Mommy: amore e libertà


Xavier Dolan è un regista di estrema sensibilità, di grande talento, di indiscutibile coraggio ma, soprattutto, di grandissima faccia tosta. La combinazione di questi ingredienti gli garantisce di potersi permettere praticamente qualunque cosa nella sceneggiatura e nella regia dei suoi film e, miracolosamente, di non inciampare mai nei suoi stessi eccessi.cover1300

La scommessa di Mommy, la storia di Diane (Anne Dorval), la sgangherata madre del problematico Steve (Antoine-Olivier Pilon) adolescente affetto da un grave deficit dell’attenzione e da iperattività, e del loro incontro con la timidissima (e balbuziente) vicina di casa Kyla (Suzanne Clément) era rischiosa, per un regista che ama sovraesporre ed estremizzare emozioni e relazioni.

Il rischio di scivolare in un grottesco mélo fatto di urla, lacrime, riappacificazioni, risate (e poi ancora lacrime) era elevato ma Dolan è riuscito con grande equilibrio (ed equilibrismo) a evitarlo pur senza rinunciare a nessuno dei suoi tratti narrativi, visuali e registici. 

Gioca con tutti gli strumenti a sua disposizione con la disinvoltura di un cineasta navigato e la spregiudicatezza della gioventù che infrange ogni regola. E anche quando sembra aver davvero esagerato, ancora una volta, vince.

Con Mommy si è guadagnato l’apprezzamento praticamente unanime della critica (e il Prix du Jury all’ultimo festival di Cannes) e quello del pubblico (campione d’incassi in Canada Mommy è candidato per il suo paese all’Oscar come miglior film straniero) e, finalmente, la distribuzione di un suo film persino nelle sale italiane.

Dolan ha già affrontato  con successo il tema delicatissimo del conflitto e dell’amore tra madre e figlio nel suo primo film J’ai tué ma mère, ha descritto le dinamiche complesse delle relazioni triangolari, come quella che si instaura tra Diane, Steve e Kyla, anche se in modo molto diverso in Les amours imaginaires  e ha dimostrato grande sensibilità nel raccontare la complessa relazione con la diversità, come nel caso della transessualità, in Laurence Anyways.

Ciò che è sorprendente e fa di Mommy un film maturo (urge qui ricordare che Xavier Dolan ha solo 25 anni e già cinque lungometraggi al suo attivo), è come tutti questi diversi aspetti si intreccino in un tessuto narrativo ed emotivo coerente e senza smagliature.

La narrazione è perfettamente lineare e lo spettatore vive da vicino la quotidianità di una famiglia anomala, segue le difficoltà pratiche che deve affrontare Diane ogni giorno con il comportamento imprevedibile e aggressivo di Steve. Si assiste a come l’incontro con un’altra esistenza anomala e difficile, quella della dolce vicina di casa Kyla, insegnante in anno sabbatico a causa della grave balbuzie che l’ha improvvisamente colpita, cambi non solo concretamente la quotidianità dei tre personaggi ma la prospettiva, l’angolazione con cui guardano alla loro vita, ritrovando, almeno per qualche tempo, speranza, allegria, serenità e, soprattutto, libertà. Di essere sé stessi, ciascuno nella sua unicità.

Mommy è dichiaratamente e fin dai primi fotogrammi, un film sulla libertà (e sulla sua negazione). Dolan sceglie un Canada fittizio del prossimo futuro nel quale è stata appena approvata una legge che consente il ricovero coatto in istituto psichiatrico dei minori con problemi comportamentali da parte dei genitori. Stende un’ombra su tutta la vicenda: quella della possibilità lasciata a Diane di togliere la libertà al suo stesso figlio.

Il film gioca sulla claustrofobicità della situazione, fin dal formato quadrato scelto per quasi tutte (e non a caso) le riprese del film che consente inquadrature molto strette ed esaspera la predilezione di Dolan per i dettagli, i primissimi piani, le asimmetrie molto accentuate.

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Parole, suoni, musica riempiono ogni momento.

Steve sembra non sopportare il silenzio, parla, urla e ascolta musica continuamente ad altissimo volume, a volte ascolta anche più cose allo stesso tempo, balla scatenato, nella musica sembra trovare al contempo un rifugio e una via di fuga.

Per raccontare questo affollamento sonoro Dolan mette insieme una colonna sonora come sempre estremamente eclettica, in cui coesistono classica e pop, elettronica e rock, Schoenberg e Céline Dion.

 

Non ci sono concessioni al glamour e agli estetismi (nei quali indulge invece abbondantemente in Les amours imaginaires e Laurence Anyways) nelle scenografie e nei costumi di Mommy, Diane è pacchiana, malvestita, con i lustrini sulle unghie, le minigonne zebrate e le zeppe, ma questo non è altro che un modo per Dolan di dispiegare il suo uso sapiente e spregiudicato dei colori accesi e dei contrasti.

Dolan ha scelto attori con i quali aveva già più volte lavorato,  Anne Dorval e Suzanne Clément, coprotagoniste rispettivamente di J’ai tué ma mère e di Laurence Anyways e Antoine-Olivier Pilon che con Dolan aveva lavorato nel video-clip di College Boy del gruppo Indochine.

Tutti sono estremamente convincenti, con una menzione speciale e personalissima per Anne Dorval la cui forza supera anche un doppiaggio italiano che purtroppo azzera tutte le sfumature linguistiche e di registro dell’originale (inglese, francese del Québec, linguaggio burocratico,  espressioni gergali e dialettali…).2585466-jpg_2226627

Xavier Dolan  ci bombarda per oltre due ore con tutte le sue armi di seduzione più potenti e con il fuoco impenetrabile di sensazioni ed emozioni per farci soccombere, inchiodati sulla poltrona a ridere, a fremere, a piangere (come e quanto solo al cinema si può piangere).

Osa tutto, anche lo scontato, anche l’impensabile, il pacchiano, lo sfrontato e non si può far altro che concederglielo, perché in mano a un seduttore tutte le armi sono lecite.

Mommy –  IMDb – Wikipedia

Nandina
Non è una vera blogger perché purtroppo non ha un gatto. Da piccola le dicevano “farai grandi cose” e lei ancora aspetta.

One Comment

  1. Luigi b
    gennaio 12, 2015

    Complimenti per questa recensione

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This article was written on 09 Gen 2015, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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