London Film Festival 2016: il riassuntone folle


Quando ero una studentessa giovane e agile, il London Film Festival era per me l’occasione perfetta per guardare settanta film nell’arco di tre settimane. Adesso che neanche dosi da cavallo di antidolorifici possono risparmiarmi il mal di schiena da poltroncina del cinema, arrivare a una trentina è già più che sufficiente.

Riguardando la lista a visione finita (o quasi – mi mancano ancora un po’ di screener) sono stupita di come, mentre di solito le mie liste sono super polarizzate, quest’anno il MEH regni sovrano. Non so se la crisi del quarto di secolo mi stia rendendo meno generosa, ma ho trovato che la maggior parte dei film fosse non male, ma neanche bene.

Come ho fatto per il Festival di Venezia nel 2015, piazzo una stellina davanti ai film bellibellibelli e la cacchina davanti ai film bruttibruttibrutti, ma questa volta vado in ordine alfabetico invece dell’ordine in cui li ho visti.

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poopA Dark Song (dir. Liam Gavin – Irlanda/UK)

C’è una leggenda che si tramanda, tra tutti quelli che mi conoscono, e quella leggenda è che io sia una cagasotto. Per questo sono particolarmente stupita dalle recensioni entusiaste dell’horror A Dark Song che ho letto e sentito: io non solo non ho avuto paura, ma continuavo a ridere per via della recitazione estremamente legnosa dell’attrice protagonista e per i plot twist sempre più grotteschi (e non in senso positivo). Se fossi in voi, lascerei perdere.

 

A Date for Mad Mary (dir. Darren Thornton – Irlanda)

Cosa succede quando gli amici che abbiamo avuto dalle elementari cominciano a farci un po’ ribrezzo? Mary lo scopre quando, tornata nella sua cittadina natale dopo essere stata in prigione, ritrova la sua migliore amica d’infanzia trasformata in una Bridezilla e in generale non può e non vuole tornare alla vita che aveva prima. In parti brutale, in parti dolcissimo, una gran prova per Darren Thornton, al suo primo lungometraggio.

 

A Monster Calls (dir. J.A. Bayona – UK/USA/Spagna)

Mi sfugge completamente come J.A. Bayona sia andato dal dirigere El Orfanato ai film in inglese con budget astronomici, ma devo anche dirvi che è davvero bravissimo a farlo. Il protagonista di A Monster Calls è Conor, un ragazzino la cui madre è malata di cancro; mentre la malattia peggiora, Conor comincia a ricevere visite notturne da un mostro che gli racconta storie. Non è facile fare un film dove è presente una malattia terminale senza che diventi quella roba lì che immaginate voi, ma, complice il fatto di essere una storia per bambini, A Monster Calls fa lo slalom tra le smancerie ed è complicato, intelligente, appassionante.

Un avviso: io ho cominciato a piangere al minuto 2 e ora della fine del film avevo fatto fuori cinque pacchetti di fazzoletti. Andate ben forniti che poi snarocchiate dappertutto.

 

A Moving Image (dir. Shola Amoo – UK)

Un approccio interessante alla questione pressante della gentrificazione di Brixton, un quartiere del sud di Londra. La protagonista Nina torna a vivere nell’area e decide di filmare un documentario / progetto artistico inspecificato sui Brixton riots del 2011 e sulle comunità che stanno venendo cacciate dall’area; non ci vuole molto perché si renda conto di essere a sua volta parte del problema. Gira il coltello nella piaga per chi come me vive a Londra, e mostra una struttura narrativa davvero curiosa a chi è lì solo per un film.

 

A Quiet Passion (dir. Terence Davies – UK)

Mettiamola così: io ci provo sempre, con Terence Davies, ma poi a metà film entro in uno stato di trance da cui faccio fatica a scuotermi. A Quiet Passion è quello che vi aspettereste da un film di Terence Davies su Emily Dickinson, con il plot twist che Cynthia Nixon è un milione di volte più brava del previsto.

