Primer: le nove linee temporali di Shane Carruth


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Quattro amici e imprenditori in erba si buttano a capofitto sulla loro nuova invenzione. Ma qualcosa va storto e un imprevisto effetto collaterale, niente popò di meno che la distorsione del tessuto spaziotemporale, porterà i protagonisti a nuovi e imprevisti conflitti.

È un film per tutti (in realtà è classificato 12A ma chi vorrebbe mai farlo vedere a qualcuno minore di 12 anni?), nel senso che tutti, ma proprio tutti, arriveranno ai titoli di coda senza aver capito niente. Se vi piacciono le sfide, accomodatevi. Per riuscire a snaturare il film bisogna guardarlo almeno nove volte (una per ogni linea temporale) e poi una volta che si è messo ordine alle decine di pagine di appunti bisogna andare su internet a cercare la verità. E non è detto che google abbia tutte le risposte.

La chiave del film è l’invenzione di una macchina del tempo che permette solo viaggi verso il passato dove il passeggero per poterla utilizzare dovrà rimanere al suo interno tanto tempo quanto ne è intercorso dalla sua accensione. Esempio: accendo la macchina a mezzanotte, entro alle sei del mattino e resto sei ore nella macchina. Quando esco per il “me” rimasto nella macchina è di nuovo mezzanotte. Ma c’è un altro “me” in giro, quello che ha acceso la macchina e sta aspettando le sei ore prima di entrare. E così in quelle sei ore sono presenti due “me” che potrebbero potenzialmente interagire e fare di tutto per confondere, con successo, gli spettatori (mal di testa? questo non è niente).

È quello che succede ai due protagonisti Aaron e Abe, la cui preoccupazione di non alterare troppo le linee temporali (nascondendosi in un albergo e isolando i propri telefoni) si sfalda velocemente sotto i colpi di ulteriori effetti collaterali non previsti, nuovi paradossi, avarizia e amore.

Ci sono macchine del tempo che vengono messe dentro macchine del tempo (per puro esercizio: cosa succede?), ci sono personaggi che registrano le parole che il sé di un’altra linea temporale pronuncia per potersi a lui sostituire, ci sono macchine del tempo che vengono nascoste, accese in segreto, guardate a vista, spostate, fatte sparire, prese a calci. Niente in questo film è quello che sembra.

C’è un regista, produttore, sceneggiatore, montatore, attore protagonista, musicista e molto altro (Shane Carruth) che con soli settemila dollari è riuscito a mettere insieme tutto questo (questa è DAVVERO fantascienza), a vincere il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival del 2004 e a regalarci un’esperienza affascinante e impegnativa, di quelle che dovete accuratamente evitare se non amate i plot macchinosi ma non potete assolutamente perdere se siete attratti dalla complessità. Non dite in giro però di averlo capito.

Primer – IMDbWikipedia

Scrive romanzi e racconti. Da sempre appassionato di fantascienza e da quasi sempre di cinema e teatro, scrive di notte nel silenzio della campagna inglese o tormentato dal vento del Mare del Nord.

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This article was written on 21 Nov 2014, and is filled under Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?.

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