Benvenuti del XXI secolo, mostri – Shin Godzilla


E’ la mattina di Natale del 1998. Un bambino si sveglia presto, scende dal letto e attraversa velocemente il corridoio di casa. I genitori, ancora a letto assonnati, sentendo il non proprio leggero calpestare dei passi del giovane, decidono di terminare il periodo di riposo notturno per seguire il proprio figlio. Il bambino arriva davanti all’albero e ci trova dei pacchetti infiocchettati. Poi guarda sul tavolo, dove la notte prima aveva lasciato un paio di biscotti e una tazza di latte. Trova la tazza di latte ancora metà piena e un biscotto mangiucchiato e lasciato a metà. “Cavolo, ‘sto Babbo Natale poteva almeno finire quelle due cose che gli erano state lasciate”, pensa. Perplesso, ritorna ai pacchetti. Prende in mano il primo. Sembra una videocassetta. Scarta il dono. Non è il cartone animato di Hercules. Non è Basil – L’investigatopo. Non è neppure In viaggio con Pippo. E’ un cofanetto di Godzilla del 1954 assieme a Godzilla – Il re dei mostri del 1955. Il bambino afferra la prima videocassetta e inizia la visione. Un bambino di circa sei anni che la mattina di Natale guarda un film in giapponese con i sottotitoli in italiano. Cosa ci capirà? La risposta nel prossimo paragrafo.

Proprio questo.

Amo Godzilla da sempre. L’ho amato in bianco e nero e a colori. L’ho amato quando si prendeva a pugni con amici e avversari in quelle che sembravano risse tra bulli nel parchetto. L’ho amato anche quando ha avuto un figlio tanto odioso da provocare prurito alle mani. L’ho amato in tutte le declinazioni, in tutti i film, in “tutti i luoghi e in tutti laghi” (cit). E così ,quando ho saputo che un nuovo capitolo prodotto dalla Toho era in produzione, ho provato una sensazione orgasmica pari solo a quando batti qualcuno giocando a Fifa online segnando sull’ultimo calcio d’angolo, nei minuti di recupero. Forse anche un po’ di più. E salta fuori che Shin Godzilla o Godzilla: Resurgence o Shin Gojira è, come si suol dire in gergo tecnico, un film della madonna.

Non è più colpa di test atomici al largo del Giappone, non sono più gli americani i quasi diretti colpevoli della nascita del mostro e la paura di un nuovo conflitto mondiale non è al centro della vicenda. Godzilla nasce dopo un disastro nucleare in stile Fukushima, una fuga di radiazioni che colpisce una creatura, scatenando la violenta e gigantesca evoluzione che avrà luogo su tutto il territorio giapponese. Il Re dei mostri non arriva ergendosi già su due zampe, camminando in posizione eretta e decidendo cosa distruggere in base al proprio gusto e in proporzione alla rottura di palle che ciò gli provoca. Godzilla è un animale, il suo obiettivo è uno solo: sopravvivere. Vede gli esseri umani come noi osserviamo le formiche durante una passeggiata al parco. Non gli interessa di farci del male, perché, semplicemente, non siamo così importanti per lui, siamo marginali, siamo la carta di un pacchetto regalo che contiene il mondo intero. La creatura nuota, poi striscia, poi tenta di erigersi come farebbe un bambino qualsiasi, che tenta i suoi primi passi salvo fallire e sbattere contro dei palazzi e non contro lo stipite di un muro. E poi inizia a camminare. È cresciuto. Godzilla è finalmente nato e, ora che da un’ora e mezza gli stanno tirando cose contro per tentare di fermarlo, ha deciso che l’umanità gli sta decisamente sul cazzo.

Ma il film di Hideaki Anno (Neon Genesis Evangelion) non è solo un “monster movie”, assolutamente no. Certo, la distruzione c’è, ci sono immagini che rimarranno nella storia del cinema ed altre che provocheranno cadute di mascelle anche nei fan più duri e puri (laser dalla schiena e ho detto tutto), ma è, essenzialmente, un film sul Giappone di oggi. Sull’incompetenza di una classe politica incapace di prendere decisioni rapide ed efficaci e costretta a spostarsi da una stanza all’altra dello stesso edificio per partecipare a riunioni che terminano con il decidere di spostarsi in un’altra stanza. Sulla paura non più di una nuova possibile grande guerra, ma di possibili pericoli tecnologici, e quindi ambientali, che gli stessi uomini possono provocare da soli. La paura non è più qualcosa di esterna, ce la si costruisce in casa. Così come il mondo, e il Giappone, si è costruito e, a un certo punto si è meritato, Godzilla. Insomma, Godzilla siamo noi.

Senza parole.

Shin Godzilla è il perfetto “monster movie” contemporaneo in grado di donarci uno spaccato metaforico del mondo, di deliziarci con splendide messe in scena e con un montaggio tutt’altro che scontato: frenetico, ansiogeno, a tratti meravigliosamente frustrante. Anno non sbaglia nulla, si cita da solo (la sequenza degli elicotteri che sparano contro il mostro, per dirne una) e ci consegna una pellicola fantastica che da nuova linfa sia al genere che alla storia cinematografica di uno dei mostri più celebri del mondo. Basta “royal rumble” di creature che si picchiano tanto perché sono nemici e quindi ne deve rimanere solo uno – Godzilla: Final Wars, per quanto tu sia bellissimo, sto parlando con te – e (Rebootta? Reboota? Ributa?) dà il via ad una nuova meravigliosa epoca in cui i mostri finalmente possono ricominciare a calpestare il suolo terrestre. E l’essere amanti del cinema di mostri non è mai stato così bello.

Godzilla è morto. Godzilla è vivo. Godzilla è rinato e sta benissimo. Purtroppo per noi.

Shin GodzillaIMDb Wikipedia

Giacomo Borgatti
I genitori lo iniziano alla settima arte grazie a operai cassaintegrati inglesi che si spogliano per fare qualche soldo. Da quel momento, il cinema è la sua droga. Amante dell’horror, dei musical (ma quanto sono belle quelle coreografie tutte sincronizzate?) e dei fumetti, crede e spera che Christian De Sica sia un’allucinazione collettiva o una grande burla allo spettatore ormai impossibile da fermare.

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This article was written on 06 Lug 2017, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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