Turner: il biopic secondo Mike Leigh


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Vi capita mai, in giro per strada, al bar, in fila alla posta, di mettervi a osservare in silenzio le persone che vi stanno attorno? Io lo faccio continuamente. Ascolto le loro conversazioni, sbircio il libro che stanno leggendo, cerco di dedurre i rapporti di parentela o di amicizia da certe somiglianze o da certi gesti. Trasformo insomma quegli anonimi sconosciuti in personaggi di uno spettacolo rappresentato inconsapevolmente e solo per me. Lo spettacolo può essere più o meno originale, comico, tragico, grottesco, ma è sicuramente sempre imprevedibile e interessante, come lo sono le persone.

Forse è per questo che mi piace così tanto Mike Leigh, perché nei suoi film non sembra mai mettere in scena dei personaggi ma semplicemente voler mostrare degli esseri umani, senza esasperare o attenuare nulla delle loro qualità e dei loro difetti, senza cercare di farne figure simboliche.

La sfida apparentemente impossibile che vince Mike Leigh è quella di fare cinema raccontando semplicemente la vita, nella sua banalità e nelle sottigliezze delle sue sfumature, senza accentuarne i contrasti. I fili ci sono ma Mike Leigh riesce a farli sparire dalla vista dello spettatore.

Sembrerebbe impossibile riuscire a girare un biopic su un personaggio famoso e particolare come William Turner restando fedeli a questo modo di fare cinema. E infatti Mike Leigh non lo fa, perché il suo è un biopic ma allo stesso tempo non lo è.  Non lo è perché l’impressione che ha lo spettatore è quella di fare effettivamente la conoscenza di William Turner, non che gli venga raccontata la sua vita, più o meno romanzata. Ha l’impressione di essergli accanto nei suoi viaggi, nelle sue passeggiate solitarie alla ricerca della luce e del colore perfetti, all’Accademia con i suoi colleghi e amici.  E quando quel grugnito, modulando il quale Turner si esprime più che con le parole durante tutto il film, si trasforma in rantolo e poi nel suo ultimo respiro gli pare che ad andarsene sia proprio lui, William Turner, e non la sua rappresentazione cinematografica.

Turner appare allo spettatore come un uomo  brutto, sgraziato, difficile, solitario, riservato, introverso, a tratti del tutto incapace di comunicare le proprie emozioni, ma al contempo capace di grande amicizia, di generosità, di sincera ammirazione per il talento altrui, di affetti profondi (come per il padre la cui morte fu per lui un dolore insuperabile o come per Mrs Booth, sua compagna negli ultimi anni di vita), estremamente sensibile al bello, brillante, divertente, colto.

Pur riuscendo a mostrare perfettamente la grandezza del talento di Turner la sua immensa passione per la pittura, per il mare, per la luce, Leigh  preferisce rappresentare l’uomo più che il maestro della pittura, l’artigiano più che il genio.  Non concede nulla alla retorica dell’artista maledetto, caratteriale, totalmente assorbito dalla propria arte, né scivola mai nella macchietta, nel grottesco, nella derisione. Perfino il suo grugnire e sbuffare continui, la sua goffaggine, i suoi tic non sono altro che tratti del suo modo di essere e non una caricatura.

Come fu per Imelda Staunton con Vera Drake, Timothy Spall  è determinante per la credibilità del ritratto di Turner dipinto da Mike Leigh. Perfetto in questo ruolo è strepitoso nella sua interpretazione (non a caso  Spall ha vinto la Palma d’Oro per la migliore interpretazione maschile all’ultimo Festival di Cannes). A completare il tutto la fotografia di Dick Pope (candidato agli Oscar e ai BAFTA) che riesce a trasferire sullo schermo la luminosità e la pastosità dei colori dei quadri di Turner, dando allo spettatore l’impressione di vedere attraverso gli occhi del pittore stesso.

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Anche questa volta Mike Leigh è riuscito a fare una cosa solo in apparenza facile: mostrarci la semplicità della vita, anche quella di un uomo eccezionale, con la naturalezza con cui si apre una finestra per guardare fuori o ci si siede al tavolino di un bar osservando quel che accade intorno.

Turner – IMDb – Wikipedia

Nandina
Non è una vera blogger perché purtroppo non ha un gatto. Da piccola le dicevano “farai grandi cose” e lei ancora aspetta.

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This article was written on 10 Feb 2015, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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