Steve Jobs – il cubo nero di Sorkin


Cosa ci spinge a continuare a usare aggeggi incompatibili con tutto tranne che coi propri aggeggi simili, con cavi di ricarica ridicoli, lunghi dieci centimetri, ed errori di sistema programmati per bloccare i suddetti aggeggi in caso di riparazioni non kosher? La stessa cosa che ci spinge a prendere l’iniziativa di giurare davanti a Dio, al Municipio e ad amici e parenti di passare il resto della vita con qualcuno, condividendo il letto, il bagno, i menu e soprattutto il telecomando. Si chiama amore, e non è una scelta razionale. È una scelta folle, che va contro ogni logica, ma che ci rende felici. Ci lamenteremo, faremo le nostre razionalizzazioni su quanto sia imbecille fare le file fuori dagli Apple store, o trattare con rispetto dei cretini con la maglietta del Genius bar, attendendo il loro responso come da un oncologo, eppure ogni volta rifaremo sempre lo stesso acquisto, lo stesso unboxing da mattina di natale, e ci ritroveremo sempre a commuoverci. La bellezza ci frega sempre.

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Steve Jobs è un cubo perfetto, anzi un cubo imperfetto, con due lati più corti di un millimetro, per risultare otticamente perfetto. È figlio anche lui di una follia irrazionale, della tenacia di chi vuole rimanere matto (stay foolish!): l’idea di fare un film composto da tre scene.

Io non ti racconterò la rava e la fava: non mi interessa. Non ti farò la cronistoria: non ti interessa, o probabilmente la sai già. Io voglio parlarti di cinema, di drammaturgia: i difetti, i conflitti, gli errori, le vittorie. E te li racconto nella maniera più tematica possibile: se stiamo parlando di Steve Jobs, non posso non fare accadere tutto a ridosso dei keynote.

[Intermezzo: il keynote un tempo era una convention, una reunion di sfigati aziendalisti fantozziani che andavano ad applaudire notizie che già conoscevano, e bugie a cui non credevano.  Napoletone a Waterloo, anyone? Jobs ha trasformato i keynote in concerti rock, celebrazioni eucaristiche, ostensioni di reliquie sacre, eventi di estasi di massa. A un certo punto, mentre Fassbender e l’immensa Winslet parlano in un cunicolo sotterraneo, il mondo intorno a loro trema. È la folla in delirio, al piano di sopra, che sbatte i piedi sul pavimento in trepida attesa. Sorkin ha cominciato a interessarsi a Jobs poco dopo la sua morte: «Non vedevo una cosa così dai tempi di John Lennon.»]

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La vita di Jobs in tre scene, tre keynote. Il Re cade; il Re si rialza; il Re torna sul trono. Dal MacIntosh all’iMac, passando per il Next (il computer per cui sono stati progettati prima logo e design, poi con comodo tecnologia e OS, giusto per parlare di priorità).

[Secondo intermezzo: ma avete presente l’iMac, quanto era bello? Quanto è ancora bellissimo? Se potessi avere ADESSO un iMac con la scocca color fragola e tecnologia moderna al suo interno, non esiterei un attimo. Ah, ho dimenticato di dire che ODIO la Apple e i suoi prodotti. Ovviamente scrivo da un Macbook.]

Prima dei keynote e intorno ai keynote, i difetti di un uomo, i suoi fallimenti umani, la sua ossessione per la progettazione di macchine perfette – macchine con i suoi difetti: l’incompatibilità col resto del mondo, l’ossessione per il controllo. Jobs era uno stronzo, anche un po’ nazi: ma il mondo non si cambia coi girotondi, la rivoluzione non è un pacato scambio di idee per raggiungere un compromesso. Sorkin comprende perfettamente quello che scrive, non solo perché è Sorkin, ma anche e soprattutto perché è Sorkin. Un prodotto chiuso, il controllo totale sul progetto, l’importanza di proiettare la propria visione, la propria idea come priorità e forma del mondo: Sorkin (altro gran rompiscatole) scrive così. Si è messo “capa a capa” con Steve Jobs, ha cercato di capirlo e di immedesimarsi in modo da ricercare dentro di sé i punti in comune col personaggio (esattamente come farebbe un attore: sceneggiatura e recitazione sono processi di scrittura) e ha parlato mesi e mesi con collaboratori, dipendenti, amici, parenti. Il miracolo che è riuscito a compiere, il cubo che ha progettato, è un film in cui racconta cose che non sono successe, ma che sono vere. È chiaro che questo non è un biopic, è qualcos’altro, è chiaro che non tutti i momenti fondamentali della vita di Jobs in termini relazionali si sono svolti nei 40 minuti precedenti i suoi keynote, non ci vuole la scienza per affermarlo e chiunque ne faccia un punto, non ha chiaro il punto. Andy Hertzfeld, quello vero, è uscito dalla proiezione incredulo, dicendo proprio «niente di quello che ho visto sullo schermo è accaduto, ma è tutto vero», che è il più bel complimento che si possa fare a uno scrittore, perché vuol dire che è padrone della materia di cui scrive. D’altra parte stiamo parlando di un uomo che non apprezza particolarmente le diavolerie moderne, ma ha scritto IL film su Facebook.

Dal cubo perfetto di corrispondenze tra protagonista e autore, dialettiche tra umanità e perfezione, oscillazioni tra megalomania e insicurezza, esce una sequenza di scene in cui continuamente prendono vita conflitti: tra Jobs e i suoi amici, tra Jobs e i suoi dipendenti, tra Jobs e i suoi capi e collaboratori, tra Jobs e sua figlia e la madre di sua figlia. Tutto simmetrico e abbinato, perfettamente progettato e funzionante, dal momento in cui il MacIntosh non vuole dire “Hello” ma Lisa (la figlia) usa MacPaint per fare un disegno, fino a quando, 14 anni dopo, il protagonista ha conservato questo disegno, e l’iMac sta per cambiare il mondo. Fassbender bravo, Winslet pazzesca.

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Il risultato finale, però, resta lì da solo. È bello ma non fa commuovere, e neanche incazzare (per lo meno non quanto ci si incazza per un cavetto inspiegabilmente lungo dieci centimetri).

È un cubo nero, di cui non possiamo fare a meno di ammirare bellezza ed essenzialità, rifinitura e raffinatezza. Ma non è un iMac. Lo vedremo nei musei del design, ma non cambierà le nostre vite. Il Re, però, non cade certo dal trono per un soffio di vento, o perché una che non ha il coraggio di fare coming out come fangirl Apple non ha avuto il The Social Network – Apple Edition che si aspettava (però non era la sola, dai). E al prossimo Sorkin, come sempre, saremo lì a fare la fila, e a imparare tutte le battute a memoria.

«Your products are better than you are, brother.»

«That’s the idea, brother.»

Steve Jobs – IMDbWikipedia

Signora Maria
Non capisce un cazzo di cinema, figuriamoci di serie TV.

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This article was written on 11 Feb 2016, and is filled under Scuse per parlare di film.

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