Neruda, l’antibiopic


Personalmente, non amo il biopic: lo trovo un genere scialbo, zoppicante, che da un lato ti dice “tratto da una storia vera”, e dall’altro sottintende “abbiamo drammatizzato per far diventare il tutto più interessante”. Spesso drammatizzare consiste nell’inventare spudoratamente fatti, personaggi, situazioni e spacciarli per realmente avvenuti ed esistiti. Per conoscere meglio una personalità pubblica preferisco, di gran lunga, un buon documentario, con immagini d’archivio e interviste. Sono comunque pronto a fare eccezioni, soprattutto per biopic di tipo particolare: la storia vera di un personaggio non famoso, ad esempio, o un evento particolare nella biografia di una celebrità. Ma spesso, anche in questo caso, i risultati sono molto deludenti.

Con Neruda, il regista cileno Pablo Larraín sembra essersi lanciato in un nuovo tipo di biopic, che potremmo chiamare antibiopic. Basandosi su fatti realmente avvenuti, il regista di Tony Manero, No e El club costruisce un film in cui la realtà è solo un pretesto, il punto di partenza per esplorare il processo di creazione, quello dell’arte tanto quanto quello dell’identità personale. Il modello a cui si ispira sono certi racconti di Jorge Luis Borges, ma anche un celebre apologo cinese: è Chuang-tzé che sogna di essere una farfalla, o è la farfalla che sogna di essere Chuang-tzé? Un gioco di specchi che fa somigliare il film a un sogno più che a uno spaccato di vita reale trasposto su grande schermo. I due antagonisti, il poeta e politico Pablo Neruda (Luis Gnecco), perseguitato, e il poliziotto Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal), persecutore, sembrano avere bisogno l’uno dell’altro per esistere, per costruire la propria immagine. In particolar modo, l’identità stessa di Peluchonneau sembra prendere senso soltanto nel contesto di questa caccia all’uomo.

Il film sorprende perché gioca a mostrare esplicitamente delle ambiguità per disinnescarle in modo più sottile. Si potrebbe, per esempio, rimarcare la narrazione in prima persona di Peluchonneau, certe sue osservazioni sprezzanti su Neruda e sul comunismo degli ambienti intellettuali e borghesi, l’idea stessa che il poeta abbia in qualche modo bisogno della persecuzione per alimentare la sua leggenda, per mettere in scena una fuga spettacolare che gli dia lo spessore di un personaggio da film. Un film conservatore, dunque? Diverse scene in cui Neruda è attaccato verbalmente da compagni di partito potrebbero farlo pensare, per non parlare di tutte le scene in cui è rappresentato come un personaggio orgiastico, edonista, decadente, e anche un po’ stronzo.

 

Ma l’ambiguità di Neruda è, in realtà, complessità, ed è dunque un punto di forza: nel braccio di ferro tra l’arte e la polizia, l’arte ne esce trionfante. Dalla scomoda posizione di fuggitivo, Neruda sa inventare nuove maschere, nuove situazioni, nuove riflessioni e nuove parole. Se il camouflage diventa un obbligo, Neruda lo accoglie ben volentieri: ecco l’artista che si traveste, pronto a cambiare connotati, mimetizzandosi all’ambiente circostante, non solo per sfuggire alla cattura, ma anche per gusto. Neruda tra i senatori, Neruda tra i compagni di partito in clandestinità, Neruda nel postribolo truccato da prostituta, Neruda in smoking vestito da ricco turista con tanto di enorme sigaro, Neruda con la barba, Neruda in trompe-l’oeil dentro a un negozio di quadri e cornici. Questo mimetismo dell’artista è in realtà gioco immaginifico, creazione e finzione costante: che è poi lo stesso approccio del film al genere biopic.

L’inventiva sfrenata del poeta sa dunque trarre ispirazione dalle contingenze, persino quelle più scomode, risplendendo in mille sfaccettature. Peluchonneau, invece, che pure cerca affermazione personale e sociale, un riconoscimento, una riscossa che lo porti a diventare anche lui, come Neruda, qualcuno, resta sempre uguale, non evolve, non sa trascendere sé stesso, superare la rigidità determinata dal suo ruolo per diventare, infine, una persona. Potrà, solo alla fine, essere sicuro di esistere, solo perché è stato ricordato e nominato dal poeta. L’atto di nominare qualcosa o qualcuno, allora, gli dà vita. Nella sfida ideale tra la parola e l’azione, è la parola che vince: la parola di Neruda che si diffonde tra i campi di concentramento per oppositori politici, la parola di Neruda che dà identità persino all’oscura pedina di un regime fascista destinata all’oblio della Storia.

Se Neruda aggredisce e spiazza lo spettatore è perché vuole minare dall’interno il genere del biopic, senza però darlo troppo a vedere. Si può discutere se si tratti di un’impresa gagliarda e anche necessaria, come io credo, o invece di un esercizio vacuo, intellettualista e un po’ sbruffone. Di certo, il film merita la visione, e davanti al suo scivolare da un genere all’altro (film politico, farsa, poliziesco, road-movie, western) e al suo voler sfuggire a ogni definizione, si resta davvero incantati.

NerudaIMDbWikipedia

Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell'Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

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This article was written on 06 Mar 2017, and is filled under Scuse per parlare di film.

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