Studio 54: Director’s Cut (O Della Tigna)


12-54.w529.h352.2xSuccede a volte, a Hollywood, che la storia dietro alla produzione di un film sia ben più interessante del film stesso. Succede spesso, tra il pubblico, che l’attesa del capolavoro sia ben più soddisfacente del lavoro finito. Un esempio del recente passato è forse Dallas Buyers’ Club, un film che nel buio delle proiezioni segue tutte le norme del compitino del pomeriggio, mentre sulla carta è l’avventura epica di una sceneggiatura che non vuole morire: studi cinematografici che si spaventano di fronte all’antieroe con l’AIDS, star del calibro di Woody Harrelson, Brad Pitt, Ryan Gosling che si appassionano al progetto ma finiscono per abbandonarlo, girandole di registi, i soldi che mancano, uno sceneggiatore esausto che cede a droghe e alcol dopo aver perso ogni speranza che la propria creatura veda la luce, e infine Matthew McConaughey che salva la propria carriera e il progetto, recuperando fondi e lasciandosi alle spalle commedie romantiche imbarazzanti. E se Dallas Buyers’ Club non ha vinto l’Oscar al miglior film è perché (fortunatamente) i premi alle intenzioni ancora non si danno. Sai quanti film andrebbero premiati, se fosse solo una questione di tigna?

L’Orso d’Oro alla tigna quest’anno va a Mark Christopher, che ha portato alla Berlinale 2015 il Director’s Cut del film che scrisse, diresse e vide cadere nell’oblio nel 1998: Studio 54. Come ci tiene a precisare il regista stesso, non stiamo parlando di Orson Welles né di Blade Runner; le ragioni del director’s cut vanno dunque ricercate altrove, tra le pagine di produzione del film.

Siamo negli anni ‘90 e la Miramax è la casa di distribuzione dietro ai successi di Pulp Fiction, Clerks, Il Paziente Inglese. Saldamente in testa alla Miramax, che pure dal 1993 è di proprietà della Disney, sono ancora i fondatori, i fratelli Bob e Harvey Weinstein, vere potenze di fuoco hollywoodiane, che negli anni a venire avrebbero perfezionato ricette vincenti per ottenere Oscar e fabbricare carriere cinematografiche. È il 1997 quando Harvey Weinstein va a visitare, entusiasta, il set di Studio 54 a Toronto, al cui festival internazionale del cinema aveva appena esordito Boogie Nights di Paul Thomas Anderson. Un’interessante coincidenza, dal momento che sia Christopher sia i produttori vedono in Studio 54 la risposta newyorkese a Boogie Nights. Il film è nelle intenzioni un racconto disinibito delle dissolutezze che negli anni ‘70 riempivano le sale della discoteca più famosa del mondo: il viaggio edonistico del provincialissimo Shane, che salta di letto in letto pur di alimentare il proprio status e di Steve Rubell, inquieto proprietario del locale, interpretato da Mike Myers nel suo primo ruolo drammatico. Come nota il Guardian, venti anni prima di Steve Carrell in Foxcatcher, un altro comico occhieggiava manzi in bermuda sullo schermo e critica che conta fuori dallo schermo, irriconoscibile e in cerca di riconoscimenti.

A riprese finite e in un clima di grande entusiasmo, nel 1998 la Miramax decide che forse è il caso di raccogliere il giudizio del pubblico e testare il film prima dell’uscita. Una scelta di solito riservata a grosse produzioni con alte aspettative di vendita sembra quasi dovuta se nel frattempo il cast del tuo film indipendente esplode: Ryan Phillippe con So cosa hai fatto e Neve Campbell con Scream e Scream 2 sono ormai idoli del pubblico più giovane, mentre Austin Powers ha fatto di Mike Myers il comico con massimo appeal presso il grande pubblico. Che male ci potrà mai essere nel misurare le reazioni del pubblico di massa, fino a pochi mesi prima improbabile target? Peccato che il pubblico-campione dei centri commerciali odi il film, non sopporti l’idea di un protagonista senza scrupoli e senza inibizioni, non capisca chi è buono e chi è cattivo. «Eppure i numeri dicono che è piaciuto più di Boogie Nights» commenta il regista. Nulla da fare, Disney ordina meno droga e meno baci gay, Bob e Harvey tagliano 40 minuti su 106, assumono nuovi sceneggiatori e rimandano cast e troupe a filmare 30 minuti di nuove scene. In fondo il pubblico ha sempre ragione. In fondo la Miramax avrebbe sottoposto Shakespeare In Love allo stesso trattamento di pubblico e chissà quanto ne avrebbe giovato.

