Mostra del Cinema di Venezia 72: il riassuntone


Durante la Mostra del cinema di Venezia, non c’è stato giorno in cui, mentre mi dimenticavo di dormire mangiare andare in bagno, non pensassi che dovevo fermarmi cinque minuti e scrivere due righe per Gli 88 Folli. L’ho fatto? No, perché 1) sono una brutta persona e 2) c’erano troppi film interessanti da vedere.

Mentre in futuro arriveranno delle recensioni più approfondite a opera di Federica Guarnieri, della sottoscritta e di vari altri folli, vi aggredisco con il listone di (quasi) tutto quello che ho visto nella mia settimana veneziana – nell’ordine in cui l’ho visto. Se vi interessano solo i film bellibellibelli, ci ho messo una stellina davanti.

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The Danish Girl (Tom Hooper, USA)
Non so cosa sia successo ma, nel tempo che è passato da The King’s Speech ad oggi, il mondo è riuscito a farmi stare antipatico perfino quell’innocente di Tom Hooper. Non nutrivo grandi speranze sulla sua nuova opera, che infatti non è niente di che, ma per fortuna non è neppure offensiva. Nota a margine su Alicia Vikander, che è radiosa, perfetta e di un talento quasi spaventoso: così imparate a non avermi ascoltato quando nel 2012 vi dicevo di guardare A Royal Affair.

Childhood of a Leader (Brady Corbet, Regno Unito-Francia)
La mia nuova definizione di pretenzioso, anche se a modo suo è un film interessante e penso che Corbet sia da seguire. Senza una trama vera e propria, impernia la sua narrazione apparentemente casuale su Bérénice Bejo che è proprio bravissima. Il finale me lo spiegate voi, ok?
Dopo che ho scritto il pezzo, Childhood of a Leader ha vinto il Premio Orizzonti per la Miglior Regia e il Leone del Futuro. #OK

★ Krigen (A War – Tobias Lindholm, Danimarca)
Tobias Lindholm un gigante sempre. Pilou Asbæk l’aveste lasciato stare, che è un attore mostruoso e ora va a fare Game Of Thrones e diventa un cane. Krigen è un capolavoro, un gigante tra i tanti film sulla guerra in Afghanistan che sono stati girati negli ultimi anni. Se esce in Italia, andate a vederlo. Se non esce in Italia, trovatelo in qualche altra maniera.

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A Bigger Splash (Luca Guadagnino. Italia-Francia)
Uff, mamma mia. No. Ormai sono convinta che tutto quello che Matthias Schoenaerts tocca diventi merda. Scusa Matthias.

Janis: Little Girl Blue (Amy Berg, USA)
Con mia grande sorpresa e gioia, questo documentario non cerca di investigare le cause che hanno portato alla morte prematura di Janis Joplin. Piuttosto, si pone l’obiettivo di raccontare in una luce positiva ma completa gli anni della sua carriera e di lasciar parlare chi c’era piuttosto che chi la ammira in retrospettiva.

★ The Fits (Anna Rose Holmer, USA)
L’anno scorso ho resistito solo per mezz’ora durante la proiezione stampa di The Falling. Con una premessa simile – un gruppo di ragazze viene colpito, una alla volta, da misteriosi attacchi – The Fits è un milione di volte più interessante, piacevole, attuale. L’attrice protagonista Royalty Hightower è fantastica e spero continuerà a recitare.

Interruption (Yorgos Zois, Grecia-Francia-Croazia)
Arriverà un giorno in cui mi toccherà recensire un film greco dicendo più di “boh”. Questo boh non è un boh, è un genio come per Lanthimos, però. Direi che è più un boh, spiegatemi voi cos’ho appena guardato perché io non lo so. Se vi interessa la weird wave, questo è da vedere, anche se non si può dire faccia parte del genere.

Sangue del mio sangue (Marco Bellocchio, Italia-Francia-Svizzera)
Qualcuno ha detto criptico? Mi ci è voluto un tot per decidere se mi era piaciuto o no, ma alla fine ho deciso di sì, con la postilla che è un film da andare a vedere con della preparazione psicologica. L’ho recensito (in inglese) qui, se proprio volete saperne di più.

★ Anomalisa (Duke Johnson e Charlie Kaufman, USA)
Alla fine della proiezione in Sala Grande, l’applauso a Duke Johnson e Charlie Kaufman è stato lunghissimo, lui si è messo a piangere, poi io mi sono rimessa a piangere dopo che avevo pianto per metà del film. Se sentite che a qualcuno non è piaciuto, credetemi: sono dei pazzi. È un capolavoro.
Dopo che ho scritto il pezzo, Anomalisa ha vinto il Gran Premio della Giuria.

De Palma (Noah Baumbach e Jake Paltrow, USA)
Full disclosure: sono andata a vederlo più per Baumbach che per De Palma. Comunque. Questo documentario è il sogno bagnato di qualsiasi fan di De Palma: l’uomo, la leggenda, il mito commenta uno ad uno i suoi film buttandoci dentro aneddoti di varia natura. È sicuramente un ritratto professionale di De Palma, anche se è un po’ scarso sulla componente umana.

