Mi è sembrato di vedere un sommergibile rosa


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A chi poteva venire in mente di fare di un sommergibile rosa il protagonista di una commedia, se non a Blake Edwards?

D’altronde tingere di rosa qualcosa di insolito per renderlo comico è un trucco che gli è riuscito benissimo, tanto che cinque anni dopo a fare la fine del confetto fu una pantera.

Ambientato nel Pacifico durante il secondo conflitto mondiale, è quanto di più lontano dal solito film “di guerra”, anche se si apre su normale equipaggio che si destreggia tra bombardamenti e improbabili ostruzionismi burocratici che gli impediscono di recuperare beni e materiale necessario per ripartire (“Il 6 giugno 1941 questa nave ha inoltrato una richiesta di 150 rotoli di carta igienica. Il 16 dicembre 1941 detta richiesta è stata restituita con la stampigliatura: Materiale sconosciuto. Richiesta annullata.”). Quella che sembra un’insperata botta di culo – l’arrivo di un ufficiale inutile come marinaio, ma maestro nell’arte del furto e dell’inganno – porta con sé l’immancabile imprevisto: partito in missione per recuperare più o meno lecitamente pezzi di ricambio, egli torna portandosi dietro un drappello di ufficiali donna!

operazione sottoveste

 

Gli ingredienti ci sono tutti: prendi un’imbranata da competizione con un paio di tette enormi e affiancala ad un capitano incapace di ignorare una fanciulla in difficoltà (leggi: le tettone); poi prendi una donna matura – così dice, e ha trentotto anni, mannaggia alla Hollywood degli anni ’50 –  che non ha paura di sporcarsi le mani e, nonostante le proteste, affiancala all’anziano capomeccanico convinto che le femmine portino jella, fino a farlo ricredere (“Tu non sei una donna. Sei molto di più… Sei un meccanico!”); infine prendi una ragazza brillante, bellissima e povera in canna e lascia che faccia cambiare idea a un mascalzone arrivista, intenzionato a sposarsi per interesse (“Da piccolo ero vittima di una campagna tendenziosa: mi dicevano che il denaro non è tutto, e io me la bevevo. Poi scoprii che quelli che affermavano che il denaro non è tutto erano quelli che ne erano pieni”).

Il resto del film è una corsa a ostacoli: oggetto di caccia tanto da parte dei giapponesi, che della propria marina – che si rifiuta di credere che un sottomarino che si rispetti se ne vada in giro per l’oceano dipinto come una battona –, le avventure vanno da un’inspiegabile “epidemia” che colpisce l’equipaggio alla notizia che le donne imbarcate sono infermiere e li mette in coda ben pettinati e profumati per farsi visitare, al vagito di un neonato scambiato per una sofisticatissima e sconosciuta arma letale da distruggere. Alla fine saranno ovviamente proprio le donne, prima con una guêpière messa a sostituire una molla e poi con un reggiseno (a occhio una terza misura, coppa DDD), a salvarli.

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Cary Grant a impersonare l’inflessibile capitano e Tony Curtis a sconvolgere tutto portando caos e risate non sono però i soli a fare di questo film un capolavoro assoluto della comicità: la galleria dei personaggi minori è di quelle che non si dimenticano. A partire dallo stesso sommergibile, che non fa solo da scenario, ma è senza dubbio uno dei protagonisti del film. Per essere il più invisibile tra i mezzi da guerra marini è decisamente troppo pacchiano e rumoroso: diventato rosa a causa di un insignificante contrattempo (lo bombardano tra una mano di vernice e l’altra, costringendolo ad una rapida e vergognosa immersione), si lascia andare ad alcuni rigurgiti di nafta e qualche colpetto di tosse dei suoi motori malandati (“se ti avessero bombardata e tirata su per la poppa avresti qualche acciacco anche tu” dice il capomeccanico).

Un pensiero poi va a Rita, a lungo unica donna imbarcata sul sommergibile e amata da tutto l’equipaggio che ne adora le grazie discinte, tranne che… dal timido marinaio su cui è stata tatuata durante una licenza particolarmente alcolica. Su tutti, però, il mio pensiero va al marinaio Hornsby: fulgido esempio di dedizione al servizio, spirito di sacrificio e generosità. Chi ha visto il film ha già capito (chi non lo ha mai visto, mi chiedo cosa stia aspettando).

Perché guardarlo: perché di film così ben scritti, così ben girati e così ben recitati se ne fanno pochi. Perché non stanca mai, nemmeno al trentesimo passaggio in televisione: le battute fanno ridere come la prima volta e i tempi comici sono perfetti. Perché tiene il ritmo alla grande, pur essendo un film “vecchio”. Perché Cary Grant e Tony Curtis sono bellissimi sempre, ma in divisa ancor di più.

Perché non guardarlo: perché è comunque un film buonista americano, dove persino in guerra si ride e l’unica cosa che conti è l’happy end. Perché è un film che parla per stereotipi soprattutto sulle donne (la maggiorata cretina o la “vecchia” zitella perché intelligente e autonoma). Chi trovasse altri motivi mi avverta perché ci ho messo più a trovare qualcosa da scrivere in queste ultime tre righe che in tutto il resto!

Operazione sottoveste –  IMDb – Wikipedia

La bio la faccio dopo.

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This article was written on 21 Nov 2014, and is filled under Amarcord.

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