Pillole dal Sicilia Queer – Festival internazionale di nuove visioni 2016


Prima di tutto un brevissimo cappello introduttivo, perché non è affatto scontato che chi capita su queste pagine conosca il Sicilia Queer Filmfest che da sei anni si tiene a Palermo. E questo nonostante per qualcuno sia il miglior festival lgbt al mondo.

Si tratta di un festival cinematografico che come suggerisce il nome stesso guarda al mondo “queer” nella sua doppia accezione, sociale e artistica. Non etichettatelo, però, tout court con il solo mondo LGBT perché sbagliereste e, allo stesso modo, non legatelo esclusivamente a tematiche sociali o sessuali tipiche di quei lidi: perdereste esattamente il quid di una manifestazione che, conoscendo bene i danni che fanno le etichette, tenta in ogni modo di sfuggire alla comodità dell’incasellamento a priori.

È bene precisare che il cuore del festival è il concorso dei cortometraggi, a cui da quest’anno si affianca una competizione di lungometraggi. Fanno da corona a queste due sezioni una serie di anteprime e alcune proiezioni a carattere retrospettivo. In questa edizione ci si è guardato indietro verso Buster Keaton, Chantal Akerman, Bernardo Bertolucci e Lionel Baier.

Si comincia con i cortometraggi in concorso: come fatto da Marta Corato per Venezia72 accanto alla roba bellabella verrà messa una stellina, così potete aggiungere i titoli alle vostre watchlist di IMDb e Letterboxd.

 

Funny Boys (Marina Bertino, Italia)
Funny Boy è un romanzo di Shyam Selvadurai uscito nel 1994; io non l’ho mai letto, ma chi lo ha fatto ne parla positivamente. È una specie di documentario che vorrebbe ricreare quelle atmosfere e ripercorrere quelle strade. Il punto è che, però, non vive assolutamente di vita propria. Tutto è quantomai criptico e si segue una strada che vorrebbe essere poetica, ma che rischia di dare l’impressione di buttarla nel fallo di confusione, non sapendo bene cosa scegliere. Non si capisce chi sia la gente inquadrata, brevi sequenze in ambienti etnici e una generale atmosfera da filmino delle vacanze mitigata solo da montaggio e colonna sonora.

 

Ama (E. Almaida, L.Huang, M. Kamari, J. Robert, J. Peuportier, T. Unser, Francia)

Si tratta di un corto brevissimo. In appena tre minuti una giovane americana si tuffa con delle pescatrici, ama e viene ripresa dalla sua famiglia. È un corto d’animazione, fatto con una tecnica che unisce rimembranze delle stampe Ukiyo-e all’estetica dell’animazione occidentale. Agli occhi di un profano potrebbe ricordare l’estetica di Mulan (1998) fatta con degli acquerelli. I personaggi non parlano, ma le loro emozioni sono perfettamente leggibili, dal punto di vista tecnico è molto buono (tanto che ha ricevuto una menzione speciale dalla giuria), solo che dura troppo poco. Finisce e se ne vorrebbe sapere di più. Potrebbe essere un ottimo video di presentazione su Kickstarter.

 

★ Pink Boy (Eric Rockey, USA)

Per me è il miglior cortometraggio dell’edizione e infatti il Premio del pubblico è andato a lui. È un documentario su Jeffrey, un bimbo di 6 anni a cui piace vestirsi da donna, cantare e che da grande vuole diventare una ragazza. È stato adottato dalla sorella di sua madre e dalla sua compagna che, ben sapendo cosa voglia dire essere percepiti come diversi, lo preparano a proteggersi al meglio. La scena topo è quella dove lo portano a lezione di karate, perché il problema non è Jeffrey che vuole vestirsi come gli pare, ma quelli che lo vorranno prendere a legnate per questo motivo. Alla fine avrei voluto abbracciare e ringraziare tutti da quanto l’ho amato.

