Olive Kitteridge: vita, morte e miracoli. Soprattutto miracoli


Frances McDormand/Olive Kitteridge, Richard Jenkins/Henry Kitteridge e Devin Druid/Christopher Kitteridge

Frances McDormand/Olive Kitteridge, Richard Jenkins/Henry Kitteridge e Devin Druid/Christopher Kitteridge. Copyright HBO

Olive Kitteridge è una delle migliori serie tv dell’anno, prodotta da HBO e tratta dall’omonimo romanzo Premio Pulitzer di Elizabeth Strout (in Italia pubblicato da Fazi nel 2009). Le puntate, della durata di un’ora ciascuna, sono quattro e coprono venticinque anni della vita di Olive (Frances McDormand). La miniserie è ambientata in una cittadina fittizia del Maine, Crosby, ruvida e cinica come gli occhi di Olive che non perde mai l’occasione di giudicarla. Lei è un’insegnante di matematica di scuola media, moglie del farmacista del paese, Henry (Richard Jenkins), un uomo paziente e appassionato del suo lavoro e madre di Christopher (Devin Druid e, da adulto, John Gallagher, Jr.), che riesce a disattenderla puntualmente, senza pietà.

La vita
Olive va fiera (e noi attraverso lei) della sua grandezza incompresa – morale, etica e professionale – perché è così che riesce a differenziarsi. Sopporta l’ingenerosità della vita e di conseguenza reprime quasi tutto, tranne i rutti, e allontana quasi tutti, tranne Jim, il suo unico amante con cui però non avrà mai futuro. Pochi sono i momenti di intimità che concede a suo marito, altrettanti quelli che regala a suo figlio; scarsa, inoltre, è la compassione umana che riserva ai suoi concittadini, ai vicini, ai ragazzini a scuola, mischiando l’insoddisfazione con la perenne isteria, a volte profonda e muta, altre superficiale e sarcastica. È scorbutica, Olive, detesta la mediocrità umana e insidiosa che la circonda, se ne distanzia per non venirne contaminata, ma detesta soprattutto che suo marito e suo figlio ne siano contagiati e contro di loro si sfoga, allena il cinismo e la fierezza.

A Crosby, la malattia più comune è la depressione – non a caso la cittadina ruota attorno alla farmacia di Henry, come se fosse una piazza – e la malattia è il giudizio universale a cui tutti giungono, dove si misura l’abilità alla vita: c’è chi sopravvive e chi no, ma, in questo mondo al contrario dove vive chi muore con determinazione, la partita è fra chi soccombe e chi no.

Christopher, ad esempio, da grande decide di curarsi: il suo matrimonio fallisce presto, conosce la seconda moglie in un gruppo di terapia, si trasferisce prima in California poi a New York e in questo modo la depressione diventa semplicemente un problema da curare. Chris, da eterno sconfitto e presente, si trasforma in una voce al telefono libera e assente, determinata, di cui Olive si compiace per un minuto. Mentre suo figlio le dice che lascerà la prima moglie, da lei odiata, Olive ipotizza i motivi – lei ha un altro? Lui l’ha tradita? – e sorride sorniona, credendo di vederlo tornare a casa, finalmente insano e forte. Invece no: Chris si ribella perché sceglie la terapia, le medicine, e rimane dov’è.

Henry, invece, si arrende poco per volta. Riesce a essere ciò che Olive vorrebbe solo quando, colpito da un ictus, rimane in uno stato semivegetativo con il quale la donna sembra trovarsi a suo agio, e anzi ne risulta rabbonita. Henry, da marito devoto, quindi fastidioso, diventa muto e passivo, e Olive lo ripaga con compassione, abbracci, confidenze e pensieri mai detti prima. Si mostra e si libera, finalmente, mentre abbraccia il periodo migliore della sua vita: la vecchiaia.

Frances McDormand/Olive Kitteridge in una scena.

Frances McDormand/Olive Kitteridge in una scena. Copyright HBO.

Sono solo due i momenti in cui la famiglia Kitteridge esplode, nel terzo e poi nel quarto episodio. Il primo avviene durante una rapina al pronto soccorso, dove Henry e Olive vengono tenuti in ostaggio e si sputano a squarciagola una confessione ridicola, in quanto viscerale. Lei gli rinfaccia la debolezza, le moine, il bisogno di essere caritatevole, cosa che la disgusta, e lui, di contro, la accusa di essere la donna peggiore del mondo: impietosa e crudele. Alla fine, quando la rapina è sventata e tutto torna alla normale repressione, Olive riprende l’indifferenza, e da parte sua Henry troverà il modo malcelato di squagliare il risentimento.

