Naomi Tani, la regina del “roman porno”


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L’arrivo nelle sale della trasposizione cinematografica di 50 sfumature di grigio sembra aver riacceso l’interesse per il cinema erotico. Il film promette, sui 100 minuti totali, 20 dedicati a scene di sesso, vietate ai minori di 14 anni. Tra gli articoli più letti del Corriere della sera da giorni staziona una top 10 dei film più sexy di sempre, tutti americani, tutti più o meno patinati. C’è anche Nove settimane e mezzo che, grazie alla celebre scena in cui Mickey Rourke passava un cubetto di ghiaccio intinto nel Cointreau sulla pancia di Kim Basinger dopodiché la scopava bendata, aveva già sdoganato blandi riferimenti a pratiche vagamente SM. Poi ricordo che ci fu Madonna che in videoclip, libro, e persino un film di imbarazzante bruttezza, dava vita ad un immaginario di catene, manette, frustini e colate di cera bollente; in Italia il sesso passò a fantasie più alimentari, e dopo le caserecce mortadelle ed anguille di Valeria Marini e i quarti di bue di Alba Parietti sembrava che il genere erotico fosse non solo morto suicida ma anche sotterrato e sprofondato. E invece rieccolo qui, redivivo: le Sfumature (presumibilmente solo il primo di tre capitoli) riporteranno sul grande schermo bende, corde e sculacciate come se fossero una novità. Ma il sadomaso al cinema ha storia lunga, e qui vogliamo parlare di un capitolo molto particolare di questa storia e rendere omaggio ad una delle sue interpreti più coinvolte ed apprezzate: Naomi Tani, la regina del roman porno.

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Il sesso vende, dicevamo: lo stesso ragionamento lo fece agli inizi degli anni ’70 la Nikkatsu, il più vecchio studio cinematografico giapponese. In Giappone da anni il genere erotico era sulla cresta dell’onda, grazie ai pinku eiga, letteralmente i film rosa, in produzione almeno dall’inizio degli anni ‘60. In pochi anni, il genere macina decine e decine di produzioni, le cui regole principali sono due: pochi soldi, tanto sesso. La Nikkatsu, studio che annoverava tra i suoi registi Seijun Suzuki (Branded to kill), e soprattutto Shohei Imamura (futuro vincitore di due Palme d’oro), stava passando un periodo di gravi difficoltà finanziarie e decise di cambiare radicalmente tipo di produzione: per salvare la baracca, avrebbe fatto solo film zozzi, in grande quantità. Per distinguere i loro film dagli altri pinku, coniarono una definizione tutta nuova per i propri film: Roman porno, porno romantico. Ai giovani registi veniva data totale libertà, di sceneggiatura e di uso del materiale di proprietà degli studios, purché i loro film rispettassero strettissime condizioni di budget e una regola fondamentale: almeno una scena di sesso ogni dieci minuti. La durata di ogni film doveva essere tra i 60 e i 70 minuti. A quanto pare si giravano anche 3 film contemporaneamente sullo stesso set, tanto il doppiaggio audio si faceva dopo, per risparmiare.

Ora, questa pornografia romantica della Nikkatsu non era mica poi così romantica: assecondando i gusti del pubblico nipponico, le storie d’amore erano condite da violenza e sadomasochismo a pacchi. Per questo, per fare il salto di qualità, la Nikkatsu cercò di ingaggiare l’attrice che si stava affermando decisamente come la regina dell’SM giapponese, Naomi Tani. Con lei la Nikkatsu sbaragliò la concorrenza e conquistò il mercato del cinema erotico.

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Non ho avuto modo di vedere i film girati da Naomi Tani prima del suo arrivo alla Nikkatsu. Sono decine e decine di film, nell’arco di pochi anni, dal 1967 al 1974, con titoli come Slave widow, Cruel map of womens’ bodies, Degenerate, Season for rapists, Whip and the beast, Orgy of the flesh, Abnormal sex game, eccetera: avete capito il ritornello. Rispetto alle altre attrici, Naomi Tani sembra avere una marcia in più: oltre a essere brava, ha un interesse personale per la letteratura erotica. Il nome che si sceglie, a quanto racconta lei, è quello di un’eroina di un romanzo di Tanizaki, mentre il cognome è appunto un omaggio all’autore della Chiave. Sui set, si lega di amicizia anche con Oniroku Dan, autore di romanzi BDSM particolarmente spinti. Nel 1972, prima di arrivare alla Nikkatsu, fa anche il suo debutto da regista, girando due film sceneggiati dall’amico scrittore sadomaso: Sex killer e Sex starved beast. Il tratto distintivo del suo stile come regista? “Ho accentuato le scene con un sacco di tortura e un sacco di bondage”. Ecco a voi lo stile di Naomi Tani.