★ L’esercito più piccolo del mondo (Gianfranco Pannone, Italia-Svizzera-Città del Vaticano)
Ora vi racconto una storia: il giorno dopo aver visto questo film, stavo andando in sala stampa e sulle scale del casinò ho incrociato due delle Guardie Svizzere protagoniste del film. Avete presente le regazzine con Johnny Depp? Ecco, io così, ma per le Guardie Svizzere. Con mia grande sorpresa, questo è un documentario non solo interessante, ma anche ben equilibrato e fotografato benissimo. Sicuramente la gemma più inaspettata di questo festival.

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11 minutes (Jerzy Skolimowski, Polonia-Irlanda)
Con mia grande perplessità, uno dei grandi favoriti per il Leone D’Oro. Un film di una banalità pazzesca, scusa Jerzy.

Light Years (Esther May Campbell, UK)
Il realismo sociale è probabilmente il genere più inglese che ci sia; questa è una versione più sognante, un po’ più artsy, ma che a me è piaciuta molto. Metto una bandierina rossa su Esther May Campbell perché sono curiosa di vedere cosa farà nei prossimi anni.

poopTaj Mahal (Nicholas Saada, Francia-Belgio)
Sicuramente il film peggiore che ho visto alla Mostra, forse addirittura uno dei peggiori film che io abbia mai visto. L’ho odiato talmente tanto che ho cercato l’emoji della cacca e l’ho messa qui di fianco. Scelgo solo una cosa a caso di quelle più irritanti è ridicole: è un film in India dove non c’è un solo personaggio indiano che abbia più di una frase di dialogo. Sì, ho capito che la protagonista è francese, ma non ci credo che non potevano fare di meglio.

Remember (Atom Egoyan, Canada-Germania)
Innanzitutto, come Christopher Plummer nessuno mai. Inoltre, sarà che con una premessa come quella di Remember molto poteva andare male, questo film è piacevole e, con mio stupore, non ha neanche un flashback strappalacrime ad Auschwitz. Ovviamente io mi sono disperata lo stesso, ma lo sapete che è normale.

La Prima Luce (Vincenzo Marra, Italia)
Ennesimo full disclosure: amo Riccardo Scamarcio. Altro full disclosure: sin da quando ero piccola, i genitori stranieri che rapiscono i figli e li fanno sparire nel nulla sono la mia fobia. Grazie Chi L’Ha Visto?, grazie eh! La reazione a La Prima Luce non è stata particolarmente calda, ma a me è sembrato un film ben costruito e ben recitato. Se vi capita di vederlo e avete voglia di un mattonazzo, vedetelo.

★ Free In Deed (Jake Mahaffy, USA)
Non posso credere che non ci sia ancora qualcuno a cui non ho detto di andare a vedere questo film dopo che 1) la proiezione stampa era quasi vuota e 2) il film mi è piaciuto da impazzire. Una mazzata nei denti, ma un capolavoro, soprattutto se vi interessano i film che mettono in dubbio la religione.
Dopo che ho scritto questo pezzo, Free In Deed ha vinto il Premio Orizzonti per il Miglior Film. VE L’AVEVO DETTO.

Go With Me (Daniel Alfredson, USA-Canada-Svezia)
L’unica cosa che mi ricordo di questo film è che non vorrei mai incontrare Ray Liotta per strada di notte. Per il resto è un thriller talmente generico e poco originale (trama, narrazione, regia, attori, fotografia – tutto) che non saprei neanche cosa dirvi. Da evitare.

★ Mediterranea (Jonas Carpignano, Italia-Francia-USA-Germania)
JONAS CARPIGNANO TUTTI I PREMI DAPPERTUTTO. Un film non solo più attuale che mai, ma anche realizzato benissimo. La mia amica Cecilia e io vogliamo complottare perché venga presentato per gli Oscar. Come minimo.

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Torn (Alessandro Gassmann)
Un documentario breve che racconta la vita degli artisti profughi della guerra in Siria. Realizzato da Alessandro Gassmann con l’UNHCR, non si lascia andare a sentimentalismi ma fa il lavoro importante di ricordarci che i rifugiati sono prima di tutto persone.

The Daughter (Simon Stone, Australia)
Un uomo torna nella sua città d’origine per il matrimonio del padre e distrugge la vita di tutti gli astanti con grande abilità. Ho controllato quali altri adattamenti ci fossero di L’anitra selvatica perché sono sicura di aver visto un film con la stessa trama e lo stesso trattamento, ma mi sbagliavo. Bellino, ma niente che causi un’estasi mistica.

Nata a Vicenza nel 1990, si è ricollocata a Londra appena raggiunta la maggiore età. Cura il sito femminista Soft Revolution e scrive di cinema, tv e libri in giro per il web.

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This article was written on 14 Set 2015, and is filled under Binge-watching, Scuse per parlare di film.

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