 

O passàro da noite (Marie Losier, Portogallo-Francia)

A Lisbona c’è Finalmente, un club dove da circa 30 anni si esibisce Deborah Krystal, nota anche come Fernando Santos. Con questo corto, veniamo messi davanti non solo ad alcuni travestimenti della performer portoghese (sirena in una spiaggia, uccello rapace in un laboratorio di impagliatori, leone in una foresta), ma scendiamo anche nell’anima stessa di Deborah. Tutta la parte centrale del corto crea un’atmosfera misteriosa ed evocativa, ma l’inizio pare una roba fatta su Instagram da un utente pro, con tutta l’estetica usuratissima ormai tipica di quella piattaforma e la fine pecca di un simbolismo un po’ scontato. Siamo davanti a qualcosa in cui i contro si annullano con i pro.

 

★ Mama vet bäst (Mikael Bundsen, Svezia)

Qui scendiamo all’interno dei rapporti familiari e in particolar modo all’interno di quella che è la facciata di tolleranza di un genitore, crepata, però, da vanità e inutili pretese di saperla più lunga. Sul lato tecnico fa notare per un lungo piano sequenza che occupa l’intero corpo del corto e per la coppia dei due attori protagonisti davvero perfetta. Sul lato prettamente narrativo è capace di raccontare un’intera storia con dialoghi serrati e pochissimo materiale (siamo e rimaniamo nell’abitacolo di una macchina). È bello e, se vi capita sotto tiro, non fatevelo scappare, perché è fatto per piacere e far riflettere. E infatti ha vinto il premio riservato alla sezione dei corti.

 

★ Kurochka Ryaba (Vasily kiselev, Russia)

Divertente come poche altre cose all’interno del festival. È la storia di una gallina russa che vive con due diavoli agenti della CIA che hanno il compito di inquinare la popolazione della grande madre russa con la propaganda LGBT. Realizzato con dei pupazzetti di plastilina animati in stop motion, è un piccolo gioiello di satira percorsa dal nonsense. Mi ha fatto letteralmente ammazzare dalle risate, anche perché sono convinto che, fatto vedere ai fomentati giusti, verrebbe creduto come autentico filmato per mettere in guardia i veri patrioti. Cercatelo e vedetelo, perché è raro incontrare qualcosa che faccia ridere in maniera davvero liberatoria.

 

Au bruit des clochetes (Chabname Zariab, Francia-Afghanistan)

Qui siamo in presenza di uno dei corti più drammatici fra tutti quelli visti. Si tratta di un lavoro di finzione, ma dal sapore tremendamente vero. Il mondo su cui si getta luce è quello dei bacha bazi, dei prostituti danzanti afghani, non di rado minorenni. Dato il tema, non stupisce che dalla sala siano uscite un paio di persone durante la proiezione, nonostante sia un lavoro ben fatto e in grado di mantenersi composto anche nei suoi momenti più forti. La regista esordisce con questo corto e stupisce la sicurezza con cui domina ogni singola inquadratura. Anche se, a conti fatti, è una roba pesantissima e insomma non ho esattamente voglia di rivederlo a breve.

 

Out (Gsus Lopez, Regno Unito-Spagna)

Anche con questo lavoro andiamo sui toni surreali di una madre che ha difficoltà ad accettare il coming out del figlio e i pettegolezzi tipici dei piccoli centri. Il regista inserisce la storia in una struttura circolare che, più che altro, pare serva a dimostrare le sue doti, ma il corto vive i suoi momenti migliori quando entra in scena la sorella del protagonista. I dialoghi, però, non sempre sono impeccabili e anche la vena comica data da una madre travestito, alle prese con le sue paturnie per un figlio gay, si stempera ben presto. È una roba finanziata con Kickstarter, ma anche tarando il giudizio su “roba fatta con Kickstarter” non entriamo manco per sbaglio nella top 10.