 

A United Kingdom (dir. Amma Asante – UK/USA/Repubblica Ceca)

Amma Asante è la regista del fantastico Belle, del 2013. Per me A United Kingdom, la storia vera di un principe (e poi primo presidente) del Botswana che nel 1948 sposò una donna inglese bianca causando una crisi internazionale (davvero!), è un po’ meno fantastico. Mentre è sicuramente un film fatto molto bene, è anche quel genere di storia vintage British e patinata che va tanto di moda negli ultimi anni (da The King’s Speech, direi) e non ha il mordente che avrebbe potuto avere. Un commento a freddo: com’è strano che un film ambientato per la maggior parte in Botswana abbia solo tre personaggi principali neri?

 

After the Storm (海よりもまだ深く– dir. Hirokazu Koreeda – Giappone)

Dopo l’indimenticabile Our Little Sister, io ero convinta che il press screening del nuovo film di Hirokazu Koreeda sarebbe stato pienissimo, quindi mi sono diligentemente presentata tre quarti d’ora in anticipo. Ovviamente non c’era un cane, perché laggente non capisce una ceppa.

Mentre è molto più amara della precedente, anche questa piccola storia familiare è raccontata e girata in maniera talmente squisita che mi ha lasciata (di nuovo) senza parole. Anche se non ve ne frega niente di cinema asiatico, Hirokazu Koreeda arriverà al vostro cuoricino e ve lo strizzerà come una spugna.

 

All This Panic (dir. Jenny Gage – USA)

Avete presente Rookie Magazine? Sono rimasta stupitissima che non avesse niente a che fare con questo documentario, che segue un gruppo di teenager newyorchesi nel corso di vari anni a cavallo tra le superiori e l’università. Grazioso e sopportabile anche da chi, come me, odia Girls.

 

Arrival (dir. Denis Villeneuve – USA)

Bello da morire. Mi dicono dalla regia che arriverà una recensione completa da altri lidi (di Venezia), quindi mi limito a occupare un’altra riga dicendo che ODIO JEREMY RENNER.

 

poopBrimstone (dir. Martin Koolhoven – Francia/Olanda)

“Tutto il resto della redazione si è rifiutato di recensirlo a Venezia”, mi è stato detto da un editor avveduto prima che io decidessi di non ascoltarlo e andare lo stesso a vedere Brimstone. È un film brutto, superficiale, vanaglorioso – una pila di spazzatura.

In genere io abbasso il mio femminismo al 10% quando esco di casa, o non potrei stare al mondo, ma la maniera compiaciuta con cui questo film tortura la protagonista va ben oltre il realismo – è misoginia pura. Una cosa inguardabile.

 

Christine (dir. Antonio Campos – USA/UK)

La giornalista Christine Chubbuck, che si suicidò in diretta televisiva negli anni ’70. Antonio Campos crea un ritratto complesso e terrificante con una narrazione ristretta all’osso, tutta incentrata sulla performance incredibile di Rebecca Hall. Recuperatelo appena possibile.

 

Divines (dir. Uda Benyamina – Francia)

Non il vostro solito film sulle banlieue. La regista Uda Benyamina ha vinto una meritatissima Caméra d’Or a Cannes per la storia di Dounia, una ragazzina che decide di entrare nel mondo del crimine per uscire da una vita di stenti, e contemporaneamente scopre che ci sono altre vie d’uscita.

Dieci punti extra per aver integrato Snapchat nella narrazione in maniera intelligente e realistica, e non come dei vecchi che non capiscono di cosa stiano parlando ma vogliono far sembrare il film “attuale”.

 

Don’t Think Twice (dir. Mike Birbiglia, USA)

Com’è la vita per tutti gli attori di improv e i comici newyorchesi che lavorano in attesa di venire chiamati da Saturday Night Live e fare il botto? Questo film faceva parte della sezione “Laugh” del festival e io, da illusa, pensavo di andare a ridere. Invece Don’t Think Twice è un film amarissimo, che parla di delusioni concenti, di non farcela, del non essere la persona giusta al momento giusto.

 

Heal the Living (Réparer les vivants – dir. Katell Quillévéré – Francia/Belgio)

C’è a chi è piaciuto un casino, quindi forse sono io che pretendo troppa coerenza logica nelle trame dei film, invece che due parti completamente separate che però dovrebbero essere collegate. Non so amici, per me c’è di meglio nella categoria “drammoni francesi grigi e mesti”.

 

Hermia & Helena (dir. Matías Piñeiro – Argentina/USA)

Mettiamola così: mi è sembrato lunghissimo, invece durava 87 minuti. Non è brutto, ma un po’ noioso sì.

