Il bicchiere mezzo pieno: Super 8


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C’è stato un momento, ieri, in cui ho aperto Netflix e quello ha ricambiato la mia (ennesima) visita proponendomi, tra le altre cose, di guardare Super 8.
Quando ho visto il titolo, improvvisamente, mi sono ricordato del fatto che mi era piaciuto molto e, soprattutto, che lo aveva scritto e diretto JJ Abrams. È stato allora che, pensando a Guerre Stellari – Episodio VII, ho improvvisamente visto il bicchiere mezzo pieno.

Super 8 è un chiaro omaggio ai film della Amblin (che infatti produce) e di Steven Spielberg (che infatti produce). C’è la banda di ragazzini che vive nel piccolo paesino della provincia americana, dove tutti si conoscono per nome. C’è il sogno del cinema, di una vita in grande, del film girato con pochi mezzi e tanta buona volontà. C’è la ragazzina che piace a tutti e che arriva a scompigliare le carte. C’è il trauma, la morte, la vita adulta, sullo sfondo, che quando meno te lo aspetti arriva a ricordarti che non è tutto petardi e trucchi di zombie e di modellini. C’è il mistero più grande di loro, sotto forma di un incidente di treno e di un qualcosa di sconosciuto che comincia ad aggirarsi per le strade della città.
Soprattutto ci sono gli anni ’80, durante i quali si ambientano i film, e l’amore per quel periodo, per quel modo di pensare e di vivere. Le pellicole in Super 8, le citazioni alla cultura pop (le stanze dei ragazzini meritano la messa in pausa per scoprire cosa c’è sui poster e sulle librerie e sui tavoli), l’idea ormai considerata banale e fuori tempo di un gruppo di bambini che si ritrova in una avventura larger than life e che questo sia stranamente plausibile. C’è la speranza, i lacrimoni dei buoni sentimenti, ci sono le gelosie per la ragazzina che piace a tutti, ci sono le prese in giro a base di “ciccione” e “tu hai l’apparecchio per i denti” che tutti conosciamo bene.
C’è lo Steven Spielberg dei bei tempi, prima che diventasse un vecchio bollito. C’è il George Lucas dei bei tempi, prima che diventase…be’…George Lucas.
C’è lo spirito avventuroso che omaggia Goonies ed ET e IT e Scuola di mostri e tutte quelle storie che abbiamo visto da bambini e abbiamo, più o meno tutti, sperato di poter vivere a nostra volta.

Poi siamo cresciuti e abbiamo cambiato gusti o abbiamo perso per strada i registi che ci raccontavano e ci facevano amare quelle storie (Steven, io non so se riusciremo mai a fare pace, io e te. George, già lo so che con te proprio non se ne parla, di fare pace). Poi è arrivato Abrams e ci ha provato e ci è riuscito, a farci rivivere determinate emozioni.
Mentre riguardavo Super 8, pur con i suoi difetti e non sempre riuscitissimo (soprattutto nel finale molto fracassone), ho cominciato, segretamente, intimamente, silenziosamente a sperare che quel JJ Abrams lì, sia quello che negli ultimi mesi si è trovato a scrivere e dirigere Episodio VII. Uno che ha preso lo spirito di Guerre Stellari e ha deciso di trasferirlo nell’anno 2017. Rimodernandolo, aggiornandolo, facendolo sentire meno fuori tempo, ma dandoci quello spirito lì.
Se ci riuscirà, Chewie, saremo a casa.

 

Soffre di bulimia cinematografica e quindi guarda di tutto e la cosa gli piace, tranne quando si ritrova a chiedersi "Perché sto guardando Step Up 4?". La risposta è che non ha importanza, fino a quando è seduto dentro una sala, al buio, sprofondato in una poltrona (oddio, magari nel caso di Step Up 4 un po' di importanza ce l'ha, ma sorvoliamo).

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This article was written on 13 Dic 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

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