THE PITCH AND THE FURIOUS, OVVERO DEL COME CHIUDERE IN BRUTTEZZA – LA RECE DI PITCH PERFECT 3


Due anni e mezzo fa scrivevo una recensione di Pitch Perfect 2 in cui mi dicevo piuttosto deluso del risultato, perché PP2 non era affatto all’altezza del primo episodio della serie.

Oggi, dopo aver visto Pitch Perfect 3, vorrei chiedere scusa a tutti, perché al confronto di quest’ultimo film quello del 2015 è un capolavoro. Un tale crollo di qualità tra secondo e terzo episodio di una serie non si ricordava (mutatis mutandis) da non so, Judgment Day e Le Macchine Ribelli, da Matrix: Reloaded a Revolutions, dal Padrino Parte II a Parte III, da Spiderman 2 a Spiderman 3, da… oh, certo che di terzi episodi scarsi ne hanno fatti.

Insomma, ci siamo capiti. Tuttavia, nessuno dei film sopra nominati è anche uno spot di 90 minuti per DJ Khaled. (All he does is win)

I primi 20 minuti di Pitch Perfect 3 sono tremendi nella loro crudeltà: le Bellas, finalmente laureate e libere dal bozzolo protettivo della Barden University, devono far fronte alla vita adulta, al lavoro e al fatto che il canto a cappella non è più il centro della loro vita, al massimo un hobby da dopolavoro.

L’unica che trova lavoro come produttrice, Beca, si scontra presto con la realtà – sotto forma di un rapper pretenzioso e della sua crew – e perderà il posto.

Dopodiché, per completare il deprimente quadro, le Bellas assistono a un’esibizione delle “nuove Bellas” capitanate da Emily (Hailee Steinfeld) e si rendono conto che non solo sono sostituibili, ma che il nuovo gruppo è forse meglio di loro.

ehm

Così, grazie ai contatti di Aubrey (Anna Camp) nell’esercito, le Bellas decidono – per avere un ultimo momento di gloria – di riunirsi e di imbarcarsi in una tournéé nelle basi statunitensi in Europa, per una serie di concerti a favore delle truppe americane e delle loro famiglie. Il tour si dovrebbe concludere con un concerto di DJ Khaled il quale, per qualche strano motivo, deve scegliere l’opener della sua esibizione tra le varie band del tour.

Fin qui, si direbbe, tutto bene: le Bellas entrano in una competizione, gli avversari sono sempre più bravi (questa volta sono gruppi di professionisti con strumenti veri), le Bellas devono alzare il proprio livello per far trionfare il canto a cappella e il tutto culminerà in un’esibizione che convincerà anche i loro detrattori, perché nulla vince contro l’amicizia e il talento.

D’altra parte anche il trailer sembra parlare di quello, e in fondo si tratta sempre di una commedia musicale, no?

NO.

“Ma come, pareva proprio che…”

HO DETTO DI NO.

(ah, a proposito: molte delle scene del trailer non ci sono nella versione finale del film)

Dal momento in cui le Bellas arrivano alla base americana e iniziano un riff-off contro band molto più capaci di loro, il film prende una direzione insensata, di cui si può dire, se proprio si vuole trovare un pregio, che è almeno inaspettata. Tipo come quando colpisci l’angolo del tavolino col piede nudo, al buio.

Per esempio, il conflitto di stili musicali, le diverse scelte e interpretazioni che rispecchiavano le personalità dei diversi gruppi a cappella scompaiono, perché non c’è nessun altro a cantare a cappella (Skylar Astin e Ben Platt, e con loro i Treblemakers, non fanno nemmeno più parte del cast) e coloro che dovrebbero sostituirli (le band con gli strumenti) suoneranno per due minuti in tutto.

Perciò, oltre al fatto che il cameo del già citato DJ Khaled si trasforma, inspiegabilmente, in un ruolo molto più corposo del previsto in cui un non-attore dice cose a caso e ha sempre in mano il telefono, il resto del film ignora praticamente le esibizioni per fornire una backstory a Fat Amy.

Cioè: anziché occuparsi di un gruppo di ragazze che canta, la sceneggiatura si incentra sul padre di Fat Amy, un malvivente australiano – interpretato da un John Lithgow in versione “tengo le bollette da pagare”, con tanto di barba sfatta e accento australiano orribile.

dai John, perché ti riduci così

La sottotrama del padre di Amy occupa gran parte della seconda metà del film, fino a culminare in una sequenza di arti marziali di 15 minuti con Rebel Wilson, neanche fosse Jason Statham che abborda l’aereo di Cypher, con i cattivi talmente stupidi da non saper contare e la ciliegina della gag in cui una ragazza grassa una due salsicce come nunchaku.

Dunque, ricapitolando: per la chiusura della vicenda delle Barden Bellas si è scelto di prendere il personaggio meno realistico, di renderlo ancora più eccessivo e caricaturale, di trascurare le musiche in favore di una parte d’azione e infine di fare in modo che gli antagonisti siano dei cattivi da burletta. Una tale inconsequenzialità tra le premesse della prima mezz’ora e lo svolgimento del resto del film la ricordavo giusto in The Accountant, che ironia della sorte aveva tra i protagonisti Anna Kendrick e John Lithgow.

In un’atmosfera di smobilitazione generale arriva finalmente il finale, ma perlomeno si risolvono tutte le altre sottotrame, dando un compimento a un percorso che era iniziato benissimo e finisce nella mediocrità, con una cover grigiastra e scialba cantata da Becca e una serie di sottofinali con cui salutiamo le Bellas.

Questa volta – senza rimpianti – per sempre.

Pitch Perfect 3 – WikipediaIMDb

 

Luca Traversa

Passa sull’internet senza lasciare traccia e spera di continuare così. Ha due o tre ossessioni e non fa nulla per tenerle per sé.

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This article was written on 28 Mar 2018, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.