 

It’s Only the End of the World (Juste la fin du monde – dir. Xavier Dolan – Canada/Francia)

Pur avendolo seguito da quando entrambi avevamo età che cominciavano col numero 1 (signora mia, come passa il tempo), Xavier Dolan rimane per me una fonte continua di stupore. In questo caso, è riuscito a farmi seguire con il fiato sospeso e un magone bestiale una delle cose che odio di più, cioè i film sulle famiglie che litigano. Devo anche aggiungere che erano sei anni che non guardavo un film con Gaspard Ulliel, ed è tempo di recuperare tutto.

 

La La Land (dir. Damien Chazelle – USA)

Nemmeno la mia guerra personale contro Damien Chazelle (poi vi racconto) è riuscita a non farmi piacere La La Land. Se c’è una lamentela non-spoiler che ho da fare, è che il tema chiave del film si ripete un po’ troppo anche per essere un tema chiave. Per il resto ne riparliamo quando avete tutti finito di scraniare per Ryan Gosling che canta.

 

Lovesong (dir. So Yong Kim – USA)

Volevo usare parole come “poetico” e “delicato”, ma poi pensate che questo sia un film palloso. Lovesong racconta due spezzoni della vita di Sarah e Mindy, due amiche dell’università che si perdono di vista e si ritrovano a più riprese. È un film senza né capo né coda nel migliore dei modi: inquadra questi frammenti di esistenza con profondità e uno strano equilibro tra realismo e sogno, senza cercare di fare un punto o scavare nell’esistenza delle protagoniste.

 

Moonlight (dir. Barry Jenkins – USA)

Un ragazzino cerca la sua strada nella Miami degli anni ’80, e poi diventa un teenager, e poi diventa un adulto. Un film splendido, che parla di quanto possa essere complesso trovare la propria identità e quanto la propria identità non sia mai una cosa sola. Si merita tutte le recensioni a cinque stelle che ha ricevuto dopo il Telluride Film Festival. Attivate il vostro allarme piangerone.

 

Neruda (dir. Pablo Larraín – Cile/Argentina/Francia/USA/Spagna)

Imma let you finish, ma Neruda è sicuramente il miglior film di Pablo Larraín del 2016. Ciao Jackie.

 

Paterson (dir. Jim Jarmusch – USA/Germania/Francia)

Vi meritate di vederlo senza che vi dica niente, un po’ come tutti i film di Jarmusch.

 

Planetarium (dir. Rebecca Zlotowski – Francia/Belgio)

Non so perché mi sia fatta questo anche dopo le recensioni tremende che aveva ricevuto. I miei commenti sono due. Il primo è che quando Natalie Portman è la parte migliore di un film, c’è un grosso problema. Il secondo è che un film così confuso su quello che sta cercando di raccontare non l’avevo visto in anni e anni.

 

Pyromaniac (Pyromanen – dir. Erik Skjoldbjærg – Norvegia)

Negli anni ’80, una bizzarra serie di incendi turba la calma di un villaggio norvegese sperduto nelle foreste. L’identità del colpevole si conosce dalla prima scena, ma purtroppo il modo in cui gli altri personaggi del film arrivano a scoprirlo non è avvincente come si potrebbe sperare. Così così.

 

Queen of Katwe (dir. Mira Nair – USA)

Un film Disney ambientato nell’Africa subsahariana senza neanche un animale esotico in vista! Accorrete! Scherzi a parte, questo è un film davvero grazioso e inaspettatamente realistico e onesto. La storia della scacchista Phiona Mutesi, cresciuta nello slum di Katwe nella capitale dell’Uganda Kampala, viene presentata senza romanticizzare la sua vita di povertà estrema e la difficoltà del suo percorso. È una storia di successo da film Disney, certo, ma che tratta gli spettatori più giovani come creature pensanti.

 

Sully (dir. Clint Eastwood – USA)

In un sabato sera come un altro, sono andata a vedere il Surprise Film, un po’ l’evento clou di tutto il LFF. Purtroppo la sorpresa è stata una brutta sorpresa. Clint Eastwood è stato completamente divorato dal suo nazionalismo estremo e ha sputato fuori un Lifetime movie con un budget di 60 milioni di dollari. Una cosa inguardabile. Ero pure seduta al centro della fila quindi sono dovuta rimanere fino all’ultimo secondo di abbracci, lacrime e patriottismo.

