Once were sailors, o la rece di Oceania


Leviamoci subito un peso: sì, in originale Oceania – il nuovo film Disney liberamente ispirato alla mitologia polinesiana – si chiama Moana.

In Italia, per ovvie ragioni di confusione iconografica, hanno preferito cambiare il nome. Ma Moana in lingua Maori significa “Oceano, grande distesa d’acqua”, quindi alla fine Oceania è la migliore traduzione che si potesse trovare. Poi però il nome della protagonista nella versione italiana non è né Moana né Oceania ma Vaiana (che non vuole dire nulla), ma insomma, l’adattamento italiano in passato ha fatto danni ben peggiori.

Un’altra controversia – ben più seria – che ha riguardato Oceania (o Moana) riguarda lo sfruttamento, da parte della Disney, della tradizione Maori. Il rischio di banalizzare per un cartone animato una cultura che comprende miti, lingua, folklore e anche tecniche agricole o marinare è concreto e, secondo alcuni, non è stato evitato. Da parte mia, non essendo un esperto di cultura polinesiana, mi limito a notare che la Disney, ben consapevole delle critiche a cui andava incontro, ha fatto le cose a modino: per esempio, tutti gli attori coinvolti sono almeno per metà di sangue Maori, salvo l’eccezione di Alan Tudyk, che è un po’ un punto fisso di tutti i film d’animazione recenti (ha partecipato a Ralph Spaccatutto, Frozen, Big Hero 6, Zootropolis e Oceania) e che comunque non parla mai perché interpreta un pollo particolarmente stupido.

prova d’attore

In aggiunta, le canzoni di Moana sono scritte da Lin-Manuel Miranda, mente dietro al musical Hamilton – e quindi particolarmente attento alle questioni riguardanti il rispetto delle diversità culturali – ma il pezzo principale è l’adattamento di una canzone preesistente, scritta da Opetaia Foa’i per il proprio gruppo Te Vaka e cantata nella lingua di Tokelau (Tokelau è un piccolo gruppo di tre atolli neozelandesi). Non è nemmeno un caso che si intitoli in originale “We know the way”, ovvero“conosciamo la strada” ma anche “conosciamo il modo”, come a rimarcare che gli autori sanno come agire nella maniera corretta.

(in realtà cerco solo una scusa per inserirla qui perché è quasi riuscita a soppiantare Let it go come mio pezzo Disney preferito di sempre. Quasi.)

Nello specifico, poi, altre due critiche sono state mosse a Moana: la prima è che Maui, doppiato in originale da Dwayne Johnson, nel mito è un ragazzino scapestrato alle soglie della maturità, mentre qui è un semidio tatuato e corpulento, rafforzando così il pregiudizio secondo il quale i Samoani sono tutti sovrappeso. La mia opinione, tuttavia, è che la scelta della rappresentazione di Maui e l’impiego di The Rock siano strettamente collegati: cioè si prende l’attore più pagato di Hollywood per attrarre più spettatori e conseguentemente gli si dà un personaggio in cui il pubblico possa riconoscerlo in controluce. Ritrarlo come un ragazzino, semplicemente, non era appropriato . Anche se non ho capito perché Maui fa la posa di Randy Orton (mentre quella di The Rock è riservata al tatuaggio che porta sul pettorale e che è una specie di grillo parlante)

The Demigod’s Eyebrow

La seconda riguarda i Kakamora, mostriciattoli pirati dalle dimensioni ridotte che vivono su enormi città galleggianti. In questo caso l’accusa è di cattivo gusto, in quanto i Kakamora sono ritratti come pigmei che indossano noci di cocco come armatura, ma “Coconut” è un termine dispregiativo usato in Australia e Nuova Zelanda per indicare gli aborigeni delle isole del Pacifico. Qui forse la critica è fondata, ma non significa che Oceania sia un film da buttare. Anzi.

Però sono così carini

Nell’antichità, tutta la vita proveniva dalla dea Te Fiti, l’Isola Madre, che grazie ai poteri del proprio cuore – una gemma verde – rendeva le isole del Pacifico un paradiso di abbondanza e fertilità. Finché il mutaforma Maui, un semidio particolarmente sfrontato, non rubò il cuore dando vita al mostro di lava Te Kaa e a un’oscurità che lentamente contagia tutte le isole oscurando il sole, uccidendo le palme, svuotando il mare.