Il secondo momento, invece, è a casa di Christopher a Brooklyn, dove lui vive con la seconda moglie. In questa occasione Olive e Chris fanno finalmente i conti: l’aggressione verbale che la donna subisce, non nei toni o nei modi, ma nelle parole, le portano davanti un fallimento: non essere riuscita a far diventare quel figlio un adulto di cui andare davvero fiera. Anche in quel moto di accusa e di reazione di Chris, Olive non riesce a vedere nulla di gratificante: ai suoi occhi rimane un mediocre, uno che ha bisogno di medicine e terapia per risolvere i problemi, che non è capace nemmeno di alzare la voce per bene.

Olive, in quel frangente crolla per la prima volta: il cinismo o il sarcasmo non possono nulla contro quella genuina serenità di Chris. Scappa da New York, a quel punto, indispettita, torna a casa con le calze smagliate e una cacca di cane attaccata alla suola delle scarpe e si ripromette di curarsi di Henry, di restituirgli un po’ dell’affetto ricevuto. Coglie per lui i tulipani coltivati in giardino, un gesto che, prima di quel momento, aveva fatto tante volte lui per lei e altrettante Olive aveva rimarcato con freddezza. E qui crolla la seconda volta, perché diventa una persona qualunque, vecchia e rassegnata, fa un gesto qualunque, in cerca di serenità, quella che collabora a un’illusoria e media esistenza.

La morte
La prima sequenza della prima puntata, dal titolo Farmacia, ci presenta le caviglie gonfie di Olive, rivestite di collant color carne, i suoi passi diretti che calpestano un sentiero boschivo e una borsa piena, penzoloni. Poi, per pochi secondi, dalle sue spalle vediamo fronde di alberi nudi e incapaci, e infine la guardiamo tirare fuori dalla borsa una coperta a quadri, sistemarla sulle foglie, sedersi, caricare una pistola di un unico colpo e fissare l’ambiente intorno, ciò che rimarrà dopo.

Una scena dell'episodio due: "Marea montante"

Una scena dall’episodio due: “Marea montante”. Copyright HBO

A questo punto comincia la storia, indietro di venticinque anni, nei primi anni Ottanta, e poco importa se sappiamo già come va a finire e quindi ci alziamo dal divano e prendiamo un bicchiere d’acqua, distraendoci, perché è esattamente così che deve andare: dobbiamo lasciarci deviare, la digressione è d’obbligo.

L’apertura è banale e dunque coraggiosa: tale scelta può appartenere solo a chi non ha bisogno di molti fuochi d’artificio per incollare lo spettatore alla storia. C’è un’ambizione di fondo, una sfida che alza l’asticella delle nostre aspettative: se ci rimettiamo a sedere a braccia conserte, accettiamo di proseguire. Non è ancora successo niente, ma è già scoppiata la guerra e, mentre sullo schermo agisce Crosby, noi già non sappiamo più cosa fare, perché Olive, il nostro punto focale, non c’è. Chi sta raccontando la storia sta suggerendo di accantonare il finale e di porre l’attenzione su tutti gli altri fattori di distrazione, che faranno la storia, consapevole e forte dei suoi mezzi, come solo Olive sa essere.

Olive talvolta si fa spettatrice giudicante, talvolta parte attiva. Al primo caso appartengono tutti i momenti in cui la cittadina si sbroglia, vive nonostante la sua insegnante di matematica e il suo implacabile giudizio, facendogliela alle spalle: conosciamo gli avventori della farmacia, l’aiutante di Henry che muore di infarto quasi subito, sostituita da Denise, che rimane vedova di Henry – un altro Henry – poco dopo; incontriamo Jerry, l’altro aiutante della farmacia, a cui Henry consegnerà idealmente Denise, e poi Rachel, malata di depressione, che chiede medicine che non può più ottenere, madre di Kevin Coulson (Cory Michael Smith), lo studente migliore di Olive e dunque il suo preferito.

In tutti questi momenti, Olive non c’è. A volte è a scuola a fare il suo dovere, per rendere gli studenti che ha di fronte delle persone migliori, per dir loro di non aver paura, perché la paura è un segno di debolezza. Soprattutto, quando non è a casa, quando nessuno la vede, Olive si prende una parte di affetto che le spetta da Jim O’Casey (Peter Mullan), il suo amore alcolizzato, intelligente e colto che la aspetta e lo farà per sempre, fino alla sua morte che avviene di notte, dopo la solita bevuta, di schianto contro un albero.

