Locarno70: da Mrs Fang a Mr Tourneur passando per Easy


Un’edizione abbastanza estrema, questo Locarno70, con diversi film audaci se non proprio radicali. Tanto per cominciare c’è la vocazione della rassegna ticinese alla multiculturalità. Non si contavano nemmeno quest’anno i film concentrati a indagare la difficile relazione fra le diverse culture. Si tratta di una scelta consapevole e perseguita da anni, che fa leva sul fatto che Locarno è forse l’unico cinefestival al mondo privo di un idioma.

Ma non è solo per questo che questa Locarno70, affollata da signore che per l’occasione hanno rispolverato le loro mise leopardate, è parsa un’edizione estrema. Basti pensare al film documentario vincitore, Mrs Fang nel quale Wang Bing testimonia l’agonia di una donna moribonda. Nel 2015 Wang Bing era nel villaggio della signora Fang a girare un altro film. Qualche tempo dopo ha ricevuto una telefonata da una donna del paese con la quale aveva stretto amicizia, la quale l’ha informato che la mamma era in fin di vita. Cosicché è tornato al villaggio, armato di telecamera e si è installato nella stanza della signora Fang. Pochi gli esterni, con gli uomini a pescare, al tavolo fuori dalla baracca… Molti invece gli interni, in silenzio a guardare la signora Fang, inerte sul letto, con gli occhi semichiusi, riversa prima su un fianco, poi su un altro, la bocca aperta, la mente incosciente, probabilmente. Intorno, i parenti che per mesi si sono raccolti nella misera stanza cercando empiricamente di interpretare segnali microscopici, forse immaginari, nella consapevolezza che la fine è segnata, si tratta solo di capire quando. Mrs Fang è chiaramente un film limite: cosa ha senso documentare, alla fin fine, se non la morte? Ma in quanto tale pone comprensibilmente qualche problema etico. Che però Wang Bing riesce, con la sua grande sensibilità, a gestire cosicché il film è privo di voyerismo e di puzza di speculazione, non solo perché la camera retrocede e quasi si nasconde dietro ai parenti quando la signora Fang, infine, muore. Ma anche perché nel corso del film la signora Fang assume, sotto gli occhi di Wang Bing, le forme di un monolite cui si domandano le cose senza ottenerne risposta, di un medium cui fare esperienza di premorte. Una specie di superficie riflettente che ti rimanda intonsa la domanda. È lecito dunque chiedersi se il film sia riuscito e, se è riuscito, che senso abbia averlo fatto. Si potrebbe parlare della maestria del regista, ma di fatto non è quello il punto. Difficile prendere una posizione su questo film, almeno per me. E probabilmente è giusto così.

Non da meno è 9 doigts di F. J. Ossang, che ha vinto il Pardo per la migliore regia e che è uno strano, eccitante, caleidoscopico pastiche di generi e suggestioni cinematografiche per il quale il premio alla regia è più che meritato. Lo si potrebbe definire comunque un ipernoir.
Un’operazione estrema è anche quella alla base di La telenovela errante di Raúl Ruiz, recuperato e montato dalla moglie Valeria Sarmiento dopo 27 anni dalle riprese. Costruito a episodi, gioca con l’idea della realtà come soap (il Cile di Pinochet) anticipando quasi Twin Peaks che uscì proprio nel 1990. Di Ruiz si è visto anche l’amarissimo Tres tristes tigres (1968), andato quasi perduto dopo il golpe.

Un altro film audace, per me un papabile Pardo, è stato Dragonfly Eyes di Xu Bing. Ha l’unico (non minore) difetto di non essere bellissimo da vedere perché (qui sta l’audacia) si tratta di un film interamente girato da false telecamere nascoste, quindi con immagini in bassa risoluzione e con tanto di timecode. L’idea di base è che siamo costantemente osservati da telecamere di sicurezza. Tramite questo espediente il regista ricostruisce la vita di due persone e la loro storia d’amore, ovviamente infelice. Il film si sviluppa con la riconquista del controllo dell’immagine da parte della protagonista, che dopo alcuni interventi estetici diventa una star di youtube. Quando la ragazza scompare misteriosamente, l’amato decide di lenire il proprio dolore facendosi operare per assumere le sue sembianze e ridare vita al personaggio virtuale di lei. Immagini dunque che si sviluppano come un tumore, producendo significati estranei che producono a loro volta ulteriori significati estranei, andando a creare un infinito cosmo immaginario di nonsense.

