Paris, Texas torna al cinema


Paris, Texas

Tra noi non c’è un consenso unanime. Siamo tutti d’accordo che Paris, Texas sia, in realtà, tre film. Siamo anche tutti abbastanza d’accordo nell’affermare che il primo, quello in cui Travis vaga solo e silenzioso per il deserto, sia in effetti il migliore. Alcuni di noi pensano però che il migliore sia il terzo, quello dove tutti i nodi vegono al pettine, ma è chiaro che il motivo vero per cui lo pensano sia Nastassja Kinski.

Siamo anche tutti d’accordo che valga proprio la pena andare a vederlo al cinema approfittando della sua uscita nelle sale il 25 febbraio. Siamo meno d’accordo sull’effetto che portà fare su chi non l’ha mai visto e si imbatterà per la prima volta in Paris, Texas grazie a questa occasione, ma crediamo che possa piacere a una buona percentuale di spettatori vergini. Quindi coraggio.

Non bisogna correre al cinema, non è quel tipo di film. Bisogna andarci camminando piano, con la testa tra le nuvole, guardando la gente attorno a sé come se non la si capisse, parlando molto poco, risparmiandosi anche i sorrisi di cortesia.

Tre film, dicevamo. Nel primo Travis, un pazzesco Harry Dean Stanton che non reciterà mai più così in vita sua, è perso senza motivo nel bel mezzo di un Texas anch’esso senza motivo. All’inizio Travis sembra muto, dirà la sua prima parola solo dopo 26 minuti, e a causa di questo silenzio la sua storia si dipana molto lentamente. È uno dei momenti più belli e intensi dell’intera cinematografia contemporanea. Travis non sta scappando, sta “andando verso” mosso da una passione struggente che non è in grado di esprimere e chi gli sta intorno non è in grado di comprendere. Non lo capiscono perché sono troppo occupati in inutili faccende borghesi e terribilmente americane come crescere i figli, portare a casa uno stipendio, cose così. Non lo capiscono anche perché sono talmente americani da preoccuparsi per lui, tanto che lo vanno a salvare. Sì ma salvare da cosa?

Ah ma allora parli!

Ah ma allora parli!

Sul secondo film, cioè sulla seconda parte, continuiamo a litigare. Walt, il fratello di Travis, riporta il protagonista in città (una brutta, bruttissima Houston [edit] Los Angeles) dove negli ultimi anni ha fatto crescere suo figlio dopo che Travis, per motivi sempre ignoti, è scomparso dalla circolazione. E tutta la seconda parte ruota attorno a Travis che vuole goffamente conquistare o riconquistare la fiducia del figlio Hunter. L’evoluzione del loro rapporto diventa un parallelo dell’evoluzione del rapporto tra Walt e Travis, con il bambino (senza dubbio peggiore interpretazione dell’intera storia delle arti performative tutte) che piano piano si sbottona, si scopre esperto di fisica e instaura un legame, anche se piuttosto debole, con il padre. I più wendersiani tra noi ritengono questo pezzo molto deludente, perché, dicono, Wenders ha perso l’occasione di raccontare la città americana così come riuscirà in seguito, e magnificamente, a raccontare quella europea. Altri invece apprezzano il fatto che Wenders eviti di sfracellarci i maroni (termine tecnico coniato da Wenders stesso nel 1982) infarcendo le sequenze di simboli che costringerebbero a metaletture inutili.

Che poi a ben vedere i simboli nella seconda parte ci sono eccome: Travis che scambia gli stivali nuovi con quelli vecchi, la proiezione dei filmini in Super 8 in cui si vede il tempo che fu e durante la quale Travis mostra come non riuscirà più la sua sofferenza, il tentativo quasi ridicolo di Travis di adattare il proprio abbigliamento, la sua voglia di tornare a piedi da scuola. Tutto ci fa capire che il fuoco dentro Travis non è per niente estinto, che quella che vediamo è una pausa e non un arrivo.

(Ma allora ogni sequenza, diranno alcuni, è un simbolo, ogni raffica di vento nel deserto, ogni soggettiva all’interno di un’automobile, ogni primo piano, ogni baracca scalcagnata in cui si fermano a bere o dormire. Esatto, per questo è un film che va visto.)

Texas

È rosa, te l’avevo detto.

Poi c’è la terza parte, il terzo film. Travis che ritorna in viaggio, questa volta con Hunter, alla ricerca della Topa Spaziale™ che assume le sembianze di Jane, una Nastassja Kinski prostituta di periferia sempre sul confine del “Cagna anche in foto”, confine che però non supera mai risultando alla fine perfetta. Il rapporto tra padre e figlio è molto bello, di quelli che quasi si vorrebbero imitare. Il primo incontro con Jane, quando lei indossa il golfino rosso, è così bello e struggente che tutti quanti di questo film in pratica ricordano solo questo:

“Sai, sta per uscire al cinema Paris, Te…”

“Ah sì Nastassja Kinski vestita di rosso, bellissima.”

“Eh, ma sono quasi due ore e mezza di fil…”

“Sì sì me lo ricordo tutto come se lo avessi visto ieri, bellissima Nastassja Kinski vestita di rosso.”

“A parte che è rosa, ma il deserto, la passione…”

“Che capolavoro, che presenza, cosa sarebbe stato quel film senza la scena di Nastassja Kinski vestita di rosso?”

Poi basta. La spiegazione del tutto è un po’ deludente, diciamocelo, e l’abbraccio della madre con il figlio sarebbe stato molto bello se avessero scelto un bambino con un minimo di capacità recitativa.

Ma a noi, a qualcuno di noi, piace proprio così. Perché non ha senso allontanarsi anche solo per un secondo dalla Topa Spaziale™, qualunque sia il motivo che ti inventi, perché non ha senso far vivere a quel bambino quello che ha vissuto, e non ha senso colpire la famiglia di Walt, per la quale non c’è spazio nemmeno per una spiegazione, in quel modo. Perché, infine, non era la Topa Spaziale™ verso cui andava Travis, anche quella era solo una tappa. Il suo vero destino rimane non raccontato, o raccontato solo da quel mezzo sorriso del fantastico Stanton.

Smile

Grande Harry Dean, grazie di esistere!

(Poi bisognerebbe parlare della musica di Ry Cooder, della scrittura di Sam Shepard, dell’accento di Aurore Clément – altro che simboli – ma non abbiamo più tempo, dobbiamo tornare da dove siamo venuti, cioè andare dove non eravamo ancora mai stati).

Paris, Texas – IMDbWikipedia

Scrive romanzi e racconti. Da sempre appassionato di fantascienza e da quasi sempre di cinema e teatro, scrive di notte nel silenzio della campagna inglese o tormentato dal vento del Mare del Nord.

2 Comments

  1. danicollaterali
    febbraio 25, 2015

    ” il fratello di Travis, riporta il protagonista in città (una brutta, bruttissima Houston)”… no in realtá lo riporta a Los Angeles e poi lui e il figlio vanno a cercare la Topa a Houston… per amor di precisione…

  2. Miki Fossati
    febbraio 26, 2015

    Giustissimo, correggo immediatamente.

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This article was written on 24 Feb 2015, and is filled under Amarcord.

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