Per un figlio


Un’auto sta facendo il giro dell’Italia, in questi giorni. A bordo ci sono Suranga Deshapriya Katugampala e Antonio Augugliaro: Suranga è il regista trentenne di Per un figlio, primo film italiano sulle seconde generazioni diretto da un regista italiano di seconda generazione; Antonio è uno dei registi del mitico Io sto con la sposa e ora distributore con Gina Film del film di Suranga. Stanno facendo promozione un po’ alla vecchia maniera artigiana, partecipando alle proiezioni, parlando con gli spettatori e sottoponendosi all’eventuale dibattito. Se non fosse che ormai non si usano più, immaginerei le pizze al nitrato nel bagagliaio.

Il film, che si è aggiudicato la menzione speciale della giuria all’ultima Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro e ha impiegato come attrice protagonista la cinestar srilankese Kaushalaya Fernando, racconta una storia “banale”: Sunita è una donna cingalese scappata nei primi anni Duemila dalla guerra civile, che lavora a Verona come badante per mantenere il figlio quindicenne. Dal canto suo, il ragazzo – del quale nel film significativamente non è mai menzionato il nome – passa il tempo fra il telefonino e gli amici italiani, refrattario a un dialogo con la madre di cui non condivide le credenze e i valori.

Si tratta di un film importante per numerose ragioni, tutte intuibili. Ma non avrebbe senso parlarne se non fosse un bel film quale invece è. Serio, non facile e bello, soprattutto sa trascendere se stesso, ed è in fondo questo quello che chiediamo alle storie.
Diretto con grande intelligenza, solo apparentemente racconta la storia di Sunita ma in realtà fotografa con precisione il passaggio nel buio che il ragazzo sta vivendo, diviso fra due realtà alle quali non sente di appartenere veramente, né il Paese d’origine né l’Italia. Suranga stesso definisce le cosiddette seconde generazioni un “ponte” fra due culture, un ruolo difficile nel quale non si conosce il Paese di provenienza e non si ama quello verso cui si sta andando.

Ciò che colpisce a prima vista, dunque, è l’anonimato del paesaggio: le strade della periferia di Verona percorse avanti e indietro da Sunita in motorino potrebbero essere quelle di Colombo e il bosco è un qualunque bosco, perfino un po’ tropicale per quanto è fitto. Certe immagini, perfino, assomigliano ai film che arrivano da laggiù. Non c’è territorio, non c’è appartenenza, il paesaggio è nudo. E, per par condicio, sia la lingua cingalese sia il dialetto veneto sono sottotitolati.

La chiave del film è la mancanza di una madre, laddove per madre s’intendono l’origine, l’appartenenza, l’appiglio. Alla fine [spoiler] il ragazzo paga una prostituta nostrana di mezza età dai seni grossi e molli e appoggia la testa sul suo grembo. Come a dire che la patria d’adozione è una puttana, un po’ surrogato materno ma pur sempre puttana. Ma non meglio siamo messi noi visto che Sunita lavora per una signora che non vede mai i suoi cinque figli: forse che l’Italia intera abbia perso quel senso di origine, appartenenza, appiglio e non sappia più cosa significa nutrire i figli propri tantomeno quelli degli altri?

Le proiezioni sono zeppe di srilankesi, e anche questa è un’esperienza strana di cinema. Arrivano a frotte, con bambini piccoli e grandi. Qualcuno, al Beltrade di Milano, si è lamentato del vocio, ma non era niente rispetto a quello che succede al cinema laggiù: dalle loro parti andare al cinema è una festa : )

 

Per un figlio – IMDbWikipedia

 

 

 

 

 

Federica Guarnieri
Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

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This article was written on 13 Apr 2017, and is filled under Arredamenti Kubrick, Parlo mai di astrofisica io?.

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