Quando i Titani titaneggiano – la rece di Avengers: Infinity War


Dove i Titani del titolo sono Thanos, che finalmente ci dona un cattivo di commovente compiutezza e – ahem – umanità, ma soprattutto sono Kevin Feige e il team produttivo Marvel-Disney, che da dieci anni portano avanti un progetto colossale con un’ambizione sfrenata e, senza colpo ferire, realizzano probabilmente la miglior versione cinematografica possibile di un megacrossover fumettistico.

Avengers: Infinity War ha qualche inevitabile difetto: è lunghissimo ma in alcuni punti risulta quasi affrettato perché deve inserire un milione di eventi, a volte si vede in controluce l’algoritmo per calcolare i secondi di inquadratura di tutti i protagonisti senza causare sbilanciamenti, la compresenza di (quasi) tutte le spalle comiche del Marvel Cinematic Universe può provocare un sovraccarico di umorismo che stride con il tono drammatico del film.

Più di tutto, non è possibile seguirlo come film a sé stante: questa volta bisogna aver fatto i compiti e sapere chi sono i personaggi e le storie alle loro spalle, perché non c’è tempo di fare anche i riassunti delle puntate precedenti.

Tuttavia, nulla di ciò può compromettere un’opera che sarebbe da ammirare già soltanto per l’ambizione e la scala, ma che diventa incredibile quando ci si rende conto che i Russo e compagnia ci sono riusciti: mettendo insieme un film con più di trenta protagonisti, tre trame interconnesse (e decine di sottotrame) e dieci location diverse senza fare una raccolta di figurine e senza renderlo un esercizio virtuosistico di effetti speciali ed esplosioni – tutt’altro che insoddisfacenti, intendiamoci – ma mantenendo le interazioni tra personaggi al centro dell’attenzione.

Infinity War è il film Marvel più sentimentale fino a oggi, ma è perfettamente coerente con il livello di minaccia rappresentato da Thanos e dal suo decrescismo genocida (come il Richmond Valentine di Kingsman, ma egualitario): la posta si alza, la minaccia è cosmica, l’unico elemento ricorrente sono gli affetti tra i personaggi.

Io ci ho pensato prima

E sì, lo sappiamo che niente è per sempre nei fumetti, men che meno la morte. Una volta Chris Claremont fece dire ai suoi X-Men “nel paradiso dei mutanti i cancelli sono porte girevoli”: è forse la definizione più appropriata del rapporto tra i supereroi e la mortalità. A noi fan dei pupazzetti, a ogni buon conto, piace così.

In ogni modo, questo – questa cosa che è Infinity War è talmente complessa, talmente GROSSA che non si sa da che parte prenderla, perché ogni punto di vista sembra limitativo: per fortuna le stesse Gemme dell’Infinito ci offrono una traccia per provare almeno ad affrontare il cimento. Andiamo a incominciare.

[cercherò di ridurre al minimo gli spoiler, ma non potrò evitarli tutti. Procedete a vostro rischio e pericolo]

Ci stavamo spazientendo

Il Potere

La potenza, meglio. La forza per raggiungere i propri obiettivi. Ma anche per schiacciare i propri nemici e dare un segnale subito. La Gemma del Potere è la prima di cui Thanos si impadronisce, addirittura quando lo vediamo ha già annientato Xandar e i NovaCorps e sta ponendo prematuramente fine alla diaspora del popolo asgardiano. Con quella forza Thanos immediatamente definisce il tono del resto del film e stabilisce che nessun eroe è al sicuro.

Ma il potere è anche quello della Disney, che ha potuto mettere al servizio della Marvel una forza produttiva pressoché illimitata e ha cambiato la concezione del film di supereroi, rendendo gli universi espansi il nuovo Eldorado del cinema d’intrattenimento.

(Ma poiché il potere senza spazio, realtà, anima, tempo e mente non è sufficiente, dove la Marvel ha creato Infinity War gli altri hanno Justice League)

Permettete che mi presenti

Lo Spazio

New York. Titano. Vormir. Knowhere. Nidavellir. Wakanda. Edimburgo. Infinity War abbraccia un intero cosmo, riunendo tutte le anime del MCU viste finora in una narrazione coerente e organica. La suddivisione dei supereroi in piccoli gruppi permette di mantenerli ancorati a un ambiente più realistico (per quanto possibile) e adatto alle proprie caratteristiche, senza snaturarne il percorso compiuto dalla loro apparizione fino a oggi. Il personaggio più “cosmico” visto finora, Thor, è saggiamente tenuto in disparte fino all’ultimo, impegnato in una ricerca personale indipendente dalle Gemme dell’Infinito.

Lo spazio è anche quello sfruttato per la realizzazione di Infinity War: da New York alle Filippine la lista delle locations è lunghissima e variegata e contribuisce a creare l’impressione dell’universo Marvel cinematografico come un sistema chiuso e autosufficiente, nonché il vero personaggio del film (e per questo potrà sopravvivere alla morte dei personaggi, anche quelli fondatori)

KA-CHING!

La Realtà

La terza Gemma, già conosciuta come l’Etere in Thor: The Dark World (probabilmente il peggior capitolo dell’intera produzione cinematografica Marvel assieme a Iron Man 2), ha il potere di modificare la realtà circostante. Il che rappresenta un problema, perché significa che è già praticamente onnipotente di suo e infatti la sua manifestazione è forse la più deludente (bolle di sapone e illusioni).

