C’era una volta a Hollywood


 

Schermata 2015-02-10 alle 21.59.03A New York succede sempre. Passeggi nella foresta di cemento di Midtown o tra le casette rosse del Village ed ecco un déjà vu. Alcuni restano perfino delusi dalla Grande Mela («è come nei film»); altri si sentono a casa e già il primo giorno fermano un taxi sollevando il bicchierone di Starbucks manco fossero la Statua della Libertà. Quale altra città è così familiare già prima di visitarla? Anzi, a dirla tutta, in America ci si va anche un po’ per fare il confronto e appurare, per esempio, se la Death Valley è davvero psichedelica come in Zabriskie Point o quant’è lunga la scalinata di Rocky al Philadelphia Museum of Art.

È fortissimo e quasi fisico il rapporto che lega questo Paese e il cinema, tanto che nel nostro immaginario incarnano entrambi, ciascuno a modo proprio, la “fuga”, il sogno, l’Altrove. Quali siano le ragioni di questo feeling tra gli USA e la settima arte non è semplice da capire. Forse il segreto sta nel carattere giovane degli americani, forgiato di fresco e incline alla sospensione dell’incredulità. Forse negli spazi a perdita d’occhio delle Grandi Pianure, oltre i quali c’è solo l’immaginazione. O forse in una singolare coincidenza temporale: gli Stati Uniti hanno fatto irruzione nelle nostre vite all’inizio del Novecento, proprio come il cinema.


Pionieri, produttori e pistoleri
Hollywood nacque, manco a dirlo, in modo rocambolesco. Venne creata da un manipolo di piccoli produttori cinematografici svincolatisi illegalmente dai grandi trust che detenevano i diritti sull’utilizzo della pellicola. Determinante, nella scelta della location, fu la vicinanza con il Messico, utile qualora fosse arrivata la polizia. Significativamente uno dei generi più popolari fu già dal principio il western: la conquista della frontiera, l’avventura, la nascita di un nuovo mondo. È del 1903 il primo western della storia del cinema: Assalto al treno di Edwin Stanton Porter; dura 11 minuti e su Wikipedia lo si può vedere per intero.

Amatissime dal pubblico erano anche le slapstick comedies, interpretate da artisti eccezionali come Laurel&Hardy, Harold Lloyd, Buster Keaton e, naturalmente, Charlie Chaplin, tutti attivi già intorno agli anni Dieci insieme a un esercito di altri talenti a noi meno noti ma che all’epoca erano altrettanto famosi. I fratelli Marx arriveranno solo qualche anno più tardi.

Il regista David Wark Griffith si conquista il titolo di primo grande maestro. Il suo Nascita di una nazione (1915, anch’esso disponibile su Wikipedia) è il primo kolossal e il primo blockbuster del Novecento. E, grazie alle soluzioni di ripresa e di montaggio avveniristiche per l’epoca, è anche il film che ha gettato le basi del cinema moderno.

Nel 1919 Griffith, insieme a Chaplin e alle star del grande schermo Douglas Fairbanks e Mary Pickford, fondò la casa di produzione United Artists, per arginare il potere crescente di quegli ex piccoli produttori illegali che nel giro di pochi anni erano già diventati un trust.
L’iconografia del produttore con sigaro in bocca e scrivania grande quanto un monolocale non era troppo lontana dal vero: per tutta la prima metà del XX secolo i produttori statunitensi furono pressoché onnipotenti. Amputavano pellicole, sventravano sceneggiature, demolivano velleità. Gli attori, si chiamassero anche Jean Harlow, Rodolfo Valentino, Errol Flynn, Gloria Swanson o Mae West, erano semplici burattini e Hollywood era un ingranaggio oliatissimo in cui ognuno faceva solo quello che era deputato a fare: ogni regista girava un certo genere di film e ogni sceneggiatore scriveva infinite variazioni del medesimo soggetto. Le stesse case di produzione si erano spartite il mercato specializzandosi ciascuna in determinati generi. Un film che aiuta a capire come funzionava quella Hollywood è È nata una stella: non la versione del 1954 del grande George Cukor e nemmeno quella del 1976 con Barbra Streisand e Kris Kristofferson, bensì la cruda pellicola del 1937 di William A. Wellman.

Anche al netto di leggende, gossip e voyeurismi (che potete leggere in Hollywood Babilonia, Vol. 1 e 2, di Kenneth Anger), furono anni cinici e feroci, in cui gli eccessi, i vizi, la malavita erano la cartina tornasole di un mondo selvaggio e senza regole che non solo al cinema era dominato da gangster e lobby.
Eppure le Major ne uscirono in qualche modo indenni perché anche allora si chiamavano MGM, Paramount, Universal, Warner, Fox, 20th Century, Columbia… È un aspetto, la longevità delle Major statunitensi, che la dice lunga sull’importanza dell’industria cinematografica oltreoceano.


