Our War di Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravalloti e Claudio Jampaglia


Da quando l’Isis (Islamic State of Iraq and Syria) è apparso nel panorama geopolitico mediorientale una delle cose che mi hanno più colpito oltre la sua ferocia è stata l’incredibile capacità di attrarre degli occidentali a combattere fra le sue fila. Gente cioè nata e cresciuta fra libertà garantite da costituzioni che addirittura vengono additate come eccessivamente larghe nella parte dei diritti e molto strette per quello che riguarda i doveri. Uomini e donne che hanno viaggiato per migliaia di chilometri per andare a combattere in una terra non loro per far si che prevalesse una delle visioni teocratiche più oscure, ingiuste e violente che si siano mai viste. È ovviamente problematico stabilire quanti stranieri e soprattutto quanti occidentali siano andati a rimpolpare le schiere del califfato ma è certo che si stia parlando di decine di migliaia di persone. Di contro, sul fronte opposto, non ho mai sentito di nessuno che sia partito volontario per andare a combattere lo Stato Islamico. Di più, quando nei talk show si parlava di chi partiva la motivazione principe era che il bisogno di uccidere, di misurarsi con la guerra, cosa che in Europa ormai non si può più fare. Nessuno faceva un’obbiezione ovvia: anche dall’altro lato della barricata si uccide e si usano le armi. Mica la gente sta a lanciare taralli sperando che gli integralisti muoiano di diabete.

Partendo da questo dato di fatto è facile fare un paragone piuttosto scomodo con la guerra civile Spagnola innescata dal colpo di stato di Francisco Franco. In quel caso infatti la partecipazione internazionale fra le file del fronte popolare fu evidentissima e coinvolse anche intellettuali di primo livello, oltre a molte persone di sincera passione politica. Sappiamo tutti benissimo come andò a finire (spoiler Francisco Franco vinse), ma è indubitabile che in periodo delicatissimo per l’Europa una parte della sua popolazione abbandono la sicurezza delle proprie abitazioni e la certezza delle proprie famiglie per andare a combattere contro un regime fascista.

our war 2

Nessun dubbio che le motivazioni di questa macroscopica differenza siano moltissime e che il paragone regge fino ad un certo punto, ma rimane il fatto che oggi fra Daesh e le varie entità che si ritrovano al fronte opposto, la stragrande maggioranza di quelli che sono partiti per combattere ha scelto di farlo sotto la bandiera del califfo.

Ben venga allora un film come Our War, capace di portare sotto al nostro naso le storie di tre stranieri nella milizia curda dello YPG, che da anni si oppone armi in pugno all’avanzata dell’Isis nel nord-est della Siria, in quella regione che viene rivendicata dalla popolazione curda degli stati circostanti come Kurdistan. Cosa ancor più interessante è che il documentario si svolge nel Rojava e cioè in una zona nel cuore della guerra civile siriana dove è in atto un esperimento democratico.

Le motivazioni di questi tre foreign fighter non potrebbero essere più diverse. L’ex militare americano Joshua Bell è lì perché voleva tornare nella regione, ma non più nel corpo dei Marines la cui gestione politica lo aveva disgustato. L’italo marocchino Karim Franceschi – un gigante di muscoli dalla mira micidiale a cui non vorrei mai confessare la mia simpatia per le teorie liberali – è partito sull’onda di una forte passione politica proprio intuendo che oggi la Siria è la cosa più simile alla Spagna del ’36. Per lo svedese di origine curda Rafael Kardari si è trattato di una presa di coscienza, le sue origini quasi dimenticate erano fra quelle colline e dopo aver visto le atrocità perpetrate non poteva più fare finta di niente.

our war 1

Il nucleo del documentario sta nelle tre ore di girato che sono state consegnate da Karim Franceschi ai tre registi, attorno a queste riprese vengono alternate le interviste con i tre combattenti. Come si può intuire si tratta di un documentario prettamente di montaggio che più che al cinema sarebbe giusto proporre in televisione, affinché possa raggiungere lo scopo che desidera, quello di creare un dibattito su quando e quanto sia sensato rispondere alla violenza con la violenza e cosa vuol dire andare a combattere. Cioè andare a fare qualcosa che l’Europa e più in generale l’occidente globalizzato ha totalmente espunto dall’orizzonte culturale dell’uomo medio. Ovviamente ai registi interessa molto di più scardinare dei luoghi comuni e degli schemi mentali che dare delle risposte che sarebbero per forza di cose parziali e assolutamente incomplete.

Perché alla fin fine Our War è tutto qui, nel racconto stringato di tre vite messe a disposizione di una causa ritenuta più alta. Un’ideale che, come tutto ciò che di romantico esiste, appare in grande affanno nella nostra cultura.

Our War – IMDb – Wikipedia

Pilloledicinema
Appassionato di cinema, vivo a Palermo. Per ogni film che vedo scrivo in 140 caratteri una minirecensione su Twitter. A volte non mi contengo e ne vengo a parlare anche qui.

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This article was written on 29 Set 2016, and is filled under Non è il mio genere.

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