 

A qui la faute (Anne-Claire Jaulin, Francia)

Non di rado da ragazzi si fanno cose di cui poi ci si vergognerà per il resto della vita. Non di rado un omosessuale per vergogna o insicurezza assume pose da omofobo intrasigente duro e puro. Unite questi due temi e uscirà fuori questo corto, storia di una capo scout odiosa e inebriata dall’idea di poter abusare della briciola di potere che ha. È molto interessante vedere come anche in un festival queer si possano avere dei personaggi omosessuali negativi o comunque non proprio da ergere a modelli di comportamento. Perché non può essere l’orientamento sessuale la bussola per distinguere buoni e cattivi, ma le scelte morali che prescindono totalmente da chi si vuole portare a letto.

 

Freud und friends (Gabriel Abrantes, Portogallo-Svizzera)

Fa l’occhiolino agli anni ’80 e questo e un po’ il pregio e l’enorme limite di questo corto. Anche perché il mondo è pieno di robe che si rifanno smaccatamente a quel decennio e, a meno di congiunzioni astrali fortunatissime, va a finire che mi sale sempre una specie di déjà vu fuori tempo massimo. Oltretutto in questo caso si cerca il trash nonsense e poi si cita il nome di Werner Herzog al solo scopo di far vedere che si guarda ai registi giusti. E quindi, da un lato alcune gag fanno divertire dall’altro si respira l’aria della paraculata che gli taglia un po’ le gambe. Non male, ma anche addio.

 

Shudo (To-Anh, Charles Badiller, Hugo Weiss, Francia)

Come Ama è un corto che esce fuori da Gobelins – L’Ecole de L’Image (una scuola francese di arti visuali) ed effettivamente si riconosce un certo stile, forse perché pure questo lavoro è ambientato in Giappone: due Samurai ex amanti che combattono all’ultimo sangue. Fare un confronto è inevitabile e pur apprezzando lo stile grafico anche di questo lavoro, pur apprezzando anche in questo caso la scelta di non far parlare i personaggi ma le immagini non si può collocare il corto un gradino sotto Ama. Diciamo che manca la voglia di saperne e volerne vedere di più. Ecco, se fosse una presentazione di Kickstarter farebbe più fatica a reperire i fondi.

 

★Take your Partners (Siri Rødnes, Regno Unito)

Come sempre parlare di orientamento sessuale raccontando una storia che riguarda i più piccoli è come camminare sulle uova, ma quando ci si riesce da dei risultati grandiosi. In questo caso la protagonista è Ollie una bimba che non ha alcuna voglia di entrare negli schemi che gli adulti hanno stabilito per le bamine. Nel modo di girare sembra di avere davanti qualcuno che ha appreso la struttura di regia dei primi film dei fratelli Dardenne. La scelta si rivela efficace perché facendo entrare lo spettatore nella vita di Ollie lo spettatore vede pienamente ripagato l’investimento emotivo che ha fatto. Alla fine ho pure applaudito.

 

★The Fox Exploits The Tiger’s Might (Lucky Kuswandi, Indonesia)

Chi ha dimestichezza con la realtà indonesiana non stenterà a credere che questa è stata l’opera più densa e violenta vista in tutto il festival. Siamo in provincia e due adolescenti sono molto amici, solo che la differenza di classe sociale inizia a pesare. Ci sono un po’ di invidie e di non detti anche perché a livello sessuale nessuno sembra essere particolarmente sicuro. In poco tempo veniamo immersi nelle prepotenze piccole e grandi di ogni giorno tipiche di una realtà dove insieme ad ogni briciola di potere viene anche conferità la possibilità di abusarne. Alla fine lo sparo di una pistola farà un po’ di chiarezza. L’Indonesia è il futuro, speriamo solo a livello cinematografico.

