Our Sunhi di Hong Sang-soo


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Dopo un periodo imprecisato di assenza dall’università, Sunhi, studentessa di cinema a Seul, contatta un suo ex professore per ottenere una lettera di presentazione per iscriversi a un college americano. Il professore è reticente, prende tempo, scrive dapprima una lettera non esattamente lusinghiera, poi un’altra più elogiativa. Da questo contatto nasce un piccolo flirt con Sunhi, che però nel frattempo è riavvicinata da altri due ragazzi: il suo ex ed il migliore amico di lui. Il terzetto di pretendenti si sfiora, si compone e si scompone, attorno a caffè, bar, incontri casuali, chiacchierate.

In realtà, durante tutto il film, di Sunhi veniamo a sapere ben poche cose: i suoi tre uomini continuano a ripetere, quasi all’unisono, che ha un buon gusto artistico, che è riservata, che è onesta, coraggiosa, e altri lodevoli aggettivi, che però non corrispondono molto alla Sunhi che vediamo in azione in prima persona: una ragazza che sembra confusa, in preda alle impressioni ed emozioni del momento, spaurita. I suoi amanti sembrano pensarla diversamente, ma di lei hanno soprattutto quest’immagine costruita attraverso le conversazioni. Chi è davvero Sunhi? Difficile dirlo, probabilmente nemmeno lei lo sa.

Il cinema di Hong Sang-soo assomiglia a sé stesso e le situazioni a cui si assiste in Our Sunhi sono le medesime viste già in altri suoi film: le complicazioni amorose (spesso triangolari, qui quadrangolari), gli uomini che si innamorano tutti della stessa ragazza, i rapporti tra maestro e allievo, dove il maestro è sempre il professore di cinema alter ego del regista (egli stesso professore di cinema), e poi ancora le mille sigarette fumate ed il soju che scorre a fiumi, scaldando l’animo e le conversazioni, i bar e i caffè di Seul, e l’immancabile scena nel parco, che sembrava strano non arrivasse in questo film ma poi arriva.

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Si può affermare che Hong Sang-soo sia praticamente misconosiuto in Italia: persino la sua pagina Wikipedia è lacunare, poco più che una bozza, e l’elenco dei suoi film è tragicamente incompleto.

Eppure in Francia è considerato alla stregua di un Rohmer coreano: fama meritata, del resto. Si tratta di un regista estremamente prolifico: sette film solo negli ultimi quattro anni. Film quasi improvvisati, quasi da scuola di cinema con dialoghi che, a quanto il regista afferma, sono scritti durante le riprese basandosi sulla personalità degli attori. Eppure, nonostante i mezzi poverissimi, sono film intricati, sofisticati, in cui può fare capolino anche un certo gusto, anche quello francese e molto Nouvelle Vague, per lo sperimentalismo formale.

Tuttavia, ad Hong Sang-soo, e qui si può intravedere una differenza con Rohmer a cui è così spesso accostato, più che le dinamiche interpersonali tra i personaggi sembra interessare il ripetersi ironico delle situazioni, e persino delle frasi. Insomma, la vita (e forse in fondo anche il cinema) come un enorme déjà-vu da cui è impossibile scappare. In Our Sunhi, quando i personaggi si danno buoni consigli, hanno sempre l’impressione di aver sentito già quelle parole anche se non sanno esattamente dove, quando, da chi. Persino la stessa canzone rispunta in occasioni diverse e chi la sente si stranisce, percependo in quella ripetizione un’anomalia che non riesce a spiegarsi.

Il film scorre leggero e anche i momenti in cui la tensione rischia di diventare sovrastante sembrano sfumarsi nell’essenziale ripetitività delle cose, registrata senza emozione dalla macchina da presa. Resta, alla fine, la protagonista, Sunhi: una sconosciuta, probabilmente anche a se stessa. Beve fino ad ubriacarsi, litiga in modo impulsivo, flirta con tutti, ma sembra sempre un po’ dura, sfuggente, pronta a sparire in qualsiasi momento. Le manca quel lato più sognante che aveva invece, ad esempio, Haewon, l’eroina del film precedente, Nobody’s daughter Haewon.

I due film sembrano formare una sorta di distico: entrambi sono stati presentati nel 2013, a distanza di pochi mesi: il primo a febbraio, alla Berlinale, il secondo ad agosto, a Locarno, dove il regista è stato premiato col Pardo d’argento; entrambi ruotano attorno a una figura femminile che dà il titolo al film, e agli uomini che le corteggiano. Entrambi i film, inoltre, hanno avuto un buon successo di critica in Francia: Haewon, uscito nelle sale francesi nel 2013, si è piazzato nell’ottavo posto della classifica dei migliori film di quell’anno dei Cahiers du cinéma, mentre Sunhi si è classificato decimo nell’analoga, e discutibile, top 10 stilata per il 2014 dalla celebre rivista.

Se entrambi i film sono ottimi, forse Our Sunhi è leggermente inferiore a Haewon, film più compiuto e affascinante, con la sua sospensione tra sogno e realtà. Se però non conoscete Hong Sang-soo il consiglio è di recuperare i due veri gioielli della recente filmografia del regista coreano: Hahaha (2010) e The day he arrives (2011), magari accompagnandone la visione con generose sorsate di soju.

Our Sunhi – IMDb – Wikipedia

Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell’Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

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This article was written on 18 Dic 2014, and is filled under Joint Security Area, Scuse per parlare di film.

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