1920-1960: l’età dell’oro
Negli anni Venti iniziò l’esodo a Hollywood di registi e attori europei in fuga prima dalla furia nazista e poi dalla guerra. Marlene Dietrich, Greta Garbo, Fritz Lang, Ernst Lubitsch, Friedrich W. Murnau, Alfred Hitchcock, Billy Wilder contribuirono alla fama degli Stati Uniti come terra della libertà e del sogno, dove tutto era giovane e chiunque aveva la possibilità di tornare giovane. Non è un caso che molti di questi maestri, pur già affermati, abbiano realizzato a Hollywood i propri capolavori. Basti citare l’incantevole Aurora di Murnau (uscito restaurato nelle sale nel 2004), significativo già dal titolo. Si definì in quegli anni un autentico plotone di registi di talento che segneranno i decenni a venire, che includeva anche George Cukor, John Ford, Howard Hawks, Frank Capra, Vincent Minnelli, David Lean e il ragazzo prodigio Orson Welles, che con il suo Quarto potere scardinò (ma per poco) la fissità della cinepresa.

A mettere i bastoni tra le ruote del carrozzone hollywoodiano ci pensò allora William Harrison Hays con l’omonimo, famigerato Codice Hays, un lungo e articolato elenco di ciò che non poteva comparire sul grande schermo: dall’uso di droghe ai “baci troppo intensi”. I registi impararono ad aggirare il diktat, che resterà in vigore fino al 1967, attraverso le allusioni e giocando con i doppi sensi. Billy Wilder, in particolare, era abilissimo nel camminare sul filo della censura, come si vede nelle gag di Quando la moglie è in vacanza, che rendono il film molto più malizioso di quanto probabilmente sarebbe stato se tra Marilyn e Tom Ewell fosse scoccato il fatidico bacio.

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Gli anni Quaranta sono dominati dall’incubo della guerra e dall’eco delle mostruosità naziste. Sul grande schermo si riflettono nei detour del noir le cui pellicole, poco rigorose da un punto di vista narrativo ma estremamente evocative, raccontano smarrimenti, perdita di sé, caduta. Film di riferimento: Il grande sonno, Howard Hawks, 1946, trama di Raymond Chandler, Bogart e Bacall già innamorati.

Alle ombre del noir rispondono i lustrini degli anni Cinquanta, il decennio in cui la macchina hollywoodiana raggiunge l’Olimpo. Appartengono a questi anni le grandi star di ogni tempo: James Dean, Marlon Brando, Marilyn Monroe sono oggi autentici archetipi dell’anima. Grace Kelly suggellò il ruolo della stella hollywoodiana sposando un principe. Pressoché impossibile definire la produzione di questi anni, che fu sterminata per quantità e per varietà. Nei limiti imposti dal Codice Hays, dalla Guerra di Corea, dalla guerra fredda e, a partire dal 1954, anche dal maccartismo che si abbatté su Hollywood come una furia, fu una produzione meno patriottica di quello che si potrebbe pensare; anzi, tra i bagliori delle chiome platinate e il fruscio dello chiffon si celava spesso uno sguardo accigliato, scettico, disincantato. Basti vedere un qualunque melodramma di Douglas Sirk, altro profugo tedesco.

Questa ambiguità è confermata anche dai “kolossal”, genere all’epoca molto in voga: solitamente a tema storico o epico, questi film roboanti, lunghi quasi quanto una partita di baseball e sorretti da produzioni al limite della bancarotta, suonavano come il canto del cigno di un’epoca storica e cinematografica. Decadentissimo e implacabile, Il Gigante di George Stevens va dritto al punto raccontando – in modo sublime – l’epopea del Texas e dell’America dalla fine del XIX secolo agli anni Cinquanta.

James Dean andò a schiantarsi contro un albero nel 1955. Marilyn scomparve nel 1962. Da vera diva abbandonò la scena all’inizio di quello che, se dovessimo stilare una classifica, definiremmo il decennio meno efficace di Hollywood. Le ragioni sono numerose e ovvie: mentre le cinematografie europee stavano sperimentando nuovi territori e linguaggi, Hollywood pagava lo scotto di un presidente assassinato, della tragedia del Vietnam, delle lotte per i diritti civili e, non ultimo, di una televisione sempre più bulimica. Chi aveva tempo per andare al cinema? Faceva eccezione un giovane Stanley Kubrick, che in quegli anni cominciava a sfornare un capolavoro via l’altro.


