The Accountant – Partita doppia con la morte


Se il titolo non vi piace, saltate il prossimo paragrafo.

C’è una vecchia barzelletta sul contabile dei mafiosi (d’ora in poi CdM): dice che il CdM viene fermato con una valigetta dalla polizia, e che alla domanda sul contenuto risponde “Una calcolatrice”. Gli sbirri la aprono e ci trovano una lupara. “E questa me la chiama una calcolatrice?” “Certo, noi con questa facciamo i conti” .

(ok, dopo questa potete chiudere la pagina, levare Gli 88 Folli dai preferiti e dimenticarci per sempre)

A parte le facezie, questa pare proprio l’ispirazione dello sceneggiatore Bill Dubuque per The accountant. In breve: Ben Affleck è un autistico ad alto funzionamento e un genio dei numeri e quindi un contabile bravissimo, ma è anche stato cresciuto da un padre militare con un addestramento severissimo, fino a diventare un soldato espertissimo, un marzialista fortissimo, un tiratore sceltissimo, eccetera.

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Ragionieri che sanno sparare

Grazie alle sue capacità, Ben Affleck (di cui non sappiamo il nome vero, ma solo gli pseudonimi scelti tra i nomi dei cento matematici più famosi della storia) diventa il contabile di fiducia della Mafia, dei cartelli colombiani, dei trafficanti d’armi, e così via. Vive da solo, ha le solite piccole bizzarre abitudini che fanno tanto OCD tipo allineare le posate o pestarsi sugli stinchi con un bastone mentre ascolta rumori industriali – true story – e possiede una roulotte piena di armi, oro, contanti e quadri pregiati da cui si evince che è ricco come Creso.

Fino a qui, come si suol dire, tutto bene.

Gavin O’Connor (già regista di Warrior, ma ne diremo di più) dirige con piacevole asciuttezza un Ben Affleck particolarmente inespressivo (ma è voluto) mentre attorno a lui si articolano elementi all’apparenza scollegati e un cast di tutto rispetto: un ispettore capo del Tesoro vicino alla pensione che cerca il misterioso contabile (JK Simmons), un sicario simpatico (Jon Bernthal), un’impiegata giovane e carina (Anna Kendrick) che scopre un ammanco nei libri di un miliardario genio della robotica (John Lithgow), un flashback con un carcerato mentore (Jeffrey Tambor). Niente di nuovo, per carità, ma gli indizi vengono distribuiti con equilibrio e lasciano aperti gli interrogativi, tanto che uno arriva addirittura a chiedersi cosa vogliano i personaggi, anziché scoprirlo subito e vedere quanto ci impiegano quei fessi sullo schermo ad accorgersene.

Questo fino alla metà: poi il sunnominato sceneggiatore, che fin lì aveva scritto un bel thriller classicheggiante, decide di ritirarsi a vita monastica* e lascia finire lo script a un battaglione di scimmie armate di macchina da scrivere, stress da superlavoro e generale disprezzo per lo spettatore.

(*la cosa della vita monastica potrebbe essere un’ipotesi non verificata dallo scrivente. Quella delle scimmie è invece realistica)

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“Orsù, dipanate il mistero del contabile, bravi impiegati”

Mi è difficile riassumere in un unico concetto l’errore della seconda parte di The Accountant: forse perché non c’è un unico errore, ma TRE MACROSCOPICI SBAGLI che andremo, di qui a poco, ad analizzare in dettaglio (avviso che verrà svelato il finale, a un certo punto).

Primo: lo spiegone assassino

Credo che tutti abbiano presente la sensazione di quando nei film c’è una rivelazione: è quel momento in cui i pezzi del mosaico si avvicinano sino a comporre un’immagine definita e il personaggio finalmente comprende cosa sta succedendo. In questo caso, a maggior ragione, noi stessi dovremmo vivere la stessa agnizione, in quanto ancora ignari di gran parte del passato del protagonista.

Per farlo, The Accountant sceglie il metodo più anticlimatico possibile: l’Ispettore del Tesoro JK Simmons e la sua aiutante rintracciano finalmente il misterioso contabile (grazie all’uso di tecniche investigative rivoluzionarie, quali 5 minuti di ricerca su Google), JK si siede sul divano, appoggia i piedi sul tavolino e inizia 20 minuti di dettagliato racconto in terza persona sul passato del contabile, ammazzando così l’intreccio perché, se c’è uno che sa tutto ed è anche complice del contabile, allora a cosa è servito tutto l’intrigo precedente?

Secondo: la carrambata (occhio, spoiler)

Due fratelli che non si vedono per molto tempo: entrambi hanno una vita segnata dal rapporto con i genitori (assenti, troppo presenti, malati, ossessivi), entrambi sanno combattere, entrambi nascondono qualcosa nel loro passato. Si ritroveranno su due fronti avversi e lo scontro sarà inevitabile, ma l’affetto familiare alla fine trionfa mentre in sottofondo parte un pezzo country cantato con voce maschile baritonale.

Ricorda qualcosa? Beh sì, è la maledetta trama di Warrior, filmone precedente del regista Gavin O’Connor. Per carità, niente di male se il rapporto tra fratelli è un elemento centrale della tua filmografia, ma se introduci tre personaggi nell’infanzia del contabile, non dai nessuno spessore agli adulti che lui incontra e continui a lanciare frecciatine si capisce subito che quell’altro è il fratello minore, o che la voce al telefono è l’altra tizia. Però così va a finire che stiracchi il concetto di verosimiglianza un po’ oltre il livello “bizzarra coincidenza”.