 

Jamie (Christopher Manning, Regno Unito)

Il regista è un’esordiente e questo nel corto si vede e pesa parecchio. In pratica è la storia di un ragazzo che esitando sta rincorrendo la sua prima relazione con un uomo. Lui è sul depresso perché quello che sembrava un buon inizio in chat nella realtà non ha portato nemmeno a un incontro. Finalmente incontra un tizio che gli dice che è normale così e niente, il corto finisce qui. Il mio disappunto in sala è stato doppiamente imbarazzante perché era presente il regista e, insomma, umanamente mi è dispiaciuto per lui che era venuto appositamente da Londra per vedere la reazione del pubblico. Che giustamente è stata blandissima.

 

Mx. pink (Maharilika D’Suesse, Francia)

Con questo esordio siamo difronte a una di quelle opere a cui manca poco per poter essere davvero apprezzate, ma visti gli ingredienti mi sembra il caso di scommettere su questa regista. Si parla di amore e innamoramento però lo si fa in maniera così delicata da avvicinarsi alla poesia. C’è l’incontro casuale, l’abitudine e il piacere di vedersi sempre al solito posto senza averlo programmato, una partenza improvvisa e un ritorno inaspettato (almeno dalla protagonista). Siamo in pieno territorio queer e mi piace credere che l’unica cosa che davvero manchi al corto è l’esperienza della mano che lo ha girato perché almeno a livello concettuale la strada è quella giusta.

 

Vi skulle bli bra förÄldar (Björn Elgerd, Svezia)

Un ragazzo si riprende con una go-pro e inizia una specie di videolettera da mandare al fidanzato che lo ha lasciato. Tutto gronda d’uno squallore micidiale, voluto e ostentato. Mentre il protagonista fa i discorsoni accorati al suo ex, arriva un’auto mediamente lussuosa e lui va a fare un pompino al guidatore. Mentre noi capiamo che ha svariati handicap fisici (zoppica, ha un braccio rattrappito) lui esce e sputa la sborra davanti alla camera. Il tenore è questo. Si parla di fecondazione artificiale e maternità surrogata in un contesto e con una qualità dell’immagine tremendi. E ci si chiede se il regista non si sia innamorato troppo delle sue provocazioni.

 

Prinzessin des alltags (Dan Dansen, Germania)

Per 10 minuti vediamo il compagno del regista che cucina, nel frattempo la voce fuoricampo legge una poesia d’amore. Il corto si struttura con dei piani sequenza molto lunghi che saranno anche una scelta stilistica precisa, ma ammazzano completamente il ritmo e qualsiasi volontà di dare attenzione alla poesia, letta peraltro con un tono monocorde degno delle peggiori relazioni preliminari congressuali. In generale parole e immagini si accordano malissimo e la mancanza di un montaggio degno di chiamarsi tale ne fanno il peggior prodotto visto in tutto il festival. La noia.

 

Mai (Giulio Poidomani, Italia)

Può sembrare stranissimo ma un grosso nocciolo della cultura Europea (e quindi in fin dei conti occidentale) viene direttamente da leggende greche che sono ancora lette con gli stessi parametri di 3000 anni fa. Poidomani è bravo a sottolineare la totale mancanza del punto di vista femminile in larga parte del nostro bagaglio culturale, però è anche vero che nel corto i difetti sono molti. Il carino domina e la ricerca del dettaglio è sempre superficiale. A scapito delle intenzioni non si riesce mai ad entrare in contatto con un contesto che invece pare molto amato. Il rischio, anche con il bianco e nero, è quello di trovarsi fra le mani la solita banale estetica da fiction tv.

 

Come una stella (Bartolomeo Pampaloni, Italia)

Il regista riprende Patrizia, una trasessuale napoletana, che racconta la sua storia. Una storia fatta di violenze terribili, droga e prostituzione. E si capisce che oltre all’accettazione di se stessi il problema è anche quello di farsi accettare dagli altri, perché se chi ti guarda lo fa sempre dall’alto in basso alla fine in basso ci andrai davvero. Il rischio era ovviamente quello di trasformare il corto in una specie di episodio da “tv del dolore” e invece lavorando con pudore Pampaloni riesce ad ottenere il massimo, fa emergere la profonda dignità di una persona che non si è mai voluta guardare con gli occhi degli altri.