Naomi Tani, appena entrata nel giro dei pinku, si specializza nella nicchia dei film SM. Quando la Nikkatsu le propone un contratto, lei è dapprima riluttante, perché lo studio non sembra intenzionato ad esplorare quella direzione; poi accetta, ma a una condizione: il primo film deve essere basato sul romanzo di Oniroku Dan Flower & snake. Insomma, che film si fa lo decide lei: un’attrice con carattere, ma gli studios accettano. È il 1974: fino al 1979, anno in cui Naomi si ritira dalle scene all’età di 31 anni, sarà l’incontrastata regina del roman porno. Sono film spesso ben fatti, in cui i registi approfittano della totale libertà creativa (tranne la nota rigorosissima censura nipponica su organi sessuali e peli pubici) per sperimentare trovate estetiche anche molto interessanti. Che siano film in costume o contemporanei, tutti questi film hanno un elemento in comune: Naomi Tani viene sottoposta alle più incredibili, perverse, oltraggiose torture e umiliazioni. Non stiamo parlando di avere i polsi legati al letto da un capo-azienda belloccio in giacca e cravatta, ma degli elaborati giochi di corde tipiche dello shibari, che le serrano il corpo nudo, spesso con tanto di sospensione, e da parte di individui generalmente abbastanza ributtanti. Film dopo film, le pratiche a cui Naomi è sottoposta sono sempre più allucinanti: clisteri, umiliazioni che hanno a che fare con il dover soddisfare i propri bisogni, punizioni corporali, segregazione in una gabbia, stupri di ogni tipo e in ogni luogo, crocefissioni, cera bollente sulla pelle.

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In Noble lady: bound vase, del 1978, Naomi viene legata con le corde ad una croce all’aria aperta e presa a secchiate d’acqua in faccia. Nello stesso film, a un certo punto si ritrova completamente immobilizzata dalle corde, legata schiena contro schiena contro un ragazzo, un domestico segretamente innamorato di lei; in questa posizione, entrambi sono messi su un cavallo, fatto trottare da un altro domestico. Viene da chiedersi se non sia stata la scena più pericolosa da girare nell’intera storia del cinema: i due corpi legati sobbalzano ad ogni passo del cavallo e sembra sempre che da un momento all’altro debbano cadere per terra come salami. 

Rope cosmetology, dello stesso anno, si spinge davvero oltre: Naomi è una moglie segretamente affascinata dal bondage e con forti desideri sessuali, ma col marito troppo lavoratore e posato per darle retta.  Un giorno però un’ex compagna di scuola la invita ad un’esposizione del suo compagno: i quadri sono tutti a tema sadomaso. Si instaura allora pian piano un gioco perverso tra le due coppie, più l’assistente sadica del pittore: per far ripartire la vita sessuale della coppia, al marito verrà insegnato come addestrare Naomi ad essere una perfetta cagna sottomessa, con tanto di camminate al guinzaglio, obbligo di abbaiare, cibo per cani mangiato da ciotole messe per terra, eccetera. A un certo punto, delirio totale: per meglio chiarire la cosa, entra in scena un pastore tedesco; Naomi Tani completamente nuda viene cosparsa di burro su tutto il corpo, dopodiché il cane viene liberato. Ciò che succede potete immaginarlo. Alla fine del film, i mariti portano le mogli a passeggiare al parco, nude, al guinzaglio e a quattro zampe, insieme all’assistente perversa che porta il cane vero, e tutti sono felici.

NobleladyposNaomi Tani ha esplorato, film dopo film, soprattutto le fantasie più estreme di sottomissione, di umiliazione e di disciplina sessuale.  Una trama tipica dei suoi film prevede una violenza iniziale, con annesse umiliazioni e torture, per poi arrivare al punto in cui lei scopre non solo che la cosa le piace, ma che ne è completamente soggiogata; e che forse lo aveva sempre sognato, le era sempre piaciuto. Nei film in cui il bondage è più centrale, dopo una prima metà del film in cui viene legata e segregata, di solito c’è una fuga, poi la consapevolezza del desiderio sessuale di essere legata: ecco allora Naomi tornare dall’ex aguzzino con una corda in mano, ad implorare di essere di nuovo legata. A quel punto, di solito, i rapporti si capovolgono: diventata viziosa quanto il partner, sebbene dominata è lei a guidare il gioco. Wife to be sacrificed rappresenta un ottimo esempio di film che segue questo schema: verso la fine del film, Naomi chiede di essere colpita più forte, di essere legata più stretta; quando il maschio dominatore fugge, lei afferma che è buffo, ma che forse alla fine lui era spaventato da lei. Anche nel precedente Flower and snake, addestrata con la forza ad essere un oggetto, Naomi ci prende gusto e alla fine sarà lei a imporre ai due maschi di casa di soddisfare vigorosamente le sue voglie insaziabili.