Tant’è vero che gli unici personaggi che non arrivano dal passato del contabile vengono abbandonati senza tante cerimonie. Un esempio su tutti è Anna Kendrick: vi piace, è carina, brava, sembra essere quella che farà breccia nella corazza di solitudine del contabile? Bene, a un certo punto scompare e la rivediamo nell’epilogo, giusto per completezza e perché il pezzo country dura ancora un paio di minuti.

Terzo: Affleckommando e i Superscemi

Il film inizia con un contabile che è molto bravo coi numeri e con le armi e finisce che Ben Affleck è un incrocio tra Batman e John Matrix, solo un po’ più cazzuto. In altre parole, l’altra metà del secondo tempo (quella non occupata dallo spiegone) è dedicata a Ben Affleck che ammazza tutti per entrare in una casa protetta da un piccolo esercito, senza nemmeno mettersi il lucido da scarpe sulla faccia, ma, soprattutto, senza l’esagerazione parodistica e le battute folgoranti.

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“Come ti preparano i Berretti Verdi e Ragioneria, nessuno”

Il problema è (anche) che a John Matrix rapiscono la figlia e quindi ha una motivazione viva e pressante, il contabile di Ben Affleck lo fa per impedire che poi quegli stessi vadano a dare la caccia alla ragazza che gli piace e che non vediamo più da mezz’ora, ovvero da quando lui l’ha lasciata placidamente addormentata sul divano di un albergo di lusso del centro di Chicago: manca un po’ il senso dell’urgenza che ha quell’altro, per usare un eufemismo.

Anche l’altro motivo che lo spinge ad agire, ovvero il fatto di essere un autistico che se non porta a termine ciò che ha iniziato va in crisi, è usato a singhiozzo nel corso di tutto il film e dà l’impressione di essere un espediente di comodo per giustificare un comportamento altrimenti non del tutto spiegabile.

Infine, sarà che è complesso far risaltare la genialità di un esperto di bilanci d’esercizio e partita doppia, ma – opinione personale – far sembrare tutti gli altri dei completi imbecilli non è il modo più adatto. Il piano del cattivo è demenziale, viene scoperto in una notte semplicemente leggendo le fatture vecchie (peraltro, la genialità del contabile non è illustrata particolarmente bene: a parte scrivere sui muri pare un normale tizio molto ordinato) e il cattivo stesso è ancor più scemo del suo piano (che già viene scoperto per caso da un’impiegata): per essere sicuro di finire male assume l’unico che non solo può smascherarlo, ma che è anche in grado di far fuori tutti quelli che gli manda contro.

Peccato però, perché O’Connor è bravo, gli attori sono tutti in parte e sembrano anche divertirsi, ma nulla possono contro una scrittura sciatta. E’ come avere tutte le fatture in ordine, i pagamenti puntuali e le scritture accurate ma scegliere come oggetto sociale l’aiuto ai prìncipi nigeriani in difficoltà.

The Accountant – IMDb Wikipedia

 

Luca Traversa
Passa sull'internet senza lasciare traccia e spera di continuare così. Ha due o tre ossessioni e non fa nulla per tenerle per sé.

2 Comments

  1. Pilloledicinema
    novembre 7, 2016
    Pilloledicinema

    In generale io sono più positivo sul film, ma comunque mi ritrovo molto in questa recensione, specie quando parli dello spiegone assassino. Inaccettabile che si passi tutto quel tempo ad avere spiegato il passato del contabile a quel modo, anche perché le cose stavano andando benino, come pure dici tu. Per me qualcosa è andata male in fase di produzione perché nessuno può pensare di raccontare una roba di quel tipo per tutto quel tempo e in quel modo così piatto.
    Fatto sta che è venuta fuori male.
    SPOILER
    Mi ritrovo meno in un paio di dettagli. Il primo è il fatto che a sto giro O’Connor non ha molte responsabilità sul fatto di riprendere una storia di fratelli in lotta ma che si volgiono un gran bene. Il copione non è suo ed era pronto già nel 2011 anno in cui Warrior uscì. Insomma, mi pare più che altro una coincidenza.
    Il secondo è il rapporto con la contabile interpretata da Anna Kendrick. Tutti noi vorremmo vedere il bacio, però mi è piaciuto il fatto di tradire in un certo senso le aspettative “classiche” dello spettatore.
    Ah, io non lo avevo capito che la voce era della bambina che si vede alla prima scena. Sono veramente caduto dalle nuvole.

    • Luca Traversa
      novembre 7, 2016
      Luca Traversa

      Sì, O’Connor probabilmente non ha colpa e quella dei fratelli che si menano è una coincidenza. Però il fatto che il Bernthal sia il fratello minore si capisce al flashback nella macchina, quando il padre li porta a menare gli altri ragazzini (magari qualcuno più furbo l’ha capito anche prima)

      Su AK: concordo nell’evitare il bacio, però le interazioni tra i due sono poco significative per far sì che lui rischi tutto così. La mia impressione è che il personaggio della ragazza sia stato il più martoriato dai tagli in montaggio e postproduzione

      Infine: il sospetto a me è nato la seconda volta che la voce usa “sospiro” invece di sospirare davvero. Quando si scopre che è ancora in quell’istituto diventa la conferma

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This article was written on 07 Nov 2016, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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