S. is for Stanley, Alex Infascelli


Il fuori scena di Kubrick è Emilio D’Alessandro. Uno che sulla carta con Kubrick non c’entra niente: di Cassino, emigrato a vent’anni a Londra, con il suo metro e 65 di ossa e denutrizione infantile, l’italico profilo adunco e i capelli corvini impomatati.

Tutti a questo mondo abbiamo un talento, il più delle volte il problema sta nel trovarlo. Emilio D’Alessandro di talenti ne ha più d’uno. Tanto per cominciare scopre senza quasi accorgersene di essere un drago al volante. Per cui comincia a gareggiare e nel frattempo trova lavoro come autista privato, si prende una moglie inglese e mette su casa. Una sera del 1969 a Londra nevica fortissimo.

Lo chiamano dal lavoro perché c’è una consegna da fare e nessuno dei colleghi, con quel tempaccio, si azzarda. Lui dice no problem. E gli caricano in auto un enorme cazzo di plastica bianca. Emilio non fa una piega e nelle strade bianche quanto il megacazzo arriva a destinazione spaccando il secondo.

Il giorno dopo riceve una telefonata da una casa di produzione cinematografica. Due giorni dopo lo chiama Stanley Kubrick in persona, che gli propone di lavorare per lui. Emilio dice: ma io sono un autista. Oh toh, un autista è proprio quello che sto cercando. Da lì in poi è stata una frana che la tempesta di neve non era niente. Kubrick subissa Emilio di richieste sempre più articolate, cui Emilio adempie in modo impeccabile e con indefesso senso del dovere. Kubrick è Kubrick anche quando non è sul set, per cui ha un milione di idee e necessità per la casa, per il giardino, per i gatti.

Chi chiamo? Emilio. E così Emilio diventa l’assistente personale di Kubrick, quello cui si chiedono pure le cose più intime, quello cui demandi il lato pratico della tua vita. Ma anche Emilio ha una casa e una famiglia, e la moglie si rompe le scatole, che è sto Stanley che telefona 10 volte al giorno, ebbasta, hai dei figli, lo sai?? Ma Emilio corre sempre ché, appunto, ha una famiglia da mantenere ed è una persona seria, in famiglia come nel lavoro.

E poi chissà. Chissà cosa si è creato fra Emilio e Stanley… Cosa faceva sì che Emilio corresse appena Stanley telefonava. Cosa faceva sì che Stanley pensasse a lui appena aveva bisogno di qualcosa. Nonostante tutto, nel bellissimo doc S. is for Stanley di Alex Infascelli è difficile mettere il naso nella natura del rapporto tra i due perché, al di là della confidenza che ogni tanto Emilio D’Alessandro si prendeva (“dai Stanley, questo no”), non è possibile fare dietrologia o fare gli psicologi, e non resta che concludere che tra i due era amore vero.

E non spoilero il finale. Resta che Emilio D’Alessandro di Cassino, con quella sua faccia uguale a mille altre che vediamo ogni giorno in fila alle Poste, è il fuori scena di Kubrick, è il Kubrick che da solo non ce la fa, è il Kubrick che non ha tutto sotto controllo e che commette errori di ortografia, è il Kubrick sentimentale, è il Kubrick che va in panne, specie se Emilio non c’è.

E allora Emilio corre gambe in spalla. Perché anche Emilio non ce la fa senza quel tizio artistoide di cui ha solo vagamente capito il lavoro. Ma Kubrick era abbastanza libero da sapere chi era la persona giusta per lui e per chi lui era la persona giusta. E cosa c’è di più geniale nella vita di questo.

S. is for Stanley – WikipediaIMDb

Federica Guarnieri

Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

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This article was written on 26 Lug 2018, and is filled under Amarcord, Arredamenti Kubrick, Le storie del cine, Scuse per parlare di film.

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