 

Lungometraggi – Nuove visioni & Panorama Queer

Marguerite et Julien (Valerie Donzelli, Francia)

Si tratta di una stroria che risale al ‘600: due fratelli si innamorano, scopano e vengono accoppati dall’ordine costituito. Il tema dell’amore incestuoso però è buttato via, i due fratelli sono ovviamente consapevoli del proibito ma quasi mai questo traspare da un vero desiderio erotico. Donzelli si trova più a suo agio a sublimare l’erotismo della storia in giochi da bambini, faccette imbronciate e un tono da favoletta per adolescenti che stona abbastanza con le opportunità dirompenti di un soggetto simile. Doveva dirigerlo Truffaut e invece è arrivato dopo trent’anni alla Donzelli. E mi sa che questa frase chiude il discorso sul film.

 

La nuit s’achève (Cyril Leuthy, Francia-Algeria)

Raccontare un viaggio con il padre e il proprio compagno di allora in Algeria, alla ricerca delle proprie radici e delle memorie di un popolo che cerca di affrontare l’erdità della fine del colonialismo. Già sulla carta era un’operazione difficile e infatti si fa davvero fatica a sentire la voce dell’autore che al di la di commentare le immagini girate da lui stesso è reticente praticamente su tutto. Il problema è che fra immagini e parole la scissione è spesso netta. Non solo le immagini quasi mai sono in grado di restituire le emozioni descritte, ma che anche queste sono raccontate con una voce sin troppo flebile.

 

Dora oder Die sexuellen Neurosen unserer Eltern (Stina Werenfels, Germania)

Che il tema della sessualità dei disabili sia uno degli ultimi taboo del nostro tempo è ormai acclarato. Se poi la disabilità non è fisica ma mentale le cose si complicano ancora di più. Dora invece la racconta in maniera molto delicata e ci porta per mano, anche grazie all’abilità di Victoria Schulz, dentro una camera d’albergo dove un uomo scopa con una che con la testa non ci sta. Stupro, per la legge non ci sono cazzi. Eppure non è del tutto così, perché qui abbiamo a che fare con l’istinto e il piacere del corpo e il sesso, levata la sua componente romantica, è proprio questa cosa qui. Un’opera ovviamente disturbante eppure decisamente interessante.

 

★ Alki Alki (Axel Ranisch, Germania)

Mettere in scena una storia di dipendenza dall’alcol in forma di commedia non è poi difficilissimo. Farlo mantendo intatto il senso di repulsione dato da un panzone con famiglia al seguito che ha come unico orizzonte di vita quello di ubbriacarsi è invece un’impresa ardua. E invece Ranisch riesce a mantenere i due registri in ogni singola scena di Alki Alki, sfoderando gran classe non solo nella scrittura, ma anche nella regia. Per me è stato uno dei film migliori di tutto il festival, mi ha messo addosso non solo un senso di autentico disagio, ma anche un rispetto sincero verso un film che con mezzi limitati ottiene tantissimo.

 

Le bois dont les réves son faits (Claire Simon, Francia)

Ai festival cinematografici si vedono alcune opere che in altri contesti forse non si riuscirebbero ad apprezzare nello stesso modo. Ad esempio qui siamo in presenza di un documentario che racconta la gente che popola un grande parco a est di Parigi. Si prende tutto il tempo necessario (dura 144 minuti) eppure dice veramente qualcosa sull’umanità. Si incontra di tutto, dai gay che si cercano per una botta e via alle puttane che raccontano la loro vita, dai pazzi che passeggiano a chi si è rifugiato nei punti meno praticati del parco. Mi è piaciuto da morire, ma ammetto che il contesto festivaliero mi ha aiutato parecchio a godermelo.

