The Hateful Eight: una rece folle


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Prologue: The Short Playing Version
Potremmo anche chiamarla rece a 45 giri, come si faceva una volta col singolo che poi trainava l’album.

Mr Tarantino nel suo ottavo film infila urgente tutta la sua disillusione sul mondo. Neve bianca e candida contrapposta al rosso sangue versato per odio o vendetta, uomo contro uomo, donna contro uomo, bianco contro nero. E il suo esatto contrario. Lo fa con tutta la tecnica possibile a disposizione e senza scorciatoie. I 70mm come lente di ingrandimento, le scene in campo lungo che abbracciano paesaggi a perdita d’occhio messe a confronto con la claustrofobia delle scene girate in interni. Il tutto condito dalla verbosità che ci si aspetta venga usata per argomentare il suo disgusto verso le meschinità umane che solo in apparenza parlano del passato mentre decifrano crudeli il presente. Stavolta racconta l’odio senza irriderlo (come aveva fatto in Django Unchained per il Klu Klux Klan, ché pochi altri erano riusciti a ridicolizzare un movimento basato sull’odio come lui, con la scena dei cappucci bianchi) e lasciando un amaro dentro che si sedimenta per giorni. Tarantino costruisce un film maturo, massiccio che somiglia a un western per poi diventare carnage e poi un delitto della stanza chiusa e poi molto altro ancora. Ora se le nostre parole vi appaiono un po’ trombone e solenni scusateci: ci è scappata un po’ la mano. Ma siamo ostaggi – consapevoli – della magniloquenza cinematografica che per quasi tre ore ci si è riversata addosso. E se vi siamo sembrati tronfi nella versione breve, preparatevi a prenderle di santa ragione in The Long Playing Version dove abbiamo anche capito che non si può parlare del cinema di Tarantino, senza parlare – continuamente – di Tarantino.

Intro: The Long Playing Version
Ti è piaciuto il singolo? Ok eccoti l’album a 33 giri.

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“Howdy nigger?”

“Chapter One: Last Stage to Red Rock”
Dove il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson) chiede un passaggio alla diligenza di John Ruth The Hangman (Kurt Russel) che sta portando la criminale Daisy Domergue a Red Rock perché “When The Hangman catches you, he hanged”.
Colpisce tutto quel bianco che va a scontrarsi con lo scuro. Colpiscono i bassi e le percussioni di Ennio Morricone. La pelle di Samuel L. Jackson, la carrozza, gli occhiali del conducente, la folta barba di Kurt Russell, la pelliccia di Jennifer Jason Leigh. In realtà è un film pieno di toni di grigio dove nessuno è il cavaliere bianco. E grazie, direte, è Tarantino, che vi aspettavate? Però anche in Tarantino c’è sempre stato quello che era il lato o il tizio positivo della vicenda. Tim Roth ne Le iene, Robert Forster in Jackie Brown, Mélanie Laurent in Bastardi senza gloria. Fin dalle prime battute capisci che tutti hanno qualcosa che non va. Il genere western, dove la morale è spesso in conflitto con la sopravvivenza, sembra essere il setting giusto per questa storia che appare uguale a molte altre. Ma quanti western avete visto ambientati nella neve? E quanti neri cacciatori di taglie avete mai visto nei film western ambientati nella neve?

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“Madonna ho lasciato il gas ACCESO!”

“Chapter Two: Son of a Gun”
Il quarto uomo (Mannix/Goggins) sale a bordo. Mentre il Maggiore Warren racconta cosa è stato costretto a fare per evadere dalla prigionia in sottofondo si sentono i rumori della sopraffazione e della morte: come cambiano gli equilibri tra giusto e sbagliato in pochi secondi.
Toni di grigio, si diceva. Bastano i dialoghi sulla diligenza, per capire che quelli che sembrano i nostri eroi non lo sono affatto: il sanguinario Maggiore, il violento Ruth (picchia un prigioniero legato! Ed è una donna!), Mannix e la sua famiglia di balordi. La stessa Daisy Domergue non si sa bene cosa abbia combinato, ma i suoi sorrisi sghembi e sadici raccontano più di mille parole, che tra l’altro non mancheranno. Alla fine del secondo atto ti ritrovi a pensare che il più pulito c’ha la rogna e ti dimentichi di aggiungere che, oltre a quella, ha anche delle armi da fuoco. Cariche. Solo le pistole mettono ordine e silenzio. Solo le bugie possono essere un lasciapassare per la salvezza.

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“Are you calling me a liar?”

