Luca il contrabbandiere ovvero Lucio Fulci, Fabio Testi ed io


Come definiresti Fulci in una parola?

“Un grande. Un grande che ha fatto la storia del cinema italiano.”

Questo signore qui.

Ma chi era Lucio Fulci? Sicuramente uno dei più grandi esponenti del cinema di genere italiano, quello formato da artigiani con la passione sfrenata di realizzare film. Uno di quelli che l’amore per il cinema gli scorreva nel sangue, che prendeva al volo qualsiasi occasione, non rifiutando nessuna offerta di fare un film. Questo amore sconfinato, assieme a una spiccata tendenza al cinismo e alla violenza, lo porta ad essere soprannominato “il terrorista dei generi”. Fulci frequenta qualsiasi filone del cinema italiano a partire dagli anni ’60, realizzando pellicole che molto spesso sovvertono le regole di quel genere, dimostrando la propria vena autoriale a una critica cinematografica sempre molto ostile nei suoi confronti. Musicarelli con scontri generazionali tra una canzone e l’altra, “gialli” con spietate analisi sociali tra un omicidio e l’altro, western e polizieschi con violenze fumettistiche portate all’eccesso e, soprattutto, horror. Ed è proprio con il genere horror che Fulci trova la sua fortuna e il suo ambiente di lavoro preferito nel quale lasciar sfogare una crescente frustrazione a causa di un tipo di cinema sempre più in declino a partire dagli anni ’80. Ma essenzialmente Fulci era un camaleonte; si infiltrava nei filoni e nei generi resi grandi da altri per resuscitarli o ucciderli definitivamente ma sempre con la sua personale visione del mondo. Come è successo con Luca il contrabbandiere.

Devo ammetterlo. Di Luca il contrabbandiere mi piaceva l’edizione inglese del dvd, quella con la copertina lenticolare che se la inclini, l’immagine cambia. E visto che nonostante l’età sono ancora uno che giocherebbe a nascondino, non c’è voluto molto per convincermi all’acquisto. Così ho scoperto un grande poliziesco. Il poliziesco: un genere che ha fatto la fortuna dei produttori italiani negli anni ’70 caratterizzato da una crescente dose di violenza con il passare degli anni a causa di una situazione storico-politico-sociale sempre più tesa e brutale. Grazie al suo successo, in questo decennio si assiste alla nascita di alcuni sotto-filoni: i “mafia movies”, i “camorra movies” e soprattutto quello del cittadino che decide di farsi giustizia da solo. Ma le caratteristiche generali sono ben chiare: il commissario tutto d’un pezzo fronteggia malvagie organizzazioni malavitose, scoprendo un sistema corrotto, in film che spesso traggono spunto da fatti di cronaca. Luca il contrabbandiere diventa della partita quando ormai stanno scadendo i minuti di recupero: le situazioni, le trame, i personaggi sono già stati fin troppo abusati, le combinazioni tentate tutte e il cinema italiano è ormai saturo di pellicole di questo tipo. Per fortuna c’è l’amico Lucio con il suo tocco magico.

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Definizione di “tocco magico”

Luca il contrabbandiere ha una trama semplice semplice che quasi potrebbe sembrare un Reazione a catena di Bava in salsa malavitosa: Luca Ajello, trafficante coscienzioso di sigarette con una squadra di motoscafisti ai suoi ordini, è al centro di una guerra di potere per il controllo del contrabbando in una Napoli spietata dove la corruzione è all’ordine del giorno e i regolamenti di conti sono ormai consuetudine. Una storia a tratti classica con Luca che tenta di capire chi l’ha denunciato alle forze dell’ordine e sta tentando di fregarlo e a tratti schizofrenica in cui i personaggi della pellicola si uccidono a vicenda (in modi spettacolari, ovvio) per trarre un minimo vantaggio, lasciando spazio a sequenze sanguinolente entrate nella storia del cinema, come la tortura con la fiamma ossidrica, omaggiata da Eli Roth in Hostel, e l’assassinio all’ippodromo. Un film che conosce pochissimi tempi morti, caratterizzato da un ritmo forsennato che porta a uno scontro finale veramente poco cinematografico nella sua durata e che non porta nessun appagamento allo spettatore per la risoluzione finale della vicenda, ma anzi lo travolge con l’ennesima ondata di violenza. Nonostante una produzione burrascosa con budget terminato durante le riprese e presunti avvistamenti di personaggi non proprio appartenenti al mondo del cinema sul set, Luca il contrabbandiere è un grande film che allo stesso tempo riporta in auge il filone e gli mette sopra una pietra tombale. Come se Fulci volesse dire “Chiudiamo alla grande e andiamo oltre”.

