“Quello che non so di lei” lo sappiamo già tutti


Se c’è un uomo, un regista, in grado di realizzare thriller psicologici magistrali con una particolare sensitività surrealista, senza sconfinare in un territorio lynchiano, quest’uomo è Roman Polanski. Dai, citiamo tutti in coro i soliti tre film che solitamente si nominano in queste situazioni: Repulsion, Rosemary’s Baby e L’inquilino del terzo piano. Adesso che li abbiamo nominati, già nel primo paragrafo, ritenete chiusa la parentesi scontata e banale.

Perché Polanski torna al genere, quattro anni dopo l’ultimo film ovvero il bellissimo Venere in pelliccia, con una pellicola che sembra possedere tutte le carte in regola per regalare ai fan dell’ansia e della tensione un nuovo piccolo gioiello. E anche se è vero che a caval donato non si guarda in bocca, Quello che non so di lei meriterebbe un controllino dal dentista.

Eva Green nella parte di “Quella che guarda brutto”.

Tratto dal romanzo D’après une histoire vraie (Da una storia vera è la traduzione letterale italiana) di Delphine de Vigan, la storia narra proprio di una scrittrice con il medesimo nome (Emmanuelle Seigner) che, dopo il successo del suo ultimo romanzo, non riesce a trovare l’ispirazione per un successivo progetto all’altezza della fama conquistata. In questo momento di crisi, Delphine fa la conoscenza di Elle (Lei, in francese viva la didascalia), una misteriosa donna dallo sguardo glaciale, dalla personalità un pelo disturbata e dall’importante ossessività interpretata da Eva Green. Minuto dopo minuto, Delphine è sempre più perplessa circa le intenzioni di Elle, spingendola a indagare sul passato della donna per svelare il segreto. Svelerà il segreto? Bella domanda.

Parliamoci chiaro: questo film non sarebbe lo stesso senza la magistrale interpretazione, in primis, di Emmanuelle Seigner seguita a ruota dalla magnetica Eva Green. Può diventare la donna più paranoica e psicopatica del pianeta e rimanere il sogno di chiunque sano di mente. La Seigner evolve con lo svolgimento del film e il suo tono cambia leggermente di sfumatura in sfumatura. Depressa, in preda alla malinconia poi determinata quindi impaurita e infine rassegnata. Una grande rassegna di tutte le capacità recitative di una grandissima attrice.

Sentirsi inadeguati e paralizzati di fronte alla crisi creativa di Delphine è inevitabile per un qualsiasi spettatore dotato di empatia. Dall’altro lato, Eva Green non riesce a ottenere lo stesso risultato. La sua interpretazione, funzionale nell’atteggiamento schizoide del personaggio, non è incisiva ma, anzi, risulta a tratti macchiettistica fino a esplodere nello stereotipo citazionista nella seconda parte di pellicola che urla Misery non deve morire da ogni inquadratura. La Green spalanca gli occhi, intervalla momenti di calma ad altri di rabbia e usa il corpo per affascinare, e accecare, Delphine. Si può parlare probabilmente di qualcosa molto vicino allo standard recitativo minimo richiesto. Un po’ come la regia e la sceneggiatura dell’intero film.

Emmanuelle Seigner nella parte di “Misery può morire basta che muoia come vuole Eva Green”.

Roman Polanski mette in scena una storia piuttosto piatta in cui il dubbio psicologico dovrebbe essere al centro della vicenda ma il risultato è centrato solo a metà. Per quanto la direzione delle due protagoniste sia magistrale (Seigner e Green dimostrano di avere un’alchimia tale da ipnotizzare lo spettatore che le guarderebbe parlare anche solo della lista della spesa), è proprio lo svolgimento narrativo e l’approccio registico che sono nella media. La storia non decolla e, quando lo fa, inanella una serie di cliché che risultano fastidiosi. Per quanto riguarda la regia, Polanski dimostra di avere ancora il tocco magico, sempre che voglia usarlo. Un paio di sequenze oniriche, molto ma molto brevi, comunicano il disagio e la paura in maniera molto più efficace che intere scene narrative. Ma è troppo poco.

Quello che non so di lei non è da considerare un fallimento o un brutto film ma voglio considerarlo un banco di prova per Polanski. Il risultato è un compito ben riuscito ma nulla di più.

Giacomo Borgatti

I genitori lo iniziano alla settima arte grazie a operai cassaintegrati inglesi che si spogliano per fare qualche soldo. Da quel momento, il cinema è la sua droga. Amante dell’horror, dei musical (ma quanto sono belle quelle coreografie tutte sincronizzate?) e dei fumetti, crede e spera che Christian De Sica sia un’allucinazione collettiva o una grande burla allo spettatore ormai impossibile da fermare.

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This article was written on 12 Mar 2018, and is filled under Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?.

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