 

Ten Years (十年 – A.A.V.V. – Hong Kong)

Cosa ne sarà di Hong Kong tra dieci anni, quando la sua semi-autonomia dal governo cinese sarà agli sgoccioli e la pressione sulla popolazione indipendentista sarà sempre maggiore? Questi sei corti presentano una visione al limite tra il realismo e la distopia di quella che potrebbe essere Hong Kong nel futuro vicino. Alcuni corti sono meglio realizzati di altri, ma questo è davvero un film interessante, che pone questioni interessanti e complesse su una questione che ci tocca più da vicino di quanto pensiamo.

 

The Bacchus Lady (죽여주는 여자 – dir. E J-Yong, Corea del Sud)

L’attrice veterana Youn Yuh-jung affronta uno dei ruoli più incredibili degli ultimi anni in un film indipendente tostissimo e iper-politico, che affronta molti dei temi caldi nella società coreana contemporanea, dalla mancanza di welfare per gli anziani ed i disabili ai figli di razza mista non riconosciuti dal genitore coreano (uomo) all’omofobia e transfobia ancora onnipresenti in Corea. È un film durissimo, del tutto privo della melassa spesso presente nei film drammatici coreani, che racconta il peggio della società coreana contemporanea in maniera competetente e senza buttarsi nella disperazione.

 

The Birth of a Nation (dir. Nat Turner – USA/Canada)

Dire che questo film ha la mano pesante è davvero riduttivo: qualcuno deve spiegare a Nat Turner che le metafore non devono per forza essere a livello prescolare, ma anche che una cosa è fare un film di denuncia, una cosa è mercificare la violenza. Questo è uno dei casi in cui mi chiedo se ho visto lo stesso film che la critica ha acclamato. Mah.

 

The Pass (dir. Ben A. Williams – UK)

Ultimamente ho l’impressione che qualsiasi cosa parli di persone LGBT riceva cinque stelle a priori. Da un lato non sono contraria a dare più risonanza a questo tipo di prodotti, ma dall’altro certe volte si meritano tre stelle e basta, anche se parlano di calciatori in the closet – come The Pass.

 

We Are X (dir. Stephen Kijak – UK)

Mentre io guardavo quella cosa indefinibile di Sully, il mio diletto consorte andava da solo a vedere We Are X e faceva un frontale con Yoshiki nel bagno del cinema. È con questo aneddoto che vi introduco quello che, ridendo e scherzando, è il mio film preferito del London Film Festival. Questo è un documentario davvero intelligente e ben ricercato sulla band metal giapponese X (ora conosciuta come X Japan), ed in particolare sul leader Yoshiki. Avendo a che fare con tanto giornalismo occidentale scadente sulla musica dell’est asiatico, sono stata catturata da un prodotto ben pensato, che evita sensazionalismo e ridicolizzazione, e che parla bene di fandom e di una vera leggenda globale della musica.

 

Women Who Kill (dir. Ingrid Jungermann – 2016)

Nel 2010, la regista Ingrid Jungermann aveva scritto la serie The Slope con una delle mie ossessioni cinematografiche degli ultimi anni, Desiree Akhavan: questa era già un’ottima partenza. Le protagoniste di Women Who Kill sono le due conduttrici di un podcast true crime (alla Serial) che sono anche ex fidanzate. Il loro caos sentimentale prende una piega inquietante quando la nuova fiamma di una delle due potrebbe o non potrebbe essere un’assassina. Per gli amanti di Ana Lily Amirpour, la fidanzata-che-non-la-racconta-giusta Simone è interpretata da Sheila Vand, la vampira di A Girl Walks Home Alone at Night.

Nata a Vicenza nel 1990, si è ricollocata a Londra appena raggiunta la maggiore età. Cura il sito femminista Soft Revolution e scrive di cinema, tv e libri in giro per il web.

One Comment

  1. Marianz
    gennaio 18, 2017
    Marianz

    Christine e The Bacchus Lady mi incuriosiscono molto, me li segno 😉

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This article was written on 09 Nov 2016, and is filled under Scuse per parlare di film.

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