Per sapere qualcosa di più su Lucione, sul suo modo di lavorare, su Luca il contrabbandiere e sul cinema di genere che ormai era condannato a un lento e inesorabile declino sono andato su internet e ho contattato il grande Fabio Testi che con estrema gentilezza e disponibilità ha chiacchierato con me, nella speranza di capire qualcosa in più di quel mondo oggi conoscibile solo grazie a libri e dvd.

Grazie Fabio, poi il bonifico te lo faccio presto. Si scherza, eh.

Grazie Fabio, poi il bonifico te lo faccio presto. Si scherza, eh.

Facciamo un passo indietro. Hai lavorato per la prima volta con lui nel western atipico I quattro dell’apocalisse ma Fulci era un personaggio che frequentava ormai da un pezzo la scena cinematografica italiana: ne avevi sentito già parlare prima?

“Si, beh, certo certo. Prima di tutto mi piaceva il copione e poi mi piaceva lui come regista. Le due cose messe assieme mi hanno fatto decidere di lavorare con lui. Mi ricordo che all’epoca il mio agente mi suggerì di lavorare con lui perché era un grosso professionista ed era molto considerato. Io non avevo ancora visto molto di suo, non è che lo conoscessi molto bene ma una volta che ho saputo cosa aveva fatto, ho accettato. Anche perché il copione mi piaceva molto.”

Com’è stato inizialmente il rapporto tra voi due?

“Dunque, direi che l’inizio non andò molto bene perché era risaputo che lui non amava gli attori. C’è stata una scena che, mi ricordo, stavamo girando in Austria con la neve e mi mise a 50 metri dalla macchina da presa sotto la neve fermo immobile per tutta la mattina. Sperava che io mi lamentassi, che io dicessi qualcosa per avere poi lui un pretesto per riprendermi. E invece sono rimasto immobile, fermo tutta la mattinata al freddo, tanto che poi mi sono preso anche una bronchite, però devo dire che alla sera poi siamo usciti a cena assieme e da lì ci siamo chiariti, che era per mettermi alla prova. Da lì siamo diventati amici.”

Ho guardato I quattro l’altro giorno per la prima volta e devo dire che mi ha fatto una stranissima impressione. Mi spiego, sembra tutto tranne che un western e a tratti non si riesce a capire che piega possa prendere la storia. Per non parlare del finale terribilmente triste. Tu hai lavorato a molti altri western ma questo è senza dubbio particolare. Che ne pensi?

“La storia è anche una storia di sentimenti. Lucio non aveva ancora fatto i film dell’orrore e all’epoca non era ancora catalogato come uno di quei registi di filone. Per me lui era un gran regista perché aveva una tecnica meravigliosa, bravissimo nel muovere la macchina da presa, usava gli obiettivi in maniera divina. La storia era molto bella: lui era un uomo apparentemente rude, che imprecava sempre contro tutti ma in fondo in fondo era un uomo bastonato dalla vita che aveva subito molti dolori dalla sua vita privata ed era arrabbiato con la vita in generale. Ma in fondo era un grande uomo di sentimenti e di sensibilità e nel nostro caso sono usciti questi particolari. Infatti non è propriamente un western all’italiana. C’è un po’ di tutto, via: c’è la storia d’amore, l’avventura, c’è anche un po’ di orrido, un po’ di tutto.”

Dopo I quattro Fulci ti ha richiamato per Luca il contrabbandiere. Luca sembra un film estremamente più positivo e molto più leggero e classico. Fulci lo ricorda con affetto, i critici un po’ meno: Mereghetti lo definisce “un noir urbano di rara cretineria, ultraviolento fino al nonsense” (ma Mereghetti ormai è buono per recensire le scritte sul retro delle scatole dei biscotti n.d.A.). Che ricordi hai del film?