Radicale, o per meglio dire radicalmente muscolare, è anche Gli asteroidi, di cui parliamo qui in quanto era il fim italiano in concorso. Prima opera fiction del documentarista Germano Maccioni, racconta le vite di tre adolescenti emiliani con un futuro buio com’è tipico di quell’età e l’aggravante di famiglie sconfortanti alle spalle. Muscolare, dicevo, ed eccessivo. Le vicende dei tre ragazzi sono raccontate con una foga sopra le righe che ruba terreno alla controparte del film, quella dedicata alle stelle, al cielo e agli asteroidi, appunto, tema di cui uno dei protagonisti è appassionato. Ma il film resta a terra come un macigno anche quando vorrebbe volare.

Ben più bello, forse destinato a diventare un piccolo cult, è l’altro italiano non in concorso, Easy, in uscita nelle sale italiane il 31 agosto pv. Isidoro (da cui l’ironico Easy), è un giovane drop out, una sorta di John Belushi denudato, che viene incaricato di portare in patria la bara di un muratore ucraino morto sul lavoro. Ovviamente il viaggio sarà tutt’altro che easy e si trasformerà nel classico roadmovie di crescita. La grande intuizione del film sta nel modo di gestire la bara che al principio è, come da prassi, un oggetto inerte e invisibile, sistemata là dietro nel carro funebre. Poi però, a poco a poco, questa bara reclama sempre più la scena rivelandosi un oggetto molto versatile: diventa di volta in volta panca, letto, parete per graffiti, zavorra… E tuttavia resta pur sempre una bara nella quale dentro è tutto buio e c’è un cadavere. Come un peso dentro, come il peso della depressione che affligge l’incompreso, abbandonato Easy. Le numerose e divertenti gag che costellano il film non perdono mai di vista questo baricentro e alla fine si va dritti dove si deve andare: a ridare vita alla bara mediante un colorato funerale e soprattutto mediante le due figlie dell’uomo ucraino. E a ridare vita anche al nostro Easy, che finalmente trova un posto nella vita.

Altri film, in questa edizione così engagée, hanno fatto rifiatare, tra i quali alcune storie d’amore. A cominciare da The first lap del sudcoreano Kim Dae-hwan che ha vinto il premio come opera prima e che racconta in modo deliziosamente ruffiano i dubbi di una coppia di fronte a una gravidanza. Sembrava quasi di vedere un film della vecchia Hollywood catapultato tra Seul e le nevi delle montagne coreane. Divertente anche En el séptimo día di Jim McKay, regista che arriva dalle serie tv e difatti anche questo film meriterebbe di essere trasportato sul piccolo schermo: credo che le avventure di 7-8 uomini messicani che condividono un appartamento newyorkese lavorando come matti per raggranellare i soldi da mandare a casa potrebbero dare vita a una grande serie. Altro film indie statunitense che verrà senz’altro recuperato dai cinefili è Person to person di Dustin Guy Defa (nella foto), presentato quest’anno al Sundence e con Michael Cera protagonista di quella che forse è la più bella fra le quattro (se non ricordo male) storyline del film. Anche qui si parla d’amore, in quel modo tenerello e ‘polite’ tipico di certi film del Sundence.

Notevolissime le due rassegne: su Straub (premiato e stremato) e Huillet e su Jacques Tourneur. Sui primi abbiamo già visto tante rassegne in Italia, a Torino e a Venezia innanzitutto. Sul secondo, il cinemino GranRex di Locarno ha mostrato chicche irresistibili tra cui Days of Glory, probabilmente il primo e per diversi decenni l’unico film Usa nel quale si tributa un ruolo positivo all’Urss nella seconda guerra mondiale e, dettaglio non secondario, con un Gregory Peck bello come il sole; The Flame and the Arrow, pellicola superanarchica e riot ambientata in Lombardia nel medioevo, con un giovanissimo Burt Lancaster che fa acrobazie da circo (sì era proprio lui, non una controfigura); e War-Gods of the Deep, stramba e avvicente versione di Ventimila leghe sotto i mari con trucchi quasi alla Ed Wood.

Di altri film come Atomic Blonde, Madame Hyde o The big sick parleremo in modo più approfondito a breve.

Federica Guarnieri
Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

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This article was written on 28 Ago 2017, and is filled under Scuse per parlare di film.

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