 

★ Roma Termini (Bertolomeo Pampaloni Italia-Francia)

Pampaloni punta l’obbiettivo della telecamera verso i margini più visibili della nostra società: i barboni dalla stazione ferroviaria. La cosa incredibile è la capacità del regista di entrare nella vita di queste persone, rendere importanti volti, corpi e voci a cui normalemente neghiamo persino uno sguardo di disgusto. E invece l’empatia che si crea nei confronti di questa umanità misera e disperata è il più bel regalo che mi ha lasciato il festival, un trasporto emotivo che si intuisce sincero anche nel regista che ad un certo punto abbandona il suo essere occhio per farsi voce e mano di aiuto. Un autentica scoperta.

 

La belle saison (Catherine Corsini, Francia)

Nonostante le buone intenzioni (con cui si continuano a lastricare le strade che portano all’inferno), non andiamo molto oltre al solito film che racconta la presa di coscienza della propria sessualità. La cosa interessante qui era oltre alla tematica a sfondo lesbico un confronto città/campagna che però nei fatti si perde in un tira e molla fra i due punti cardinali coming out sì – coming out no. Tutto il resto ha il sapore del già visto, del risaputo e anche del troppo facile. Davvero per far risaltare la presa di coscienza lescbica c’è ancora bisogna di mettere accanto un maschio insicuro, finto liberale e odioso?

 

★ Tangerine (Sean Baker, USA)

Dal punto di vista tecnico è una specie di miracolo. O almeno io non so come altro definire un film realizzato con tre cellulari iPhone 5 e una app da meno di 10 dollari capace di apparire girato con macchine da presa professionali e valori produttivi ben più elevati. Si rimane incantati da questa giornata alla periferia di Los Angeles che evita i discorsoni per concentrarsi su due trans che si prostituiscono per vivere. Baker riesce a mantenersi lontano dalle carinerie che spesso affliggono le produzioni che solitamente sbancano al Sundance e filma un’opera vitalissima, sfumata e che parla con tono franco e sincero dei margini e dell’umanità che li popola.

 

Nasty Baby (Sebastián Silva, USA-Cile)

Parte come il solito film su tematiche di paternità gay, amici e famiglie più o meno disfunzionali. Prosegue scantonando in atmosfere prettamente weird per concludersi come un trhiller. Silva è uno di quelli che conoscono il cinema come le loro tasche e conoscendo molto bene i generi e le loro dinamiche sono in grado di giocarci come e più gli piace. Nasty baby fa sprofondare due innocui cittadini della New York più progressista e i loro amici evoluti nel sangue e nella violenza. Si prende i suoi tempi e avanza più o meno per gradini, ma non si riesce più a staccare gli occhi da quel grumo di tensioni che finalmente esplode per travolgere (come sempre) i più deboli.

 

Grandma (Paul Weitz, USA)

Il nome di Paul Weitz resterà per sempre legato ad American Pie (1999), su questo non ci sono dubbi. Eppure nel tempo ha dimostrato parecchia sensibilità e anche in questo caso siamo molto lontani dalle risate sguaite e sessuofobe di quel celeberrimo film. Ci muoviamo sempre nell’ambito del teen movie, ma stavolta abbiamo a che fare con sesso, aborti e una storia di formazione che vede tre modi diversissimi di essere donne nel nostro tempo. A me è piaciuto, mi ha divertito e anche se non mi sono spellato le mani ad applaudire è una di quelle opere che raccontano molto sul nostro tempo. Esattamente come le sue difficoltà di distribuzione.

 

Ecco tutto, ovvio che chiunque voglia approfondire questi brevissimi flash è più che benvenuto nella sezione commenti.

Qui Pillole, a voi Folli.

Pilloledicinema
Appassionato di cinema, vivo a Palermo. Per ogni film che vedo scrivo in 140 caratteri una minirecensione su Twitter. A volte non mi contengo e ne vengo a parlare anche qui.

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This article was written on 21 Set 2016, and is filled under Binge-watching, Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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