Copyright HBO

Una scena. Copyright HBO

Olive è la madrina della depressione. Quando, nel primo episodio, Chris ragazzino le chiede cos’è quella malattia e gli risponde di avercela, come ce l’aveva suo padre, lo sottolinea con soddisfazione e mentre Henry gli risponde che non è vero, cercando invece di rassicurarlo, Olive impersonifica la paladina della morte quotidiana, che raffredda e isola giorno dopo giorno, in virtù del potere di non essere come gli altri. Olive è attratta dalla malattia e dall’autodistruzione: aiuta Rachel a reagire, la sprona a occuparsi di suo figlio, perché la reputa una persona depressa e intelligente, due cose che, messe insieme, rendono le persone migliori: secondo Olive, Rachel dovrà farsi carico della depressione e uscirne viva, vegeta e grandiosa. Ma è un ideale, questo, che non riesce a insegnare a nessun altro: la donna comunque si suiciderà e quando suo figlio Kevin, adulto e di ritorno dall’Università Columbia di New York, dovrà fare i conti con questa tragedia e il suo stato psichico instabile, Olive si troverà pronta a portarlo con lei sulla sua strada, a tentare con lui quello che con Chris non le era riuscito.

Nel viaggio immaginario che compiono insieme, seduti nella macchina di lui, ferma davanti al molo, con un fucile sul sedile posteriore, Olive riempie Kevin di domande sulla morte, che si mischia alla vita in un continuum sostenibile solo per lei: parlano della malattia di Rachel, morta suicida, di quella del padre di Olive, morto suicida, della ex fidanzata di Kevin, schizofrenica, della loro rispettiva depressione, della prossemica del suicidio: come? Dove? Con un biglietto? Senza? E cosa c’era scritto? E nel mentre Olive si carica, Kevin si intimorisce, ne è tramortito.

Insieme poi sventano una tragedia e Olive riesce a salvare la vita a Kevin obbligandolo a salvare quella di un’altra persona e chiedendogli come aveva immaginato di suicidarsi: lui non può non risponderle con sincerità, il timore è attutito e il suo intento sembra infrangersi contro la razionalità di Olive. Kevin impara, e anche noi, che anche un suicidio non può essere mediocre. È in questo momento che ci rivela di saperlo bene, Olive, di averlo sempre saputo, pensato e ripensato. Ecco perché lei ci ha rivelato sin dal principio dove vorrà arrivare, dobbiamo seguirla ancora.

I miracoli, soprattutto

Durante le riprese: Frances McDormand e Lisa Cholodenko, regista di “Olive Kitteridge” e, tra gli altri, di un episodio della serie “Six Feet Under” e del film “The Kids Are All Right”. (Copyright HBO)

Il sarcasmo e il cinismo di Olive a volte sconfinano in ironia macabra, che permette, passo dopo passo, di mettersi completamente dalla sua parte: anni di storie ci hanno insegnato che l’eroe cinico ma fragile, freddo ma sensibile, severo ma intelligente è ciò che più riesce a elevare il desiderio di essere speciali. Ogni piccola parte di ogni suo errore, ogni offesa rivolta al prossimo e non trattenuta, ogni schiettezza imbarazzante può liberare: bisogna solo avere il coraggio di accoglierla. Olive ci rende tranquilli poiché ci riflette senza mediazioni.

È un personaggio profondamente rigoroso, di un rigore puro e talmente radicato da risultare nitido. Olive ci dice fin dal primo momento che intenzioni ha: o ci stiamo, e accettiamo di confrontarci con l’inumanità che abita sparsa in ognuno di noi, oppure possiamo abbandonare il campo, semplicemente non siamo all’altezza, non è colpa di nessuno, possiamo tornare di là in cucina a fare ciò che stavamo facendo. Se acconsentiamo, però, ecco il percorso, né un passo di più né uno di meno, ecco la via, le scarpe, i collant color carne, la schiettezza insolente: mettiamoci tutti questi abiti e andiamo.

Il miracolo di Olive Kitteridge è rendere l’esistenza umana dignitosa solo se lo è la mente. Ciò che importa, nella vita come nella morte, è essere consapevoli, in ogni momento, forti e mai impauriti, perché è la paura che ci convince alla rassegnazione. Olive non aiuta Rachel per compassione, non sventa il suicidio di Kevin per umanità, non va a trovare Chris per diventare una madre amorevole, non si cura di Henry per ripagarlo: queste sono solo le scuse che ci racconta per distrarci. Lei fa quello che fa per arrivare nel migliore dei modi al suo appuntamento con la vita, cioè il punto di morte, il momento più intimo e più prezioso che si sente di riconoscere.

Non può stare con nessuno, se non con noialtri che siamo rimasti a comprenderla. Non accetta testimoni, né disturbo. Sa come e quando accadrà e ce lo dice, per tempo, in modo da farci preparare in modo dignitoso, senza piagnistei né sconforto.

Dobbiamo, quindi, essere alla sua altezza, e questo è quanto. Altrimenti non saremo capaci di goderci il finale.

Olive Kitteridge – Wikipedia – IMDb

Elena Marinelli
È nata in Molise vicino a un passaggio a livello, ora abita a Milano. È sempre informatissima sui percorsi delle autolinee urbane. Dorme nel posto più vicino alla porta. Tutto questo, in qualche modo, ha a che fare con il fatto che guarda molti film.

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