Dagli anni Settanta a oggi
Sul finire degli anni Sessanta si verificò, in modo sorprendentemente rapido, un netto ricambio generazionale. Subito ribattezzata New Hollywood, la nuova ondata statunitense rispondeva ai nomi di Martin Scorsese e Dennis Hopper, Robert De Niro e Robert Altman, Woody Allen e Jack Nicholson, Francis Ford Coppola e Harvey Keitel, William Friedkin e Sam Peckinpah, Steven Spielberg e Brian De Palma: i grandi vecchi di oggi, insomma.

Schermata 2015-02-10 alle 22.29.28L’inizio della nuova era si fa coincidere tradizionalmente con il 1967, anno in cui Il laureato di Mike Nichols attirò al cinema ben 85 milioni di spettatori. Fu un successo clamoroso ma soprattutto imprevisto – lo stesso Dustin Hoffman, che pure era agli esordi, accettò controvoglia di recitare nel film – che demolì d’un colpo alcuni dogmi della Old Hollywood: ne Il laureato, infatti, non c’erano star famose; il protagonista non era bello come Paul Newman e non c’erano buoni a combattere contro cattivi: anzi, i personaggi erano tutti un po’ ambigui.

In reazione alla Hollywood delle Major, fare cinema diventò una faccenda molto intellettuale e il cinema d’autore iniziò a dettare legge. La nuova generazione di registi assimilò la lezione europea della Nouvelle Vague e dei “giovani turchi”, ma anche di Ingmar Bergman e del cinema italiano, e ne trasse la linfa per firmare una quantità di capolavori impossibile da riassumere.

Si ritiene che la New Hollywood sia finita con il flop de I cancelli del cielo di Michael Cimino, talmente clamoroso da determinare la bancarotta dell’eroica United Artists. Il disastro economico indusse, infatti, i produttori a riprendere il controllo della situazione e a reclamare indietro il “final cut”, improvvidamente concesso ai registi pochi anni prima.

Se non ci fosse stato Cimino, a far scorrere i titoli di coda alla New Hollywood ci avrebbe forse pensato Ronald Reagan. E tuttavia, nonostante i piatti valori machisti e un’accentuata presenza di stelle e strisce, il cinema degli anni Ottanta mise a segno un lungo elenco di capolavori, solo in parte figli dell’onda lunga della New Hollywood: se Scarface di De Palma si ricollega a quella tradizione, Blade Runner di Ridley Scott ha tutt’altra ascendenza. I due eventi cinematografici più significativi della decade furono però la nascita dei sequel – Rambo, Terminator, L’aereo più pazzo del mondo, Nightmare, Indiana Jones… – e la diffusione del VHS, che rivoluzionò la fruizione del cinema.

Dai VHS a Quentin Tarantino c’è solo un passo, e infatti nel 1994 uscì Pulp Fiction che aggiunse un voluminoso capitolo alla storia del cinema e rappresentò il culmine dell’era postmoderna. Era che ha come caratteristica più spiazzante la cinefilia. Citazioni, omaggi, remake e rimandi ai grandi classici e ai film cult hanno dato vita a un cinema ludico e autoreferenziale in cui la realtà resta fuori campo: un netto rifiuto dell’istanza realista che sembrava presagire l’invasione del digitale, avvenuta di lì a poco.

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Collateral di Michael Mann fece scalpore perché era girato quasi per intero con videocamere. Era il 2004 e Mann era un pioniere, ma solo cinque anni dopo James Cameron realizzò Avatar, che forse oggi è già vintage. Il digitale, ormai, è ovunque e sempre più di frequente gli attori sono costretti a recitare davanti al chroma key, lo schermo verde su cui poi vengono mixati scene ed effetti speciali. La virtualità si applica anche al marketing con cui Hollywood cerca di arginare la crisi economica: le campagne di promozione sono trasversali e coinvolgono media diversi dando vita a mondi paralleli in cui i personaggi dei film hanno profili Twitter e compaiono nei videogames. Il terremoto provocato dal digitale sembrerebbe richiedere quasi una ridefinizione del concetto stesso di cinema.

Ma Hollywood sorge in una delle aree più sismiche del nostro pianeta e la settima è tra le arti quella più dipendente dalla tecnologia: ogni novità in questo settore, dall’introduzione del sonoro a quella del colore, dal cinemascope all’homevideo ha sempre provocato profondi sommovimenti da cui il cinema è riemerso come la fenice. Non resta, dunque, che aspettare il prossimo sequel.

 

Tratto dalla guida Traveler Stati Uniti, National Geographic ed. it. White Star 2015.

Federica Guarnieri
Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

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