“Ognuno poi la vede a modo suo. Io ho un ottimo ricordo; con il regista ovviamente c’era una conoscenza e un’amicizia già da anni. Avevo appunto già lavorato con lui quindi c’era grande rispetto reciproco della professionalità; abbiamo avuto qualche problema economico, perché a un certo punto sono mancati i soldi e ci siamo dovuti fermare: abbiamo avuto problemi veri, sembrava quasi non si potesse finire il film poi alla fine sono arrivati i soldi e abbiamo potuto finirlo. C’è stato qualche alto e basso, non è stata una produzione lineare, continua e serena.”

Forse te l’avranno chiesto mille volte: le versioni tra vari testi su Fulci sono piuttosto discordanti. Ma è vero che attorno al set si aggiravano, diciamo, persone poco raccomandabili che con il mondo del cinema avevano poco a che fare?

“Sai, c’era la Infascelli, la moglie del grande produttore (Renato Infascelli) ormai vedova, che aveva preso in mano la produzione, era la produttrice esecutiva, ma si vede che aveva fatto male i conti e si è trovata senza soldi perché non aveva l’esperienza adatta. Ma non so dove sia andata a prendere i soldi, non si sa, noi mortali non lo sapremo mai. Noi avevamo un contratto, doveva essere rispettato; il contratto diceva che a fine settimana dovevi essere pagato e dopo una, due, tre settimane che non ti pagano, l’unica arma per avere i soldi è fermarti. Dunque noi ci siamo fermati una, due volte, non so quante, finché è subentrato un nuovo finanziatore. Grazie a Dio ci ha pagato gli arretrati e abbiamo finito il film. Da dove siano venuti i soldi non lo so, te lo giuro (ride). Ê un film particolare, abbiamo fatto delle scene con i motoscafi dei veri contrabbandieri, giravamo proprio nella Napoli veritiera.”

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Individua i veri contrabbandieri. La soluzione nel numero della prossima settimana.

Il mondo della malavita cinematografica non era nuovo per te. Per esempio qualche anno prima hai recitato in Camorra, film già abbastanza violento ma Fulci raggiunge un altro livello. Che impressione ti ha fatto l’estrema violenza utilizzata da Fulci in film pseudo-polizieschi come questo?

“All’epoca era uscito Il Padrino da poco, io avevo fatto I guappi, Camorra e dunque era un filone che andava, quello sulla mafia, la malavita, e lui con il suo taglio un po’ violento se vuoi ma molto emotivo dal punto di vista dello spettatore e con la tecnica che aveva era un regista che faceva dei buoni prodotti. Per me è stato sottovalutato, avrebbe potuto fare delle grosse cose, molte più cose di quelle per cui è ricordato.”

Tu hai lavorato in parecchi film tra western e polizieschi diretti da altri grandi del cinema di genere come Castellari e D’Amato. Secondo te che differenza c’era tra Fulci e gli altri?

“Lui aveva una sua ottica ben precisa, aveva le idee molto chiare come tutti i grandi registi. Ecco, devo dire che nel primo film era un po’ titubante perché non amava molto gli attori, li vedeva con un occhio diverso, anzi gli odiava dentro di lui. Poi nel secondo film, anche grazie ai problemi economici, ci siamo molto uniti. Ma era un uomo di grande sensibilità, di grande talento che avrebbe potuto fare molto, molto di più di quello per cui noi lo ricordiamo. Era un grande esperto, con una grande cultura anche anatomica, se vogliamo; lui nasce come medico, pensa. Dunque da lì ha messo insieme tutto un filone con una serie di film che sono considerati a volte troppo commerciali però secondo me avrebbe potuto fare anche una grande storia d’amore da uomo di grande sensibilità e grande talento quale era.”

Fulci ha sempre avuto un brutto rapporto con la società italiana: perché secondo te in Italia ha sempre riscosso meno successo che all’estero?

“Queste sono purtroppo le leggi di mercato, vai a capire. A volte si facevano addirittura due ciak, uno per il mercato italiano ed uno per il mercato estero per il tipo di censura che, come in Italia, non ti permetteva di montare il film in un certo modo. Ma secondo me lui si è appoggiato ad un genere, amava questo genere, gli tornava facile farlo e alla fine non è che avesse tanta voglia di cercare altre strade. Aveva inventato quel genere e già quello lo soddisfaceva.”

