Room: il (mezzo) film sul rapimento che mancava


Ci sono prigionieri in un unico spazio ristretto ma non è Saw. Ci sono membri di un nucleo famigliare che sono costretti a crescere e vivere secondo determinate regole ma non è il terrificante Dogtooth di Yorgos Lanthimos (se non volete dormire, recuperatelo). È una pellicola su un sequestro, sulla vita dopo di esso e sul tentativo di reagire a un evento così traumatico con tutte le difficoltà del caso. Ma soprattutto è il film più dolce e intimista che mai vedrete sul rapimento di una madre, costretta a vivere in un capanno degli attrezzi assieme al figlio nato dopo lo stupro da parte del suo rapitore. Questo è Room.

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Candidato a quattro Oscar (miglior film, miglior regia, miglior attrice principale e miglior sceneggiatura non originale) devo ammettere che non avevo alcuna idea dell’esistenza di questa pellicola se non dai Golden Globes, quella meravigliosa serata (notte, da noi) in cui tutti si ubriacano e Ricky Gervais spara battute a zero sulla platea dello star system. Room si è fatto notare con la vittoria di Brie Larson come miglior attrice in un film drammatico, battendo una Cate Blanchett in Carol apparentemente strafavorita. Contento, applaudo, scambio qualche chiacchiera con i peluche in camera apprezzando la scelta e il coraggio, l’orsetto di pezza sta dormendo ma il leone e il delfino stanno ancora seguendo la diretta, commentando con battute pungenti e sarcastiche. Se c’è una cosa importante nel voler seguire questi eventi è la compagnia con cui lo si fa. Mi prometto di recuperarlo. Facciamo un rapido flashforward (ovvero un balzo temporale in avanti e una serie televisiva di discutibile qualità) per scoprire che Room è un bellissimo film, coinvolgente, emozionante e commovente con grandi interpretazioni. Il grosso problema è che lo è a metà.

Perché Room non è un film solo ma è identificabile in due distinte metà: una prima parte, ovvero i primi cinquanta minuti circa, in cui la convivenza madre-figlio in questa misteriosa stanza ci viene illustrata in maniera sopraffina, creando un’atmosfera a tratti sognante come se osservassimo il passare delle giornate in questo angusto spazio attraverso gli occhi del bambino protagonista e a tratti estremamente angosciante come quando compare Old Nick, il carceriere. Una metà in cui viviamo nella Stanza con Jack, il figlio, intento a fantasticare su un cane immaginario che dice di aver perso, illudersi che tutte le persone che vede in televisione abitino all’interno dell’apparecchio e domandarsi con fanciullesca innocenza che cosa ci sia al di fuori di quel grigio monolocale, il tutto grazie anche ad una regia notevole che tenta di mostrarci la Stanza come se fosse un grande spazio aperto, come se fosse tutto il loro mondo, cosa che dagli ultimi sette anni in effetti è.

Jack: “I’ve been in the world 37 hours. I’ve seen pancakes, and a stairs, and birds, and windows, and hundreds of cars. And clouds, and police, and doctors, and grandma and grandpa.”

Nella seconda parte cambia tutto e coincide con il momento della fuga. Qui gli occhi sognanti di Jack lasciano spazio a quelli sempre più depressi di Ma, la madre interpretata dalla Larson, un personaggio che, dopo i primi momenti di felicità dall’essere finalmente libera, inizia una discesa verso la depressione rendendosi conto delle cose che si è persa, del tempo che è passato, delle persone che se ne sono andate. Quella caratteristica che rendeva Room un film sui rapimenti notevolmente diverso da quelli prodotti negli ultimi anni si perde, lasciando spazio a una seconda metà sempre ben costruita ma meno appassionante e da un certo punto di vista, più standard. Il rapporto con i genitori, l’avvocato, il reinserimento nel mondo, l’intervista in tv, tutto affrontato con estrema intimità ma purtroppo meno coinvolgente rispetto la meravigliosa prima parte. Un calo che però non mette in ombra le grandissime prove di Brie Larson e dell’impressionante Jacob Tremblay, il figlio.

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Che Brie Larson dia tutta se stessa in questo film è abbastanza evidente durante la visione. Intensa, convincente, struggente, si comprende senza alcun dubbio il motivo per il quale è stata premiata e spero che verrà premiata ancora nella prossima serata del 28 febbraio. Ma, santo cielo, Jacob Tremblay: poco più di nove anni e una capacità di adattamento, di affrontare i cambi di registro, di situazione e di emozioni veramente incredibile. In pochi minuti riesce a passare da bambino meraviglioso vieni qui e abbracciamoci forte vedrai che finisce tutto prestissimo ad un’odiosità che solo il bambino di Babadook era riuscito cinematograficamente a raggiungere negli ultimi anni. Un bambino che, se non amministrato dai genitori come un Macaulay Culkin a caso, rischia davvero di fare strada. Nel caso non succeda fate finta che non abbia detto nulla.

In conclusione, Room non vincerà mai come miglior film (secondo me La grande scommessa o The Revenant, pronostico non richiesto ma volevo farvelo sapere comunque) e nemmeno la miglior regia (mi dispiace Lenny Abrahamson, regista di Frank ma ‘sto cazzo di messicano vince per il secondo anno consecutivo) ma rimane un film emozionante con notevoli interpretazioni.

Room IMDb Wikipedia

Giacomo Borgatti
I genitori lo iniziano alla settima arte grazie a operai cassaintegrati inglesi che si spogliano per fare qualche soldo. Da quel momento, il cinema è la sua droga. Amante dell’horror, dei musical (ma quanto sono belle quelle coreografie tutte sincronizzate?) e dei fumetti, crede e spera che Christian De Sica sia un’allucinazione collettiva o una grande burla allo spettatore ormai impossibile da fermare.

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This article was written on 22 Feb 2016, and is filled under Scuse per parlare di film.

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