Relatos salvajes, di Damián Szifron


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Un intero gruppo di sconosciuti scopre in un aereo di avere una conoscenza in comune, con cui nessuno si è lasciato proprio in buoni rapporti. Una cameriera riconosce in un cliente del ristorante in cui lavora l’usuraio che ha causato il suicidio del padre. Su una strada poco trafficata, due automobilisti litigano e danno inizio ad una rissa  violenta e interminabile. Un ingegnere esperto in esplosivi si fa rimuovere l’auto dalla polizia municipale nel giorno del compleanno della figlia e cerca poi di fare reclamo. Un ricco padre di famiglia propone al proprio giardiniere di prendersi la responsabilità di un incidente stradale letale causato dal figlio, in cambio di soldi, ma l’avvocato cerca di approfittare della situazione per spillargli sempre più soldi. Durante una festa di matrimonio, la sposa scopre che il novello marito la tradisce con una collega di lavoro, che perdipiù è anche tra le invitate.

Sei storie autoconclusive, sei commedie nere, sei racconti selvaggi, per il regista argentino Damián Szifron, che con il suo film a sketch è riuscito a conquistarsi anche una nomination per l’Oscar al miglior film straniero. Perché queste storie sono selvagge? Il filo conduttore, secondo il regista, vorrebbe essere «la labile frontiera che separa la civiltà dalla barbarie, la vertigine che si prova a perdere i freni e l’innegabile piacere di perdere il controllo». I personaggi, in effetti, sono più o meno tutti confrontati con situazioni che, poco a poco, farebbero perdere la pazienza a Giobbe. A ben vedere, però, ci sono anche altri fili conduttori che legano questi sei cortometraggi: la vendetta, ad esempio, entra in tutte le storie, e anche una certa vena di critica sociale nel mettere in scena usurai che si candidano a sindaco, divorzisti spietati, ricchi borghesi maneggioni, avvocati avidi, poliziotti corruttibili. L’inquietante cuoca del secondo episodio lo dice chiaro e tondo: i figli di puttana governano il mondo.

Ma negli episodi soffia forte anche lo spirito del divertissement, dello humour nero (ma non macabro) a servizio della trovata brillante finale. Ci si diverte, a tratti anche molto, grazie a trovate deliziosamente cattive: lo sketch che apre il film, Pasternak, è in questo senso davvero da antologia, mentre se pensavate che Rosamunde Pike fosse perfida in Gone girl, beh, aspettate di ascoltare il breve monologo della scarmigliata e furiosa Romina (Érica Rivas) al marito fedifrago nell’ultimo episodio del film e impallidite dinanzi a cotanta cattiveria.

Relatos salvajes - Érica Rivas (Hasta que la muerte nos separe)

Il film tuttavia sconta un po’ anche i limiti del genere film a episodi: alcune situazioni vengono fatte degenerare troppo presto, altre ci piacerebbe vederle più sviluppate, a volte la trovata finale un po’ prevedibile rende tutto l’episodio un po’ debole. Ma il film resta brillante, sapendo usare il registro grottesco senza nemmeno diventare troppo inverosimile, facendo ridere con un sapiente dosaggio di nevrosi quotidiane e reazioni sopra le righe. Si tratta anche di un film ben recitato (per cui se potete, guardatelo in originale e apprezzate la melodia dell’accento argentino): nei panni del Bombita, del resto, c’è Ricardo Darín, già protagonista di film di culto e ultra-premiati (Nueve reinas, El secreto de sus ojos). Questo personaggio è forse il più umano del lotto: l’ingegnere che vede la sua vita sgretolarsi dopo una banale rimozione per divieto di sosta è uno di noi, con i suoi vizi e le sue virtù, e ci fa piacere che riesca a vendicarsi di un castigo ben troppo enorme rispetto alle sue mancanze ed alla fine anche, a modo suo, a riscattarsi.

Se vi sembra di trovare nella trama anche un pizzico di spirito di Almodóvar, sappiate che non sbagliate: la El Deseo del regista spagnolo e di suo fratello Agustín è coproduttrice del film. Ma (va detto) solo al 30%: il resto è tutta roba argentina.

Relatos salvajesIMDb – Wikipedia

Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell’Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

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This article was written on 09 Feb 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

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