Mindhunter, ovvero David “serial” Fincher


Negli anni Settanta si verificò un’escalation di delitti seriali compiuti senza movente apparente: una situazione che andava a scompaginare tutta la dottrina adottata fino ad allora dai detective. Almeno finché i due agenti dell’FBI John Douglas e Robert Ressler e la psicologa Ann Wolbert Burgess non diffusero i risultati dello studio effettuato sulla base di centinaia di interviste a tutti i serial killer delle prigioni Usa, poi pubblicato col titolo Crime Classification Manual: A Standard System for Investigating and Classifying Violent Crimes.

Mindhunter si basa dunque su una storia vera, e l’idea è venuta nientemeno che a Charlize Theron, che ha coinvolto David Fincher come produttore esecutivo e regista di quattro puntate. Dopodiché Fincher ci ha preso gusto e ha spodestato l’autore Joe Penhall assumendosi, sostanzialmente, il ruolo di showrunner.

E difatti Mindhunter contiene diversi cliché fincheriani, tanto da suonare come una sorta di summa, quanto mai opportuna perché Fincher è un tipo difficile da inquadrare. Non ha una regia eclatante come Nolan, i due Anderson, o il solito Tarantino. Anzi, con gli anni è andato facendosi sempre più pulito, quasi classico, nel senso di una regia che si nasconde.

Ma invece che stare a fianco dello spettatore, come faceva il cinema classico, apre crepe di inquietudine rarefatta che, a distanza di giorni, ti stridono ancora dentro come il gesso sulla lavagna. E ti chiedi: “Come ha fatto? Dove ho perso il filo? Dove mi ha fregato?” Credo che Fincher sia uno dei registi più intelligenti in circolazione.

Avevi giurato!

Per cui, serial killer a parte, in Mindhunter ci sono i due detective, uno giovane e ambizioso e l’altro vecchio e scafato, come in Se7en; c’è un mondo dove l’animo femminile ha poco spazio, non per misoginia ma proprio per mancanza di ossigeno, come in Alien3 e Panic Room; e c’è la fissazione su un sistema di regole, come in Fight club, The game e The social network. Ma soprattutto in Mindhunter troviamo espressa in modo limpido la domanda che sottende tutti i film di Fincher e che suona così: quanto ci si può avvicinare alla bestia senza farsi contaminare? Quanto ci si può sporgere verso l’abisso senza farsi inghiottire?

Non a caso questo innovativo profiling dei sk [*] raccontato ufficialmente da Mindhunter sembra un po’ girare a vuoto, come peraltro giravano a vuoto le indagini sul killer dello zodiaco. Per dieci puntate aka trenta ore, i tre non fanno che porsi domande e controdomande, abbozzano una classificazione molto basic, tanto che [SPOILER] quando Holden rivela a Ed Kemper la sua profilazione, alza le spalle quasi scusandosi dalla banalità dei risultati. Anche se poi Ed lo gratifica ugualmente (dobbiamo sottolineare l’enorme interpretazione di Cameron Britton? No, non è necessario). [FINE SPOILER]

Fincher sembra decisamente più interessato alla metamorfosi che l’autopsia di una psiche mostruosa provoca nei tre. Ne testimonia l’entusiasmo iniziale (quando viene commesso un omicidio che confermerebbe i sospetti, Holden si esalta al punto che Tench deve fargli notare che è pur morta una persona), punta il faro sull’esaltazione superominica che muove Holden nelle interviste, e poi registra il crollo psicologico dei due uomini. Wendy per ora è immune ma si possono prevedere crisi anche per lei nella prossima stagione. Singolare, peraltro, come i maggiori momenti di ansia coincidano con situazioni apparentemente innocue, come quel dannato gatto.

Un altro elemento frequente è il richiamo esplicito all’atto di filmare, che in Mindhunter emerge in diverse occasioni: quando Holden registra le interviste (non a caso il registratore è protagonista dei titoli di testa), o quando propone di usare una telecamera. Filmare che spesso viene trasmesso come strumento di manipolazione: vedi il nastro di Richard Speck o quando Debbie fa notare a Holden che la sua tecnica di manipolazione degli indiziati assomiglia a quella di un regista.

Non solo. Nella prima puntata Holden e Debbie vanno al cinema a vedere quel capolavoro che è Un pomeriggio di un giorno da cani. Questa citazione esplicita di un film coevo si era già vista in Zodiac, quando i due detective vanno a vedere Dirty Harry, che trattava proprio del killer dello zodiaco. Dicevo del cinema classico, ma in realtà il riferimento di Fincher è il cinema degli anni Settanta, con il quale è cresciuto, come noi. In Zodiac la profanazione del cinema di riferimento è servita su un piatto d’argento: per quanto Hollywood abbia messo in campo nientemeno che Clint Eastwood, il killer dello zodiaco non è mai stato preso. Aka il cinema racconta balle.

In Mindhunter i ruoli si ribaltano: ancora pieno di fiducia in se stesso, Holden usa il film per mostrare ai suoi allievi un errore delle forze dell’ordine nella gestione di Sonny-Al Pacino. Ma in Un pomeriggio di un giorno da cani la gente era dalla parte di Sonny (“Attica! Attica!”). Un abbaglio stratosferico da parte di Holden che già da qui si capisce come sia destinato a schiantarsi.

La riflessione da parte di Fincher sul proprio mestiere, e specialmente su quanto un film possa produrre verità, è ben presente. È come se Fincher dubitasse del mestiere che si è scelto. Non per niente ho detto che è uno dei registi più intelligenti in circolazione. La domanda iniziale “quanto ci si può avvicinare alla bestia senza farsi contaminare?” potrebbe dunque declinarsi in “quanto ci si può avvicinare alla verità producendo finzione?” Vista la coerenza interna, io su Fincher ci metto la firma: cercherà ancora e sempre di scansarsi dallo sguardo della telecamera che ti inchioda. Di mettere alla prova la veridicità della telecamera.

 

[*] che non sono le iniziali di Stanley Kubrick, per quanto i due abbiano diverse cose in comune: l’appoggiarsi a sceneggiature forti senza farsi mangiare via, lo spaziare fra i generi, il tema della violenza e, ovviamente, quel modo blasé di mostrarla.

Mindhunter – IMDbWikipedia

Federica Guarnieri
Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

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This article was written on 17 Nov 2017, and is filled under Arredamenti Kubrick, Binge-watching, Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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