Il film diventa una febbriciattola del sabato sera. Shane è ora pieno di scrupoli e pieno d’amore per il personaggio di Neve Campbell, prende per la mano il pubblico con una didascalica voce fuoricampo che spiega bene per chi tifare, cede tutte le proprie meschinerie, previste della sceneggiatura originale, agli altri personaggi. Il regista esegue in silenzio, nella sola speranza di vedere il proprio lavoro arrivare finalmente nei cinema. Gli attori, confusi, dapprima cercano di tirarsi indietro e infine cedono alle pressioni dall’alto. L’opera finita è talmente diversa dall’originale che una produttrice, Dolly Hall, la battezza Studio 55. Manco a dirlo, il film è un disastro al botteghino e una pena per la critica. Il New York Film Critics Circle, che dopo aver visto una prima copia non autorizzata aveva nominato Mike Myers a miglior attore non protagonista, ritira la nomination dopo l’uscita nei cinema. «Mai visto tante scene tagliate e riscritte in alcun altro film cui ho lavorato», dirà nel 2010 Ryan Phillippe, «Eravamo molto giovani e pensavamo: funziona sempre così in questo mondo?».

Studio 54 sembrerebbe morire così, non prima che il regista faccia un ultimo giro solitario e disperato in sala di montaggio, dove imbastisce in fretta e furia un grezzissimo director’s cut, a futura memoria, perché i suoi nipotini sappiano che film aveva fatto in origine. Ma si sa, niente è destinato all’oblio nel nuovo millennio e proprio lì, all’intersezione tra morte del VHS e sviluppo di internet, una copia pirata del film originale inizia a circolare. La qualità della pellicola è pessima, eppure si diffonde la voce che questo Studio 54 non sia niente male. Si arriva addirittura, nel 2008, a una proiezione in gran segreto all’Outfest LGBT festival di Los Angeles. «Non ho idea di come ne abbiano ottenuto una copia», sostiene ancora oggi Christopher. I tempi sono maturi, Brokeback Mountain ha sfiorato l’Oscar, il pubblico è forse pronto a vedere Ryan Phillippe baciare Breckin Meyer, suo migliore amico fuori e dentro la sceneggiatura: «Ho saputo della proiezione. Non so quanto interesse effettivamente ci sia, ma sarei favorevole a un’uscita DVD della versione [originale]. Breckin e io siamo un po’ dispiaciuti che nessuno abbia visto questo bacio. […] Era una cosa relativamente audace per due giovani attori, a ne eravamo fieri» – dirà l’attore protagonista.

E così arriviamo al 2014, quando per l’ennesima volta il co-produttore originario Jonathan King propone alla Miramax di far uscire un director’s cut. Questa volta, però, la Vice Presidente esecutiva Zanne Devine dà l’OK e una manciata di soldi. Il pubblico è pronto, Breaking Bad gli ha insegnato ad accettare l’antieroe. Tuttavia le montagne russe della tigna non finiscono qua, perché per fare un film ci vuole il girato originale, che solo dopo settimane verrà rinvenuto dal supervisore di produzione Nancy Valle, in un magazzino in mezzo al deserto della California in, manco a dirlo, uno scatolone con su scritto ‘to be destroyed’. Recuperate le scene originali, c’è da decidere che fare di tutte le aggiunte volute dalla Disney: il regista ne terrà cinque secondi, giusto una scena in discoteca. Resta anche la voce fuoricampo ma, in uno dei dettagli che non renderà il film meno dimenticabile ma probabilmente più affascinante, viene chiesto a Ryan Phillippe di ri-registrare e aggiustare il tiro: «È stato interessante. A quarant’anni, fare il voiceover a un film di quando ne avevo 22, di anni. Mi sembrava di stare a guardare la vita di qualcun altro».

Oggi, a Giugno 2015, Studio 54: Director’s Cut è disponibile sul mercato digitale, dopo esser passato da Berlino, San Francisco, Guadalajara, Londra e Torino. Su iTunes America è entrato tra i primi 30 film scaricati. Quindici anni fa ce la vendevano come una storia sugli eccessi di New York, ma in queste settimane è evidente si tratti di una favola hollywoodiana: «Non porto rancori – dice Mark Christopher – non farei questo mestiere da un pezzo se mi trascinassi ferite così a lungo. Brutte esperienze capitano a chiunque, a Hollywood, devi saper guardare avanti».

Una favola che vale la pena guardare? Probabilmente no, ma chi siamo noi per dare un voto alla tigna?

Studio 54: Director’s Cut – IMDb –  Wikipedia

Classe 1983, come Amy Winehouse e Risky Business. Fa il consulente di marketing a Los Angeles, dove vive e ha un account Netflix.

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