Bentornato M. Night Shyamalan – Split


Ero seduto in una sala dell’Hotel Principe di Savoia in quel di Milano per la conferenza stampa del film. Entrano James McAvoy, Anya Taylor-Joy e, soprattutto lui, M. Night Shyamalan. Le domande cominciano a fioccare, quelle prevedibili dopo la visione del film, e quest’ultimo inizia ogni risposta con un “Però non ditelo a nessuno” o un “Vi prego di non scriverlo questo”. Mi interrogo su cosa potrei scrivere in una pseudo-recensione considerato che l’avvenimento che più fa urlare di gioia l’appassionato di cinema contemporaneo che è in noi avviene nei trenta secondi finali. Un urlo mentale in stile “riunione di classe del liceo in cui ex cheerleader si ritrovano vent’anni dopo”, tanto per farvi capire.

Quindi mi limito a tentare di guardarlo negli occhi, lo osservo mentre parla nel tentativo di attuare una sorta di acquisizione neurale involontaria per entrare in quel suo mondo composto da passione ed entusiasmo. Perché vanno bene i colpi di scena finali, d’accordo un grande thriller che segna l’evidente ritorno di un regista che pensavamo di aver perso per sempre ma, essenzialmente, Split è il film con il quale l’artista indiano ci obbliga a porgergli delle scuse.

Fun fact: c’ho messo dieci minuti a trovare il bagno e altri dieci a tornare.

Questo è il momento in cui dobbiamo cospargerci il capo di cenere e smettere di pensare a battute su quanto il suo cognome sia complicato o si presti facilmente a scioglilingua. Shyamalan, grazie alle produzioni Jason Blum (ancora, grazie) come anche in questo caso, è ufficialmente tornato e conferma il suo talento con questo suo ultimo thriller: Split. Basta eccessi del sovrannaturale e basta pseudo-fantasy in cui la morale sembrava sottolineata con pennarelli neri indelebili: Shyamalan torna in quegli ambiti che gli avevano donato il soprannome di “nuovo Spielberg” anche se, per favore, ora non esageriamo, i due non c’entrano quasi nulla se non per il fatto che all’inizio si trovano spesso bambini nelle loro storie. Si ritorna ad un’atmosfera terrena, sempre al confine tra il realismo e l’inspiegabile in cui però tutto risulta perfettamente plausibile e coerente. Il tutto, reggetevi forte, senza nessun Shyamalan twist. Non ci sono, è un film normale, incredibile.

Split narra la storia di tre ragazze, tra le quali la Casey dell’eccezionale Taylor-Joy, che vengono rapite da uno strano e straniante James McAvoy. Quest’ultimo le tiene segregate negli enormi sotterranei della sua abitazione e le costringe a sopravvivere, tra un goffo quanto realistico tentativo di fuga e l’altro. La premessa è semplice quanto ben realizzata. Se non fosse per un piccolo problema: stiamo parlando di Dennis. E Patricia. E Hedwig. E Kevin. E così via. Perché il personaggio di James McAvoy è affetto da un disturbo di personalità multiple. Ventitré, per la precisione. E la ventiquattresima, come afferma la tagline del film, è pronta a scatenarsi e a rendere un inferno le vite delle tre ragazze. Tanto folle quanto credibile, no?

Ciao, sono più della metà dei personaggi di tutto il film.

Un film che senza una grandissima performance di James McAvoy sarebbe stato impossibile da immaginare. Certo, Anya Taylor-Joy ruba più volte la scena grazie a un carisma impressionante nonostante sia un’attrice alla prima seria esperienza hollywoodiana (potreste averla già vista in The Witch), ma è McAvoy che detta le regole, è lui che regna in maniera incontrastata, che stabilisce i ritmi e l’andamento della narrazione. È il Re assoluto del film e la collaborazione con Shyamalan è tutto tranne che imperfetta. Otto ruoli (esatto, non è che sono messi in scena proprio ventitré personalità, altrimenti ci saremmo trovati a un film di tre ore, durata che lo stesso regista ha confermato in un primo montaggio) che spingono all’estremo un attore in grado di sorreggere un thriller rigoroso interamente sulle sue spalle. Ed è un grande thriller con buoni colpi di scena perfettamente centrati, grazie a un grande attore e a un regista ritrovato.

Perciò ora parliamo di lui.

Shyamalan. C’è stato un momento in cui ti ho amato. Signs era meraviglioso. Guardo guardai The Village mi sentii così preso in giro da non reputarti più un amico. Poi E venne il giorno e mi piacque il fatto che, nonostante non ci sentissimo più ogni giorno come durante i vecchi tempi, avevi mantenuto un certo tocco magico. Come dimenticare la scena in cui le persone si gettano più o meno volontariamente sotto un trattore tagliaerba. Poi L’ultimo dominatore dell’aria e After Earth (due grandi no), le prime speranze con Wayward Pines (altro grande no) e il notevole ritorno al cinema che conta con The Visit. Altro thriller apparentemente sovrannaturale ma più terreno di quanto si possa immaginare. E adesso Split. Che dirigi magistralmente con una consapevolezza di tempi, tensione e di giustezza narrativa.

E va bene, non parlerò del finale pazzesco perché chiunque lo rivelasse sarebbe una bruttissima persona ma già il film in sé è un eccellente film di genere. Forse un pelo lungo nella prima parte ma tutto assolutamente necessario alla costruzione della suspense e con quei venti minuti finali (non quel finale finale) che scorrono veloci come acqua in un torrente durante la calda primavera senza che lo spettatore possa respirare o rendersi conto dei secondi che passano. Quindi scusa, M. Night, e bentornato. Il cinema è felice di poterti riabbracciare ancora. Ma, per favore, non lasciarci più. Che, si sa, essere traditi una volta è perdonabile, due volte è quasi impossibile.

Promettilo, suvvia.

Giacomo Borgatti
I genitori lo iniziano alla settima arte grazie a operai cassaintegrati inglesi che si spogliano per fare qualche soldo. Da quel momento, il cinema è la sua droga. Amante dell’horror, dei musical (ma quanto sono belle quelle coreografie tutte sincronizzate?) e dei fumetti, crede e spera che Christian De Sica sia un’allucinazione collettiva o una grande burla allo spettatore ormai impossibile da fermare.

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This article was written on 20 Gen 2017, and is filled under Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?.

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