Olio di gomito/Olio di Ricino


881Un altro filone cinematografico che andava molto in Italia era quello comico. Ci fu un periodo nel quale i film di Franco e Ciccio facevano il tutto esaurito, e la gente si sganasciava letteralmente dalle risate. Non come oggi: il cinema di quei tempi sembrava le trincee della Guerra Mondiale, con le persone che saltavano su dalle sedie, cascavano per terra, andavano sotto il palco a mostrare il pugno ai cattivi o gli sputavano addosso.

Visto che c’era da far soldi, alla fine qualcuno venne a cercare anche me. Ormai mi ero fatto un certo “nome” nel campo – anche se forse era quello sbagliato – e in tanti sapevano che se serviva un mestierante capace di portare a casa una pellicola in due o tre settimane e farla sembrare dignitosa, quello ero io.

Così, una bella domenica, mi invitarono a pranzo in una villa di ricconi, commercianti di olio d’oliva umbri. Il patriarca era, neanche a dirlo, un grande fan di Franco e Ciccio, e aveva un po’ di soldi da investire. Era stato dunque contattato da un amico mio, falso e bugiardo di tre cotte, che gli aveva proposto di fare cinema.

Oh, mi raccomando, mi aveva detto l’amico prima di entrare. Questi pensano che noi siamo ricchi e potenti. Tu statti zitto, quando io parlo fai sempre di sì, se ti chiedo qualcosa rispondi sempre che è vero, e se ti viene da ridere o da dire la verità guarda le tette della padrona di casa.

Così feci. E col tipo di discorso messo su dal mio amico devo dire che quelle tette mi toccava guardarle abbastanza spesso, tanto che la signora – davvero ben fornita – alla fine se ne accorse. Però dimostrò di gradire.

Per farla breve, il mio amico propose di lanciare una nuova coppia comica. Sulle prime il tipo danaroso ci rimase male, perché a lui era sembrato di capire che coi suoi soldi avrebbe potuto finanziare un nuovo film di Franco e Ciccio, magari basato sulla coltivazione dell’olivo. E ci rimasi male anche io, perché per un istante avevo sperato di usare i suoi soldi per girare “Dove vanno a morire gli angeli“, il film noir che volevo fare da una vita. Ma alla fine il mio amico lo convinse che i passi andavano fatti uno alla volta, e che non bisognava correre troppo. Prima era necessario entrare nell’ambiente, dimostrarsi capaci. E poi – forse – si sarebbe potuto arrivare ai nomi grossi. Ovviamente questo FORSE era grande come tutta l’Umbria. Ma io guardavo le tette, e me ne rimasi zitto.

E comunque, disse il mio amico, la coppia comica che ho in mano è GENIALE. Roba da farci i soldi veri, roba da buttare giù i teatri dalle risate.

E come si chiamano questi campioni? volle sapere l’ometto, purtroppo già mezzo convinto.

Seppia e Pisello, rispose l’amico mio.

Ora: Seppia e Pisello erano due tizi senza arte ne parte, che facevano – appunto – una squallida imitazione di Franco e Ciccio nei cabaret. Seppia era piccoletto, con gli occhi di fuori e la faccia da ebete, mentre Pisello era alto, moro, allampanato e coi baffi alla Kaiser Francesco Giuseppe. Tentavano, con scarso successo, di imitare il modo di fare dei famosi attori, usando la voce impostata allo stesso modo, usando gli stessi tic, e quello che gli mancava lo sostituivano con dei vezzi propri che però erano pessimi. E come se questo non bastasse, mentre Pisello era Calabrese, e quindi qualcosa di Sud nel sangue ce l’aveva, Seppia era di Conegliano Veneto, e vederlo tentare di fare Franco Franchi era come vedere una mucca che tenta di recitare l’alfabeto.

Avevano già fatto un film, che-  non so se per caso o con intenzione – si intitolava “Arrosto Misto”, che in realtà era più che altro un minestrone fatto di alcune vecchie gag del varietà. Seppia e Pisello erano due camerieri combina guai, che finivano a casa di certi ricconi (come Manolo, il protagonista di “Sangre Sangrìa”) e per sbaglio mettevano non so più cosa nel liquore mandando a scatafascio tutta la festa. Il padrone di casa cascava per terra come una pera, i due si convincevano di averlo ammazzato, e a quel punto partivano tutte una serie di gag basate sulla loro necessità di far finta che il tipo era ancora vivo per tutta la durata della festa. Detto così, sembra quasi carino. Ma il film era rovinato proprio dai due protagonisti, i quali non sapevano rispettare i tempi scenici, erano lenti e goffi, a volte sboccati, e duri come ceppi di legno.