“Chapter Three: Minnie’s Haberdashery”
La diligenza – per ripararsi da una tormenta di neve – raggiunge la merceria di Minnie. John e Daisy entrano per primi. La porta non si chiude. Li aspettano seduti: il generale Sanford Smithers (Bruce Dern); Tim Roth-Oswaldo Mobray perfettamente sovrapponibile a Christopher Waltz; Joe Gage (Michael Madsen) mentre scrive la storia della sua vita; Señor Bob che ha la merceria in custodia. Caramelle dimenticate sul pavimento. Tutti odiano qualcuno.
Avete presente la prigione di Un dollaro d’onore? Avete presente il Distretto 13? Ecco, da Minnie’s Haberdashery succede esattamente il contrario: i cattivi sono dentro e fuori, a minacciarli, non c’è assolutamente nessuno. Fuori c’è la natura, come nel romanzo Di bestia in bestia di Michele Mari, la natura che costringe l’uomo alla cattività, l’uomo che mai come in questo film è una bestia feroce anche quando rispetta la legge. Sul set di Un dollaro d’onore gli interni sono costruiti in scala 7:8 per far sembrare più imponenti gli attori, in The Hateful Eight i 70mm li restituiscono minuscoli rispetto all’ambiente che li circonda, che rende impossibile nascondersi e sfuggire all’occhio implacabile di un narratore disgustato e non più divertito dalla loro stupida cattiveria. Alla metà del terzo atto, cominci a pensare “È tipo un giallo della Christie”. Poi, dopo un po’ realizzi di nuovo la neve. La gente chiusa in un posto, con fuori la tormenta, tagliati fuori dalla civiltà. Il sangue. Kurt Russell. Mio dio, è La Cosa di Carpenter. Ma qui non c’è un meteorite che ha portato un mostro alieno. Non ci sono test da fare, per capire chi è il male. “Mi stai chiamando bugiardo?” “No, ancora no”. Pensi anche a Four Rooms, perché Tim Roth seduto e la porta che non sta nè chiusa nè aperta non possono che riportarci subito lì. Dove sono i punti cardinali? Come ti orienti senza la bussola della fiducia?

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“Ti lascio una canzone da cantareeeee”

“Chapter Four: Domergue’s got a secret”
Tarantino salta prepotente dentro alla storia e diventa la voce narrante. Ci vuole qualcuno che  ti dica cosa succede alle tue spalle mentre sei distratto. Come nella vita perché se ti distrai troppo, muori.
È come sulle montagne russe: sali lentamente, con quel rumore ossessivo di catene e meccanismi e poi comincia la corsa. Si mischiano le carte in tavola: morte, alleanze che cambiano, indizi e deduzioni. E ancora sangue, tanto da giustificare tutto quell’assembramento di polvere da sparo, dove la miccia è una tazza di caffè e una canzone bellissima e tremenda, come solo una donna (pazza e sanguinaria) può cantare. Il colpo di scena arriva da sotto il pavimento perché succede sempre ciò che non pensi e, pensa, è proprio il contrario della sequenza di Inglorious Basterds, quella coi buoni nascosti sotto la cucina.

A set from THE HATEFUL EIGHT Photo: Andrew Cooper, SMPSP © 2015 The Weinstein Company. All Rights Reserved.

“Whodunit?”

“Chapter Five: The Four Passengers”
Flashback la mattina presto prima della tempesta: la banda di Daisy con a capo il fratello, Channing Tatum, si prepara a salvare la sorella. Caramelle per distrarre. La voce narrante torna a raccontare di nuovo perché la chiave di questa operazione è la pazienza di ascoltare.
Non abbiamo parlato a sufficienza della bellezza visiva di The Hateful Eight, del piacere di Tarantino di comporre, spesso e volentieri, quadri bellissimi in movimento. Uno dei nostri preferiti? Il primo piano del volto di Daisy che ansima, mentre lentamente del sangue le cola lungo la tempia. Il capitolo cinque è un tripudio di immagini e colori e scorci che ti verrebbe voglia di mettere in pausa per goderteli e studiarteli. Ti rimane l’amaro in bocca per il destino degli innocenti e una voglia indescrivibile di bastoncini di menta. Ma non puoi gustarteli. Non puoi.

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“Starting to see pictures, ain’t ya?”

“Last Chapter: Black Man, White Hell”
Il tentativo di fare un patto, ma nessuno nessuno mantiene la parola perché nessuno è ciò che dice di essere. Finiscono le pallottole e finiscono le possibilità. Ci sono decisioni da prendere. “Starting to see pictures, ain’t ya?” dice il Maggiore. Succede proprio così: The Hateful Eight ti riempie gli occhi mentre l’epilogo riprende il racconto incessante: nessuno cambia, nessuno si redime veramente. E se fino a ora vi è sembrato pomodoro e non sangue quello versato, che dio salvi la vostra anima.

The Eightful Eight – IMDbWikipedia

Hanno odiato con profitto: Daniela_Elle / Fabrizio Casu / Mafe / Satori

Gli 88 Folli
Volevamo scrivere nella bio qualcosa di originale, ironico e un po' solare ma poi s'aveva qualcosa di meglio da fare tipo il culo ai laureandi in cinematografia.

2 Comments

  1. Pilloledicinema
    febbraio 8, 2016
    Pilloledicinema

    L’ho visto ieri e mi è piaciuto moltissimo.
    Però ero il solo e la cosa non mi ha fatto per niente piacere. L’ho visto con altre sei persone e tutti erano urtati dalla violenza (pazienza), annichiliti dalla durata (ci può stare), incazzati perché in realtà il film è fatto per essere visto proiettato solo da tipo 4 proiettori in tutta Italia (cioè, che cazzo dai).

    Mi è dispiaciuto perché non solo per me il film è un gran bel film, ma perché è un film anche interessante, parla di cose pesanti, profonde e lo fa con un linguaggio cinematografico straordinario e incontenibile.

    Però mi viene il dubbio che sia un film che può piacere solo a chi il cinema lo ama di già e alla follia.

  2. Gli 88 Folli
    febbraio 11, 2016
    Gli 88 Folli

    L’amore richiede dedizione e pazienza per poi ricevere spesso ingratitudine e schiaffoni, persino quando corrisposto. Forse sì un cinema del genere richiede parecchio amore che poi nemmeno basta però come dicevamo altrove i detrattori del film parlano come amanti traditi, sarò quello? Che stiano a lamentarsi alle stelle senza ricevere nulla in cambio mentre noi, non dico il Valhalla ma un mezzo nirvana tarantiniano ce lo meritiamo tutto.

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