The end of the tour. QUEL tour


«Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.»
(J. D. Salinger, Il giovane Holden, Giulio Einaudi editore, trad. it. di Adriana Motti, cap. III)

Questo passo tratto da Il giovane Holden di J. D. Salinger è uno di quelli che si possono citare a memoria anche se Holden non lo si sopporta granché, perché rivela un sentimento particolare e comune: avere talmente tanto da dire, anche a sproposito, a una persona che si ammira per ciò che fa (scrive, certo, ma anche suona o canta o dipinge o scolpisce o quello che vi pare) da desiderare di essergli «amico per la pelle» per potergli parlare in ogni momento, sconfinando in un concetto di amicizia che metterebbe a dura prova chiunque: immaginate di essere tempestati in continuazione di domande da qualcuno. Non è reale, è un sentimento puramente introspettivo, che emoziona chi lo prova, ma lascia indifferente chi lo recepisce.

Quando Jason Segel/David Foster Wallace parla per la prima volta al telefono con Jesse Eisenberg/David Lipsky, questi ha esattamente il confronto con il fatto che l’autore che tanto ammira è molto probabilmente un emerito stronzo. Non lo aveva calcolato, fino a quel momento. Aveva pensato che si sarebbe rivelato il migliore di tutti, un eroe intellettuale e affettivo, un amico per la pelle in divenire. Invece, durante la telefonata in cui Lipsky si è perso e non sa dove andare e gli chiede lumi, Wallace è interessato a sapere come ha avuto il numero e gli quasi intima di dimenticarlo immediatamente, con un tono al di là dell’educazione.
Quando David Foster Wallace e David Lipsky si incontrano la prima volta, dopo poco questa telefonata, Lipsky si ferma nel vialetto innevato, ha con sé una borsa con indumenti per star via qualche giorno e uno dei suoi libri pubblicati, e guarda Wallace che esce sotto al porticato. Sorride fra sé e sé, è emozionato, imbarazzato, ma poi esce dall’auto, si ricorda di essere un giornalista, prima che un individuo eccitato di fronte al gigante che vorrebbe diventare, e gli va incontro con finto aplomb.

Il giornalista fa fatica a trattenersi dall’essere un fan e lo scrittore fa fatica ad accettare quello che ha di fronte: un obbligo promozionale impostogli, una intervista-reportage che sarà pubblicata su Rolling Stone sulla fine del tour di Infinite Jest del 1996, probabilmente le settimane più dure della sua vita. E se c’è Lipsky che vuole solo sapere com’è essere Wallace, il reportage che ha guadagnato a fatica è quasi una scusa, Wallace è ossessionato dal sapere come lo si vede da qui, dove qui è il punto di vista sfaccettato e incontrollabile di chiunque lo osservi. Una missione praticamente impossibile. Se avesse potuto, Wallace avrebbe voluto scegliere i suoi ammiratori, i suoi giornalisti, le parole che ognuno avrebbe dovuto usare per descriverlo e il film offre tutt’altro che la versione buonista di uno scrittore tormentato dal successo, anzi: offre il ritratto contraddittorio e insoluto di un uomo che avrebbe voluto fare il tennista, ma si scopre prima un grandissimo emulatore di stili altrui e poi uno scrittore di successo, ruolo da cui è d’obbligo distaccarsi, per cui non avere la televisione non è snobismo intellettuale, ma semplice istinto di sopravvivenza: se avesse una tv in casa, sarebbe sempre accesa, ne sarebbe dipendente in poco. E la dipendenza da qualcosa, dal punto di vista altrui come dalla televisione, gli è insopportabile. Una scena su tutte: è mattina, Wallace è in ritardo, allora l’altro gli bussa alla camera dell’hotel. Wallace apre la porta affaticato, con i capelli arruffati, come se fosse stato colto in fragrante insieme a una donna, come se avesse fatto bisbocce fino al mattino con droga e alcol – lui è David Foster Wallace, è una star, lui potrebbe – e invece è in quello stato pietoso perché ha passato tutta la notte a guardare la televisione. Lipsky è basito. Quasi avrebbe preferito scoprire della droga e il resto.

Il film mette in scena, senza troppi vezzi se non quelli umani dei due che si incontrano, si scontrano e in certi brevi momenti si confondono, alcuni momenti raccontati nel libro Come diventare se stessi. In viaggio con David Foster Wallace (titolo originale: Although of Course You End Up Becoming Yourself: A Road Trip With David Foster Wallace) di David Lipsky. È un road movie che si dà per quello che è, alcune parole tratte dal libro prendono forma cinematografica, restituiscono quasi fedelmente una figura solitaria, problematica, irrequieta, preoccupata da moltissime cose: una su tutte, l’accettazione che alla fine, comunque vada, si finisce per diventare ciò che si è e forse è questa essenza che genera un cortocircuito.
Dal film appare un David Foster Wallace che fa di tutto per risultare scontroso, geloso, egocentrico e materialista: dice di sé di non essere un bravo insegnante, se la prende quando Lipsky flirta con una sua ex, si riferisce spesso alla sua condizione privilegiata come un viatico certo all’accumulo di donne. E nello specchio questa immagine si riflette al contrario: Lipsky lo smaschera, senza farlo apertamente, ma solo osservandolo, registrando un elenco di cose che trova a casa sua, sbirciando nel mobiletto dell’armadio, dormendo a casa sua e lasciando che i suoi cani gli rubino il sonno.
C’è lo scrittore, quindi. E ci sono quelli lo ammirano nel più assurdo dei modi, come amici per la pelle, più interessati a rubargli il posto che a sapere quale banale umanità si nasconda dietro di lui.

The end of the tour – IMDb Wikipedia

Elena Marinelli
È nata in Molise vicino a un passaggio a livello, ora abita a Milano. È sempre informatissima sui percorsi delle autolinee urbane. Dorme nel posto più vicino alla porta. Tutto questo, in qualche modo, ha a che fare con il fatto che guarda molti film.

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This article was written on 28 Apr 2016, and is filled under Scuse per parlare di film.

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