Comunque, l’umbro, che di queste cose non sapeva niente, accettò di finanziarci.

Quello che ne venne fuori fu “Olio di gomito”, che presto ribattezzammo “Olio di Ricino”, perché faceva cacà.

La trama: due ex galeotti escono di prigione dopo essere stati condannati ingiustamente per un furto di cagnolini, e devono rimettersi in carreggiata. Soprattutto, devono trovare casa e lavoro. Incontrano un ex gerarca nazista che li assume come camerieri, ma questo gerarca in realtà è un fanatico del Reich che vuole usarli come prigionieri di un piccolo campo di concentramento di sua invenzione. Passa però da quelle parti un circo, e i due convincono la gente del circo a impersonare Hitler e i suoi sgherri per… non so più per quale motivo. Il padrone del circo li vorrebbe con sé, ma vuole far fare loro i burattini, e li tiene a stecchetto. C’è anche un nano figlio di una cagna che li tiranneggia, perché era in prigione con loro e si ricorda che sono galeotti e quindi potrebbe parlar male di loro (ma perché, poi?). I due allora alla prima occasione si liberano del nano infilandolo in una botte e facendolo rotolare giù da una collina, ma quando poi arrivano nella città successiva per un errore perdono il controllo dell’elefante che cavalcano per far pubblicità e si infilano in una banca. Urla e svenimenti. Vengono scambiati per ladri e devono fuggire. Allora arrivano in un convento e si travestono da suore. Nel convento però si ferma un grosso cardinale, che è di passaggio. A loro viene affidato il compito di fargli da camerieri, ma ovviamente si fanno scoprire e scappano col cardinale sulle spalle. Arrivano in un paesino dove rubano dei vestiti stesi ad asciugare, ma ecco che la gente li scambia per due ispettori del fisco che erano attesi da tempo, e li trattano come pascià. Ma nel paese arriva il nano, uscito dalla botte, che li riconosce e pretende la sua parte di lusso. Nel frattempo il cardinale, che avevano chiuso in un fienile, riesce a liberarsi e arriva in città pure lui. Ma improvvisamente…

Insomma, il film era tutto così. Metteteci due protagonisti capaci di far ridere come un ago in un occhio e il film è completo. Nel finale i due finivano a fare le hostess su un aeroplano in volo verso l’Australia, per sfuggire a certi mafiosi che li avevano scambiati per due boss della malavita italoamericana. Ma ecco che a bordo del jet trovano: il nano, il cardinale, il padrone del circo, il tedesco e così via.

Sembra una di quelle barzellette dove c’è un italiano, un inglese, un francese e un tedesco. Solo che quelle barzellette facevano ridere, mentre questo film no. Almeno secondo il mio parere.

Il venditore di olive umbro invece ci si sganasciò. Rise un po’ meno quando il film andò nelle sale, e la gente iniziò a tirare i sassi contro lo schermo. E tornò serio del tutto nel momento in cui il mio amico produttore gli presentò il conto che aveva rimandato fino all’uscita della pellicola. Comunque noi i soldi delle spese ce li facemmo, e anche un po’ di più. Il meglio andò al mio amico, che oltre ai soldi si fece anche la moglie tettuta dell’ “Olivetano”. Di loro non ho più sentito parlare.

Seppia e Pisello, nonostante tutti si sarebbero aspettati il contrario, NON lasciarono il mondo del cinema, ma continuarono a fare brevi parti, comparsate, interventi, portando avanti nel frattempo la loro carriera di comici da cabaret. Per quanto assurdo possa sembrare, il cinema più becero – e il pubblico – conservavano ancora un posto per loro, e per tutti quelli come loro. Comici da quattro soldi, senza nulla da dire, con battute a volte grevi e basate su doppi sensi che andavano di moda forse ai tempi di Garibaldi, il duo tirò avanti, e avanti, e avanti. E in più di  un’occasione la loro strada incrociò di nuovo la mia.

Ovviamente, “Seppia” e “Pisello” erano nomi d’arte. Non l’ho detto in precedenza perché mi pareva logico, ma chissà: c’è sempre gente, al mondo, che non capisce.

Mi diletto di stregoneria. Laureato all’Harvard Business School, ho viaggiato in lungo e in largo. Ho avuto la peste bubbonica e questo è stato il periodo più sereno della mia esistenza. Ho visto L’esorcista 170 volte, e mi sganascio dalle risate tutte le porche volte che me lo vado a rivedere, Per non parlare del fatto che anche se stramorto sono ancora qui. Allora che ve ne pare? Sono buone le referenze?

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