Qualche decina di generazioni dopo, la comunità dell’isola di Motunui vive e prospera sotto la guida prudente del Capo Tui: gli abitanti coltivano la palma da cocco e pescano nella laguna attorno all’isola ma senza mai uscire dal limite della barriera corallina. Tutti sono felici e soddisfatti, tranne la figlia del capo, Vaiana (Moana): per lei l’isola è una gabbia, l’oceano rappresenta un richiamo irresistibile e ogni occasione è buona per cercare di fuggire oltre il reef che delimita le acque conosciute dai pescatori di Motunui.

Ma anche nel paradiso tropicale di Vaiana sta arrivando l’oscurità: qualche palma muore, il mare è sempre meno pescoso, il sole sempre più offuscato. Sarà proprio Vaiana a imbarcarsi per il viaggio che restituirà il cuore a Te Fiti, aiutata dall’Oceano e accompagnata da Maui in cerca di redenzione.

La storia di Oceania può sembrare – e probabilmente è – un passo indietro rispetto al coraggio dimostrato dalla Disney negli ultimi film: non è politica quanto quella di Zootropolis o emotivamente ardua quanto quella di Big Hero 6, ma ciò non significa che sia un episodio minore. Innanzitutto, viene rafforzata la tendenza per cui le eroine non sono più principesse da salvare, ma donne determinate e autonome: è Vaiana a salvare Maui in un’occasione, ed è lei a “sconfiggere” Te Kaa (le virgolette sono d’obbligo). A Maui spetterà un momento-Han Solo, ma non è lui l’eroe.

Inoltre, l’oscurità che minaccia il mondo di Oceania è una metafora abbastanza esplicita dello sfruttamento delle risorse naturali disponibili: d’altra parte, anche la natura di Motunui soffre perché gli abitanti non si spostano più, esaurendo la capacità dell’isola di rinnovarsi e provvedere ai bisogni dei propri abitanti. Ma non solo: anche graficamente (una nuvola nera che cancella tutto ciò su cui si posa) l’oscurità ricorda il Nulla della Storia Infinita. Quel Nulla altro non era che la perdita della capacità, da parte degli uomini, di sognare, di immaginare mondi nuovi. E cos’è l’oscurità di Oceania se non una conseguenza della perdita del desiderio degli uomini di esplorare, di andare oltre al limite delle acque conosciute? D’altra parte, nel suo viaggio verso Te Fiti, Vaiana incontra creature inimmaginabili in luoghi sconosciuti, un vero e proprio paese delle meraviglie: per andare a trovare il granchio gigante Tamatoa cadrà attraverso un buco profondissimo fino a incontrare un invertebrato psichedelico dalle dimensioni incongrue. Ricorda nulla?

Cheshire Crab

Infine, avete presente quando scrivevo che Zootropolis era tecnicamente incredibile, che le espressioni erano perfette, eccetera? Dimenticatevi di tutto: Oceania è – se possibile – di un altro livello. Soprattutto nel ritrarre la natura e, in essa, in particolar modo l’acqua: che sia la laguna cristallina degli atolli, il mare aperto che luccica sotto il sole o un’onda di tempesta ogni pixel d’acqua è vivo, mobile, realistico. L’Oceano, lungi dall’essere soltanto l’ambiente su cui si svolge gran parte dell’avventura, diventa un personaggio fondamentale della storia (come, in effetti, è).

Come dire

In sostanza: animazione perfetta, paesaggi bellissimi, canzoni che ti si piantano in testa al primo ascolto, una protagonista forte e adorabile e una mitologia affascinante. Se Oceania è un passo indietro, non voglio andare avanti

Oceania – IMDbWikipedia

Luca Traversa
Passa sull'internet senza lasciare traccia e spera di continuare così. Ha due o tre ossessioni e non fa nulla per tenerle per sé.

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This article was written on 17 Gen 2017, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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