui; in pratica la gente registra le proprie giornate tramite delle connessioni al cervello e le mette su dei mini disc (se non sapete cosa sono, va tutto bene; se lo sapete e sapete che grosso fallimento sono stati siete vecchi).

Chi comprava questi mini disc poteva, tramite un’apparecchiatura speciale, vivere le sensazioni di quello che era stato registrato. Quindi si potevano vivere scene di sesso, ma anche rapine, momenti quotidiani, situazioni che la propria vita ci negava.

Questo è il vostro mini disc. La vostra prima fermata è in una sala cinematografica dove proiettano l’ultimo film di Steven Spielberg, La guerra dei mondi. Il giovane sottoscritto, attraverso gli occhi del quale state vivendo la scena, è seduto sulla poltrona e si sente agitato. Il suo decennale rapporto d’amore con Spielberg ha cominciato a vacillare, da un po’ di tempo a questa parte. Dopo Schlinder’s List le cose hanno cominciato a complicarsi: Amistad, Il mondo perduto, Prova a prendermi, The terminal. Persino con Minority Report le cose non sono andate benissimo. Verso la fine de La guerra dei mondi il giovane sottoscritto balza in piedi e inizia a urlare “Cosa è ‘sta merda, Spielberg! Cosa ti è successo!?”. Da allora, il loro rapporto non sarà più lo stesso.

La seconda fermata è in una sala cinematografica dove proiettano Guerre Stellari – Episodio 1: La minaccia fantasma. Il giovane (meno, ma sempre giovane) sottoscritto è dentro un vecchio cinema, in un periodo in cui ancora i multisala non c’erano. Non ci sono i posti assegnati, le poltrone comode, la prevendita, il 3D. C’è l’arrivare, fare la fila, trovare il primo posto libero e sedercisi. Il giovane sottoscritto è arrivato per primo, ha comprato il primo biglietto, si è seduto per primo nel posto apparentemente migliore. Quando il film finisce, il giovane sottoscritto rimane seduto e pensa “non può avermi fatto così schifo”. Decide quindi di rimanere seduto e di guardare lo spettacolo successivo (non sono sicuro si potesse fare. No, forse non si poteva fare. OK, non si poteva fare). Quando anche la seconda proiezione finisce, il giovane sottoscritto balza in piedi e inizia a urlare “Cosa è ‘sta merda, Lucas? Cosa ti è successo!?”. Da allora, il loro rapporto non sarà più lo stesso.

Da quando ho visto Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate, sto cercando di capire e di spiegare come mai mi abbia deluso così tanto. Per parlarne ai miei amici e conoscenti, ho usato termini come banalestiracchiato e svogliato ma alla fine uno deve amaramente ammettere che l’unica parola adatta è brutto.

Ed è brutto per tutta una serie di motivi. Perché in questo capitolo, più degli altri, è talmente palese la mancanza di materiale necessario a riempire un film lungo due ore e venti (per quanto sia il più corto dei tre tanto che già dopo mezz’ora il fiato è cortissimo e si manifesta in una lentezza narrativa insostenibile con gente che si aggira confusa tra una scena e l’altra) senza avere qualcosa da dire o da fare che sia veramente di un qualche peso.

Perché ci sono momenti che sfiorano l’imbarazzo assoluto: come il salvataggio di Gandalf che è una via di mezzo tra un videogame di bassa lega e una puntata dei Cavalieri dello Zodiaco, o chiari momenti in cui il montaggio è veramente buttato lì, pieno di sviste e di mancanze. Perché la CGI è ormai dozzinale e usata così tanto, che la sensazione di magia che si provava nella trilogia de Il Signore degli Anelli, l’impressione di essere lì, che la Terra di Mezzo fosse reale, è ormai svanita.

Perché i combattimenti, santissimo cielo, gli scontri che dovevano essere il fulcro di un film che mette la parola “battaglia” nel titolo, sono interminabili e noiosi. Davvero. E non sono uno che non sopporta le scene di lotta, io mi guardo The Raid e piango come le fighe che guardano Grey’s Anatomy, ma qui no. C’è la CGI pure qui. Ci sono persone che volteggiano. Stacchi veloci e non si capisce un tubo di cosa succede, sentiamo giusto il rumore di armi che cozzano contro altre armi o contro armature e la gente continua a volteggiare e a combattere e dopo dieci minuti sei ancora lì che speri che si sbrighino perché, semplicemente, non ne puoi più.

Perché l’epica non c’è. E, chiariamo, non c’è neanche nel libro, quindi sarebbe comprensibile, ma lo è meno quando ce la infili tu con le cinque armate e le battaglie e tutto e poi scopri che questa battaglia è una roba di quattro gatti che non possono, giustamente, competere con quelle de Il Signore degli Anelli, ma anche senza fare confronti mancano di emozione e di tutte quelle doti fondamentali perché ti tengano inchiodate alla sedia. E ancora altro, ma non voglio stare a elencarvi ogni singola scena ma è anche vero che ogni singola scena ha dei momenti che ti viene voglia di alzarti e chiedere “Peter Jackson cosa ti è successo?”.

La cosa che più di tutto mi ha colpito, alla fine, è stato il senso di assoluta svogliatezza che pervade tutta la pellicola, come se si fosse mandata nelle sale dicendo “dai, ormai è fatta, su”. E non se lo meritava nessuno. Non se lo meritava il libro, non se lo meritavano gli spettatori, non se lo merita – giuro! – neanche Peter Jackson, che tutto sommato è uno che sa fare il suo lavoro, ma da qualche parte si è perso per strada e nessuno gli ha dato due pacche sulla nuca indicandogli il percorso corretto. Facendogli presente che avere potere produttivo e soldi non significa che puoi sperperare l’uno e l’altro in nome di chissà quale percezione gonfiata che hai di te stesso e delle tue capacità.

Alla fine non se lo meritava neanche la Terra di Mezzo che era stata la porta per un altro mondo, per film fantasy finalmente scritti e diretti con impegno e serietà, per poi essere declassata a set virtuale degno di una puntata di Xena. E l’idea che la si saluti con una pellicola così insoddisfacente è forse la cosa più triste di tutte.

Lo Hobbit: la battaglia delle Cinque Armate – IMDbWikipedia 

Soffre di bulimia cinematografica e quindi guarda di tutto e la cosa gli piace, tranne quando si ritrova a chiedersi "Perché sto guardando Step Up 4?". La risposta è che non ha importanza, fino a quando è seduto dentro una sala, al buio, sprofondato in una poltrona (oddio, magari nel caso di Step Up 4 un po' di importanza ce l'ha, ma sorvoliamo).

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