L’impegno di attrice di Naomi Tani era totale. Ha raccontato che per anni non si è mai concessa Rope_Cosmetologyuna vacanza al mare perché la sua pelle doveva essere il più pallida possibile, per rispecchiare quell’ideale classico di perfezione giapponese, ma anche perché i segni sulla sua pelle durante le riprese diventassero più visibili e più rossi. Durante le scene più fisicamente probanti, ed anche estreme, mai un lamento, mai un problema creato al regista; al contrario, grandissima collaborazione ed impegno: Naomi Tani aveva particolarmente a cuore a che le scene risultassero bellissime e crudeli. Inoltre, cosa non scontata in un genere che comunque restava di serie B, aveva anche ottime capacità espressive.

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Il suo enorme seno, lo sguardo altero che poteva diventare estremamente vizioso, il fisico da pin-up che le fece guadagnare anche un’apparizione su Playboy, e l’eleganza naturale sia in abiti occidentali che nel tradizionale kimono la facevano sembrare una donna più matura rispetto alla sua età: non a caso spesso ricopriva ruoli di donna divorziata, vedova, madre. Simbolicamente, era allora la madre giapponese ad essere torturata e umiliata, ad essere sottomessa ed addestrata come un giocattolo sessuale; al contempo, la donna umile e modesta tipica della società tradizionale giapponese scopriva desideri repressi, potenti, viziosi. In questo senso, Naomi Tani ha un ruolo molto interessante in Tattooed flower vase, un film che insegue suggestioni e fantasie diverse dal “sesso & violenza” tipico del genere, e che si regala una messa in scena molto raffinata. Naomi è una madre vedova, cresciuta nell’ambiente del teatro kabuki. Ha una figlia giovane (la differenza di età tra le due attrici era però di soli 7 anni) che, in seguito a un incidente stradale, fa conoscenza con un baldo giovanotto, che, guarda caso, è il figlio di un vecchio attore kabuki che in gioventù aveva violentato Naomi. I due giovani iniziano, come gioventù vuole, a fare all’amore. Ma al giovanotto interessa anche la madre. Nel frattempo Naomi riattiva i ricordi del passato, del padre del giovanotto, di cui lei era innamorata ma che si approfittò di lei; e scopre che i ricordi della violenza sessuale stranamente la eccitano. Inizia una relazione clandestina con il giovane, mettendo le corna alla figlia: ma in realtà inizia a fare confusione tra lui e il padre. Un giorno lui la porta a casa sua, le mostra i vestiti di scena del padre, poi iniziano a fare sesso; ma arriva la figlia che cerca lui; lei allora si nasconde, non dentro un armadio come da stereotipo italiano, ma al piano si sopra, da cui può vedere tutto ciò che succede giù senza essere vista. La camera dall’alto ci mostra i due giovani, al piano si sotto, che iniziano a copulare, mentre la madre voyeuse non può fare a meno di masturbarsi furiosamente. Va poi a farsi tatuare la leggenda kabuki in cui recitava insieme al padre del giovane: un tatuaggio enorme, a colori, che le copre tutto il corpo. Torna a fare l’amore con il giovane, ma stavolta il delirio la sommerge completamente, lo chiama con il nome del padre, fino al parossismo e all’epilogo tragico.

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Naomi Tani si ritira dalle scene a poco più di trent’anni, per rimanere bellissima e non invecchiare nel ricordo degli spettatori. Come attrice di cinema erotico, ha messo tutto il suo corpo al servizio degli spettatori, per risultare credibile protagonista di fantasie spesso torbide, estreme, magari anche depravate, ma sempre recitate con estrema professionalità, con due obiettivi in mente: filmare prodotti di qualità, riuscire a far mantenere la bellezza e la sensualità delle sue eroine persino durante gli abusi più duri. Dopo il ritiro, ha inciso un disco (qui un ascolto per darvi un’idea del genere), poi ha aperto un ristorante (Ohtani, che a quanto pare in giapponese vuol dire tettone), e negli anni ’90 anche un video store specializzato nel roman porno, genere ormai declinato e sorpassato dall’avvento della pornografia vera e propria. 18649680.jpg-r_640_600-b_1_D6D6D6-f_jpg-q_x-xxyxxNel 2000 Hideo Nakata, il regista di The ring, è riuscita a filmarla di nuovo, in un documentario sul regista Masaru Konuma, con cui Naomi ha spesso lavorato alla Nikkatsu. A più di cinquant’anni, Naomi è ancora una bellissima donna; arriva avvolta da un elegante kimono, ritorna dopo più di trent’anni su quei set che ha contribuito a salvare, ritrovando vecchi compagni d’avventura; poi ritrova Konuma, e insieme assistono a una proiezione privata di Wife to be sacrificed (1974).  Finito il film, i due si guardano, si sorridono soddisfatti: bel lavoro!

Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell’Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

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