Però è forse la più rappresentativa di ciò che è accaduto al cinema d’intrattenimento negli ultimi dieci anni: la stessa esistenza del MCU ha modificato la percezione della serialità al cinema, introducendo il concetto – ben noto ai lettori dei fumetti – di continuity e trasformando l’intera esperienza Marvel in una serie lunga dieci anni, composta di episodi dedicati ai diversi personaggi e con i film degli Avengers a segnare la fine delle cosiddette “Fasi” per introdurre quella successiva (perché chiamarle “stagioni” pareva banale)

L’Anima

La conquista della Gemma dell’Anima è posta esattamente al centro di Infinity War, sia temporalmente (è la terza di cinque gemme, considerando che la Gemma del potere Thanos la possiede sin dall’inizio del film) che concettualmente: è il momento in cui Infinity War, fino a quel momento un divertente film di supereroi, scarta e va oltre, conferendo profondità all’avversario di turno e sostanza alla sua ricerca del potere. Semplicemente, è il momento in cui si svelano i principali protagonisti di Infinity War, ovvero i legami.

Thanos e Gamora. Gamora e Quill. Thor e tutta la sua famiglia perduta. Wanda e Visione. Gamora e Nebula. Tony Stark e Peter Parker. T’Challa e il suo Paese. Amori romantici, rapporti filiali, affetti fraterni, amore per la propria gente. Ciascuno di essi è alla fine il motore di tutte le azioni intraprese dai personaggi: Thanos vuole cancellare metà della vita dell’Universo per rimpianto di ciò che è successo a Titano, suo pianeta natale, e davvero agisce per amore. La sorpresa di Gamora (a proposito, se ancora esiste qualcuno che crede che nei film di supereroi manchino le emozioni mostrategli le espressioni di Zoe Saldana e Josh Brolin in quella sequenza clamorosa) è la sorpresa di chi scopre una motivazione umana nel nemico che credeva senza sentimenti.

E forse non è un caso che la decisione più difficile sia presa dal Dr. Strange, che pare il più distaccato dal mondo terreno e dai legami con gli altri personaggi.

Il Titano e la bambina

Il Tempo

Dall’uscita di Iron Man nell’aprile 2008 e dalla prima scena post-titoli di coda (“Mr Stark, you’ve just become a part of a bigger universe”) sono passati dieci anni esatti. Il progetto ci pareva già ambizioso allora e Avengers un punto d’arrivo impensabile, quando invece fu solo l’inizio di un percorso che ci ha portati qui, oggi, a comprare il biglietto per tornare a vedere Infinity War per la terza volta in sei giorni (ahem).

Un decennio di programmazione meticolosa durante il quale la Marvel, attraverso film e serie TV, ha costruito una cosmogonia onnicomprensiva, sempre con un occhio al futuro. O forse a tutti i 14.605.000 futuri possibili, come quelli esplorati dal Dr. Strange in Infinity War.

Sarà proprio il tempo – probabilmente – la chiave per sconfiggere Thanos e annullare la sua opera, ma per conoscere l’esito dobbiamo aspettare, perché siamo tutti assoggettati al tempo. Tranne il possessore della Gemma, ovviamente.

Tiro da tre punti

La Mente

Fin dai trailer di Infinity War si sapeva che Visione sarebbe stato in pericolo: d’altra parte, parte della sua mente è una Gemma dell’Infinito e un obiettivo di Thanos. Ma il potere della Gemma (controllare le menti altrui) non è più utilizzato dopo Age of Ultron, lasciandola inerte al centro della fronte di un personaggio del quale non si sentirebbe la mancanza.

Chi invece ha sfruttato appieno il controllo mentale sono Feige e soci: da quando è stato annunciato Infinity War migliaia di persone si sono affrettate ad analizzare ogni fotogramma disponibile alla ricerca di indizi sullo sviluppo della storia, sulle possibili morti e sull’esito della lotta con Thanos. Dopo Infinity War le speculazioni sono addirittura aumentate: le notizie sui contratti degli attori diventano elementi per capire quale supereroe sopravviverà alla Fase III, ogni briciola di informazione dà luogo a infinite ipotesi e congetture. Miliardi di neuroni impegnati nell’indagine sul futuro del MCU, controllati dalla Marvel al fine di accrescere le aspettative, dimezzare la concorrenza e dominare il mercato (o l’Universo, che è un po’ lo stesso). Come Thanos.

Ci sarebbe da odiarli e temerli, se non avessero reso Infinity War così soddisfacente. Come Thanos.

Avengers: Infinity War – IMDbWikipedia

Bonus Track: “Date uno scudo a quest’uomo”

Capitan America è il miglior personaggio del Marvel Cinematic Universe. Possiamo discutere su questa affermazione, se volete, ma il risultato sarebbe che io ho ragione e voi torto. Perché Capitan Ame Steve Rogers è il miglior personaggio del MCU. La sua evoluzione, da burattino governativo a fuorilegge, è la meglio gestita nell’arco dei cinque film a cui partecipa, anche dal punto di vista estetico.

Tuttavia, ciò che rimane invariata è la sua forza di simbolo: anzi, l’abbandono delle insegne americane lo rende, se possibile, una figura ancor più universale, da emblema del Sogno Americano a difensore dell’Umanità intera. È lui che esprime la vera nemesi di Thanos, quando nota che una vita (ancorché artificiale) non dovrebbe essere sacrificata nemmeno per il bene dell’Universo.

Steve Rogers è l’ultimo ad arrendersi (come sempre) ed è l’ultima linea di difesa, nonostante sia disperatamente inadatto a opporsi al Titano. Ma se calcolasse le probabilità, non sarebbe Steve Ro Capitan America.

Ho avuto idee più intelligenti

[Ah, e lo scambio “Io sono Groot” “Io sono Steve Rogers” è il migliore di tutto Infinity War]

 

Luca Traversa

Passa sull’internet senza lasciare traccia e spera di continuare così. Ha due o tre ossessioni e non fa nulla per tenerle per sé.

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