Dagli anni ’80 in poi il cinema di genere ha faticato sempre di più, principalmente a causa della televisione commerciale. Secondo te cosa si è perso con questo passaggio e in questi 35 anni in cui praticamente il cinema di genere è scomparso?

“La televisione ti blocca la creatività; c’è una censura tale che ti passano solo i copioni che decidono loro, i dialoghi li decidono loro, i soggetti li decidono loro e un regista come lui che nasce libero ed ha sempre prodotto in libertà, trovandosi vincolato dal filtro della censura e dell’ideologia della Rai, probabilmente l’hanno cancellato, dimenticato. Perché un artista, come tale, va lasciato libero. La televisione purtroppo ha questo handicap che ti vincola, ti blocca, anche nel modo di girare: lo schermo piccolo ti obbliga a certe inquadrature, rivolgendosi ad un pubblico non pagante non c’è neanche una ricerca di qualità, andando in un certo tipo di orario sei costretto a fare i dialoghi in un certo modo, allungando le battute. C’è tutta una tecnica ed una ‘legge’ quando giri per la tv. Invece girando per il cinema, c’è la ricerca di qualità, della creatività vera, e allora il regista si sente più libero e più se stesso. Ecco che probabilmente con l’avvento della tv, Fulci non si è sentito bene e ha preferito continuare a fare il suo genere senza essere condizionato.”

E tra gli attori come veniva preso questo aumento di importanza della televisione a discapito del cinema?

“Inizialmente chiamavano noi attori di cinema, già conosciuti, attori che la gente pagava un biglietto per vedere, ci chiamavano per fare delle partecipazioni o qualche serie in tv per dare lustro e credibilità al prodotto e c’era anche una vera ricerca, con la concorrenza e la nascita di Mediaset. Poi con gli anni sempre meno, anche perché a volte trovi scarsa professionalità di tanti registi che lavorano in o per la Rai e la speculazione che trovi nei set che noi vecchi del mestiere conosciamo. Dunque se inizialmente ci chiamavano per dare una certa qualità, poi ci chiamavano per dare una certa credibilità al prodotto e poi alla fine non ci chiamano più perché noi vecchi attori, vecchie ‘troie’ del cinema e dello spettacolo, conosciamo pregi e difetti del set e sappiamo dove c’è il professionista, dove c’è il raccomandato, dove ci sono le ruberie, dove ci sono le mangiatoie e gli arrangiamenti interni, quindi preferiscono lasciarci a casa perché chiaramente siamo molto scomodi.”

Devo farti un’ultima domanda, scusami: oggi le cose sono cambiate e non funziona quasi mai più così ma sai il motivo per cui sei stato doppiato sia ne I quattro che in Luca? Mi sembra che I quattro fosse girato in inglese e quindi la tua voce si sente in lingua originale.

“Dipende, a volte ero via all’estero, ho girato molto all’estero, e mi trovavo fuori Italia e il film doveva uscire e mi doppiavano, chiaramente, perché il film doveva uscire. E poi ti dirò, inizialmente, il mio accento veneto era difficoltoso e invece di impiegarci, non so, due giorni per doppiare, ci mettevo quattro giorni, perché dovevo correggermi l’accento, eccetera eccetera. E quattro giorni costano più di due, ovviamente, quindi il produttore per risparmiare preferiva doppiarmi.”

Insomma, Fulci realizza l’ennesimo prodotto sottovalutato da pubblico e critica quindi incassa l’assegno e ritorna al genere che amava di più per far fuoriuscire e scatenare i suoi demoni in una serie di visioni degne di Lovecraft. Era il momento di tornare a vivere con il e nel terrore. Era il momento di andare ne L’aldilà per realizzare uno di quei film che ancora oggi vengono guardati e ammirati nonostante il tempo che passa.

Luca il contrabbandiere Wikipedia IMDb

Giacomo Borgatti
I genitori lo iniziano alla settima arte grazie a operai cassaintegrati inglesi che si spogliano per fare qualche soldo. Da quel momento, il cinema è la sua droga. Amante dell’horror, dei musical (ma quanto sono belle quelle coreografie tutte sincronizzate?) e dei fumetti, crede e spera che Christian De Sica sia un’allucinazione collettiva o una grande burla allo spettatore ormai impossibile da fermare.

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