Boyhood, un film ai confini della realtà


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Si è creato qualcosa di paradossale in Boyhood. L’overdose di verosimiglianza ha ucciso l’immedesimazione anziché produrne di ulteriore. Crescendo, ingobbendosi, imbruttendosi e poi diventando un bell’adolescente tenebroso, Mason e il suo naso si sono impadroniti del film. E insieme a lui se ne sono impossessati gli altri personaggi. Boyhood è, in effetti, il film più pirandelliano che io abbia mai visto.

Non credo, infatti, che chi l’ha apprezzato sia uscito dal cinema sentendosi di nuovo implume, confuso e pieno di energie come succede, per esempio, con certi film di Assayas. Penso, piuttosto, che sia uscito dal cinema felice di avere assistito a una bellissima storia. In altre parole, a fronte di personaggi così prepotentemente reali(stici), è molto probabile che il nostro ego e la sua tendenza proiettiva abbiano un attimo abbozzato.

[Che questo sia un risultato positivo o negativo non è rilevante: non ci sarà mai un altro film come Boyhood. Tuttavia il fatto che ci sia stato un film come Boyhood è importante perché ha fatto da test per certi limiti e certe potenzialità del cinema. Anche Sin City era un film-test di questo tipo, per dire.]

In questa dittatura dei personaggi il regista dove si situa? Quello stronzo di un regista, per inciso. Che ogni anno per 12 anni ha richiamato all’ordine i suoi attori ovunque si trovassero, che fossero ingrassati o stessero facendo le corna alla moglie, che credessero nel progetto o si chiedessero “Ooook che School of rock è fichissimissimo, ma qui dove stiamo andando a parare?”

Richard Linklater sembra in effetti pensare che il regista sia uno stronzo, o quantomeno un tizio che perturba la realtà (plausibilissima definizione di). Sembra pensarlo perché attribuisce al patrigno alcolizzato un classico gesto da regista, il taglio dei capelli e, con esso, l’unico momento del film in cui la fiction interrompe quel dialogo muto tra la capigliatura di Mason che cambia di anno in anno e lo spettatore che, avendo mangiato la foglia, si riassesta sulla poltrona del cine intuendo l’inizio di un nuovo capitolo.

Dunque Boyhood è – insieme a una cinquina di altre cose – una riflessione sul lavoro del regista. Che, a volte, è  decisamente un lavoro da stronzi. Sarebbe interessante una chiacchierata in merito tra Linklater e Von Trier non trovate?

Boyhood – IMDbWikipedia

 

Federica Guarnieri
Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

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This article was written on 21 Nov 2014, and is filled under Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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