Il nome del figlio: volevamo essere Carnage


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Ci sono due modi per approcciarsi al film di Francesca Archibugi: uno è quello del tizio che va a vedere un remake italiano de Le prénom, commedia teatrale francese di Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte che nel 2012 è diventato un film di successo, l’altro è quello di uno che non sa niente della versione originale e va a vedere quella che il trailer promette essere una commedia.

Io sono della prima categoria: ho visto la pièce originale a teatro, ho visto il film, mi sono piaciuti entrambi e ho cercato di farlo vedere un po’ a tutti quelli che conosco. La storia è semplice: durante una cena tra amici uno degli invitati, fratello della padrona di casa e amico di infanzia del padrone, rivela il nome del futuro nascituro portando scompiglio per le implicazioni che questo avrebbe. Da quel momento la serata vira in un dramma di gruppo, dove vecchi traumi e tensioni sotterranee emergono, portando lo scontro a livelli sempre più alti, fino a cambiare la vita di tutti i presenti (o forse no). Pièce e film sono molto divertenti e capaci di alternare risate ad attimi più seri, dove si parla dei rapporti di amicizia e di famiglia, delle frustrazioni grandi e piccole dell’esistenza e della difficoltà di accettare quello che non si capisce e che esce al di fuori dalla propria vita quotidiana.

La versione italiana della Archibugi mette in campo un cast attoriale di tutto rispetto: Alessandro Gassman, Luigi Lo Cascio, Valeria Golino, Micaela Ramazzotti e Rocco Papaleo.

E non fa ridere.

Ora, io ho tanti difetti, per carità, ma non mi si può dire che sia uno che non ascolta la gente e vorrei, giuro, sedermi a un tavolo con Francesca Archibugi, versarle un bicchiere di rosso, e chiederle “Francesca, dolcezza, perché? Perché prendi una commedia, la adatti per una versione italiana del grande schermo e la rendi noiosa? Che senso ha girare una commedia che non fa ridere? Perché mi fai questo? Perché?”. Dopo di che, probabilmente, finiremmo a letto a fare hate sex, ma prima di confermare quest’ultima parte vorrei vedere delle foto recenti della regista, se non vi dispiace.

Perché Il nome del figlio non è divertente, non è triste, non è particolarmente emozionante. È un film di un’ora e mezza su un gruppo di irrisolti che urla e si scalda e poi si calma e poi urla e si scalda e poi si calma, ad libitum. Ci sono momenti divertenti? Nì. Ci sono momenti che vorrebbero esserlo, ma che non riescono a esserlo come vorrebbero (e dovrebbero).

Rimane, quindi, da guardarlo come qualcuno che non conosce l’opera originale e si avvicina in base al trailer visto. Che lo presenta come una commedia. E quindi ritorniamo a me, a Francesca, al tavolo, al vino e al hate sex.

Oppure si accetta il fatto che non sia un film che fa ridere, ma un film drammatico con venature comiche e si giudica per questo.

Preso in questo modo, accettato il fatto che l’impianto semplicissimo (quattro amici cominciano a discutere del nome del futuro figlio di uno e finiscono per rivangare il passato e tutto quello che ne consegue) viene “complicato” da una serie di scelte che coinvolgono la pesante figura paterna, la questione dell’appartenenza a un gruppo, a un’ideologia, a una famiglia, il film manca di mordente proprio nel fulcro e cioè negli scontri tra i diversi caratteri. Tolti un paio di momenti emotivamente molto forti e interessanti, ogni discussione nasce e muore rapidamente, spesso e volentieri senza lasciare nessuno strascico, apparentemente riportando ogni personaggio al punto zero, al momento prima dell’inizio del litigio, come se quello precedente non avesse lasciato un’impronta in chi ne ha fatto parte. Anzi, spesso e volentieri vediamo conversazioni che si aggirano intorno a dichiarazioni durissime portate avanti con una tranquillità che normalmente non sarebbe possibile.

Di dubbia riuscita anche l’utilizzo dei flashback che raccontano la storia familiare dei protagonisti, con l’ingombrante figura paterna, la crescita tra conflitti e caratteri che si sviluppano formando quello che poi diventano realmente. Tutto girato con garbo, ma che, nell’insieme, è un di più di cui non si sentirebbe la mancanza, salvo che, in questo modo, l’impianto tipicamente teatrale salta e diventa di più ampio respiro.

Dire che Il nome del figlio sia un film brutto sarebbe ingiusto, ma è un film sbagliato sotto troppi punti di vista ed è un peccato, perché il potenziale c’era, ma nulla sembra andare al suo posto, lasciando un senso di incompiutezza snervante.

E l’hate sex. Forse.

Il nome del figlio – IMDbWikipedia

Soffre di bulimia cinematografica e quindi guarda di tutto e la cosa gli piace, tranne quando si ritrova a chiedersi "Perché sto guardando Step Up 4?". La risposta è che non ha importanza, fino a quando è seduto dentro una sala, al buio, sprofondato in una poltrona (oddio, magari nel caso di Step Up 4 un po' di importanza ce l'ha, ma sorvoliamo).

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